Siria, primo paese di accoglienza per i rifugiati iracheni | Florence Ollivry
Siria, primo paese di accoglienza per i rifugiati iracheni Stampa
Florence Ollivry   
Siria, primo paese di accoglienza per i rifugiati iracheni | Florence Ollivry
Registrazione dei rifugiati iracheni (Photo UNHCR - B. Auger)
Recenti miglioramenti sul piano della sicurezza in Iraq potrebbero portare qualcuno a disinteressarsi della questione dei rifugiati iracheni, supponendo imminenti rientri in massa. Sbagliato. Anche nelle attuali circostanze, ritornare può essere estremamente pericoloso: la sicurezza resta incerta, i servizi pubblici inadeguati, molte case sono state occupate, distrutte o si trovano in quartieri o villaggi oggi controllati dalle milizie di un'altra confessione religiosa.
Philippe Leclerc, direttore aggiunto dell'Alto Commissariato per i Rifugiati (HCR) a Damasco, conferma che un buon numero di persone continua a fuggire dall'Iraq, come è successo a Mossul alla fine dell’ottobre 2008: in seguito a minacce e uccisioni i cristiani hanno dovuto abbandonare la città di Mossul a migliaia, nascondendosi nell'interno del paese, o raggiungendo Aleppo e Damasco.
L'esodo forzato degli iracheni è considerato dall'HCR come la più grande migrazione collettiva dalla seconda guerra mondiale. Dal 2005 si pensa siano più di 5 milioni – quasi un iracheno su 5 – ad aver lasciato le loro case per ragioni di sopravvivenza e di sicurezza. Circa la metà di questi sfollati ha cercato rifugio all'interno del paese, specialmente in Kurdistan o in altre regioni relativamente risparmiate dalle violenze. L'altra metà – coloro che potevano pagare viaggio e spese di soggiorno – sono scappati nei paesi vicini, in particolare verso la Giordania e la Siria.
Ad oggi sono almeno un milione duecentomila gli iracheni che hanno trovato rifugio in terra siriana. E nonostante ciò il flusso di arrivi, dopo una forte accelerazione nel 2006 e 2007, è diminuito nel 2008. Per molti rifugiati la capitale siriana è semplicemente “Mahatat Dimaschq”, “stazione Damasco”: un luogo di transito ma anche di immobilità, di attesa, di convalescenza del corpo e dell’anima. Ironia della sorte: a Damasco, nel quartiere Rawda, le ambasciate irachena e americana si fronteggiano. Dal 2003 la fila di attentati davanti all'Ambasciata irachena non ha subito interruzioni.
Siria, primo paese di accoglienza per i rifugiati iracheni | Florence Ollivry
Iracheni distribuiti nel paese e rifugiati fuori dall'Iraq
Principalmente per ragioni politiche, la Siria è stata terra di accoglienza per un gran numero di iracheni a partire dagli anni '70. Come ricorda Salam Kawakibi, esperto di geopolitica siriano: “In un'atmosfera di decennali relazioni conflittuali tra Baghdad e Damasco, diversi oppositori iracheni hanno trovato rifugio dall'altro lato della frontiera. Tale fenomeno è stato scandito da quattro circostanze distinte: la prima, la repressione del regime negli anni '70-'80. La seconda, la guerra con l'Iran negli anni '80, che ha causato milioni di vittime e spinto migliaia di soldati e civili a lasciare il paese per la Siria. La terza ondata era il risultato dell'embargo inflitto all'Iraq durante gli anni '90, in seguito alla sua invasione del Kuwait nel 1991. La popolazione civile ha pagato pesantemente il prezzo di tale politica occidentale.
Mentre la Giordania, dal 2005, ha sottoposto il rinnovo del permesso di soggiorno per gli iracheni a drastiche condizioni, come il deposito di 150.000 dollari in una banca giordana, e dal novembre 2006 ha chiuso le porte agli uomini celibi dai 17 ai 35 anni e preteso un nuovo passaporto di tipo G, molto difficile da ottenere, la Siria al contrario, ha praticato una politica di accoglienza più aperta: “La Siria non è membro né della Convenzione delle Nazioni Unite per i rifugiati del 1951, né del Protocollo del 1967 sulla situazione dei rifugiati. In più, non dispone nella sua legislazione di alcun testo che preveda una situazione del genere. In tale contesto, il governo ha tardato a riconoscere che esiste una questione “rifugiati” perché, fedele al suo discorso pan-arabista, fino a poco tempo fa preferiva considerarli ospiti, come sottolinea il Ministro dell'Interno: “Noi li consideriamo ospiti, non rifugiati. Che resteranno un periodo limitato e poi faranno ritorno in patria”.
Tuttavia, davanti alla vastità del fenomeno e alla persistenza dei flussi di profughi provenienti dall'Iraq, e in risposta alla richiesta del primo ministro iracheno che invitava a controllare meglio la frontiera siro-irachena, le autorità siriane hanno istituito un visto il 1° ottobre 2007. All'inizio poteva essere rilasciato solo a Baghdad dall'Ambasciata siriana in Iraq, situata in un quartiere controllato da milizie sunnite, quindi di difficile accesso. In pratica ciò rendeva quasi impossibile l'ottenimento del visto per la maggior parte degli iracheni. Era anche possibile ottenere molto rapidamente un visto di tre mesi alla frontiera siro-irachena, a condizione di far parte di una delle 15 categorie previste dal decreto ministeriale siriano. Questo visto vorrebbe facilitare l'ingresso a uomini d'affari e scienziati, ma una delle condizioni, l'iscrizione alla camera di commercio, è una pratica facilmente aggirabile. Invece, per una donna non accompagnata è molto difficile ottenere un visto d'ingresso in Siria, misura che sarebbe stata presa dalle autorità siriane per prevenire il fenomeno della prostituzione.
L'introduzione del visto, secondo M.K. Doraï, ricercatore del CNRS di Damasco, ha avuto come effetto la riduzione del numero medio di entrate. Il secondo effetto sarebbe l'importante riduzione del numero di viaggi di andata e ritorno tra Siria e Iraq e il terzo riguarderebbe la modalità di residenza degli Iracheni sul suolo siriano. Fino all'istituzione del visto erano considerati dei turisti e dovevano lasciare la Siria allo scadere del permesso per rinnovarlo, oltrepassando di nuovo la frontiera. L'istituzione del visto rende inapplicabile questa modalità di rinnovo e pone la questione della residenza per le persone entrate prima dell'ottobre 2007. Certe categorie hanno diritto ad una carta di soggiorno valida per un anno, come i genitori di bambini scolarizzati in Siria o le persone che seguono un trattamento medico e le loro famiglie, ma molte altre si ritrovano di fatto in condizioni di illegalità allo scadere dei loro visti turistici.

Rifugiati privi del diritto al lavoro

Per legge, il permesso di soggiorno concesso ai rifugiati iracheni non li autorizza a lavorare. Un ufficiale siriano afferma che la maggior parte dei rifugiati lavora illegalmente e che ciò è tollerato dalle autorità siriane. Ma la relazione tra il datore di lavoro siriano e il salariato iracheno, stabilita nell'illegalità, priva il salariato dei suoi diritti, lo rende fragile e fa della manodopera irachena una forza lavoro esposta allo sfruttamento. La paura di essere espulsi dalla Siria spinge gli iracheni che lavorano illegalmente a entrare nel sistema della corruzione e possono essere costretti a pagare considerevoli tangenti. “In generale, non è possibile per gli iracheni ottenere un permesso di lavoro. La disoccupazione arriva all'80% tra le donne e al 53% tra gli uomini. Per contro, pagando 3000 dollari il sistema della corruzione riesce a dar loro un aiuto”. Le donne sono le prime vittime di questa interdizione al lavoro. Sfruttabili a piacimento, sono frequentemente esposte a violazioni dei loro diritti umani. Così, tra i rifugiati registrati dall'HCR, il 4% sono donne che hanno conosciuto lo stupro, la prostituzione forzata, il matrimonio forzato, lo sfruttamento economico o sessuale o la violenza domestica. Allo stesso modo si verifica un aumento dei giovani lavoratori di strada. La pauperizzazione dei rifugiati, che si aggrava col prolungamento della crisi che imperversa in Iraq, ha come ulteriore, drammatico risultato l'obbligo per alcuni rifugiati di tornare nel proprio paese.
Tra gli iracheni “attivi” si contano numerosi commercianti di ogni genere: fornai, restauratori, meccanici o trasportatori, che hanno potuto continuare ad esercitare quella che era la loro professione in Iraq: hanno venduto la loro attività nel loro paese d'origine e investito in Siria, utilizzando un prestanome siriano. Gli iracheni a Damasco sono spesso occupati nel settore edile, lavorano per agenzie immobiliari che propongono servizi proprio ai rifugiati iracheni al loro arrivo, sono sarti, conducenti di taxi (senza licenza), o autotrasportatori fra Siria e Iraq. Molti praticano attività commerciali legate alla madrepatria, cercando di rispondere ai bisogni del mercato iracheno pur trovandosi a Damasco.
Più spesso, l'esilio dà ai rifugiati la sicurezza e la possibilità di ritrovare una vita normale, ma si accompagna ad un declassamento sociale, fonte di precarietà. Wissam, 30 anni, è chirurgo-dentista. A Damasco è diventato giornalista, non potendo svolgere la sua professione in Siria. Dopo aver svolto i suoi lunghi studi in medicina gli è però difficile rinunciare ad esercitare la sua professione. Come lui si trovano migliaia di medici iracheni a Damasco. Tra i rifugiati si contano numerosi ex-funzionari delle amministrazioni civili o militari irachene: malgrado il loro statuto, non ottengono alcun sostegno finanziario da parte delle autorità irachene.
Il maggior problema per i rifugiati iracheni a Damasco è rappresentato dall'interdizione ad un lavoro regolare, il che si traduce in riconversione, declassamento sociale, precariato, ingresso nel sistema della corruzione. La crisi in Iraq si protrae e le prospettive di ascesa sociale, professionale o di arricchimento svaniscono agli occhi di questi rifugiati.
Molti dei giovani intervistati si dicono “paralizzati”, socialmente e personalmente, nel loro “rifugio” siriano: Samer, 27 anni, ha studiato informatica a Baghdad. Insieme ai suoi amici ha già festeggiato i suoi due anni in Siria. Ormai è un rito nella vita dei rifugiati iracheni a Damasco: festeggiare gli anniversari dell'arrivo sul territorio siriano. Al momento di stilare un bilancio di questi due anni in Siria, Samer spera che questo anniversario sia l'ultimo: “Vivere in Siria è meglio che vivere in Canada o in Australia perché con i siriani condividiamo la stessa lingua, la stessa cultura, ci si sente quasi a casa nostra. Ma spero di non festeggiare il mio terzo anniversario siriano, perché da quando sono qui guadagno un salario da fame: 100 dollari al mese! Vendo materiale informatico in un piccolo negozio a Jaramana. Quando si lavora in nero, non è possibile nessuna prospettiva di evoluzione professionale e io non potrei mai ottenere la nazionalità siriana. Ci sono molti siriani che guadagnano come noi, ma per loro la vita è più facile, perché possono contare sull'aiuto della famiglia, di un patrimonio immobiliare acquisito negli anni. Per noi iracheni non è possibile risparmiare neanche un centesimo con un salario del genere. In più, non abbiamo alcuna prospettiva di evolvere professionalmente o socialmente. Ecco perché spero di tutto cuore di ottenere di qui a un anno un visto per l'Australia o il Canada. Con i miei amici iracheni dispersi per il mondo, ci siamo promessi di ritrovarci tra qualche anno tutti insieme, sperando che per allora tutti noi avremo una nazionalità occidentale...”
Georges, 29 anni, fratello maggiore di Samer, ha rifiutato l'opportunità di un viaggio clandestino verso l'Europa, giudicato troppo rischioso. Ma da quando si è lasciato sfuggire quest'occasione per partire alla conquista dell'Europa, si sente depresso. Si occupa di manutenzione e cura presso un'impresa dove guadagna un salario misero. Certo la Siria gli piace, ma tira a campare, professionalmente e personalmente. Lavorare in nero non è una situazione sostenibile a lungo termine. Non riesce a risparmiare nulla. Non potendo migliorare la loro situazione, il sogno di questi giovani lavoratori è l'emigrazione verso un paese terzo. Vivono il loro soggiorno in Siria nell'attesa di un visto.

Chi sono i rifugiati accolti?

Tra i rifugiati iracheni registrati dall'HCR-Siria, si constata una preponderante rappresentanza dei gruppi minoritari, fuggiti dall'Iraq a causa di forti discriminazioni, come i sabeo-mandei che rappresentano il 3,9% dei rifugiati registrati, o vittime di isolamento, come i cristiani, 13,2% dei rifugiati registrati. Questi gruppi restano i più fragili perché non beneficiano delle strutture di protezione tribali o comunitarie che gli permetterebbero di difendersi come le altre comunità maggioritarie. I musulmani rappresentano il 78% dei rifugiati, così ripartiti: 60% sunniti e 18% sciiti.
Ancora, tra i rifugiati registrati dall'HCR-Siria , 26.632 sono sopravvissuti a torture, e ciò vale per tutte le confessioni. Il 36% delle persone registrate presentano condizioni mediche difficili, diversi rifugiati sono malati di cancro, di leucemia, l'8,5% dei rifugiati sono bambini o adolescenti “a rischio”, cioè suscettibili di sfruttamento, e il 4% sono “donne in pericolo”. La fragilità della popolazione necessita l'implementazione di un programma di assistenza umanitaria, essenziale perché queste persone continuino a vivere in Siria.

Quali aiuti ricevono i rifugiati dall'HCR e dalle ONG?
Siria, primo paese di accoglienza per i rifugiati iracheni | Florence Ollivry
La Siria: il primo paese d'accoglienza dei rifugiati iracheni
Degli Iracheni rifugiati in Siria, solo 219.690 di essi sono registrati all'HCR. Perche così pochi? Spiega Philippe Leclerc: “Un certo numero di rifugiati è ancora relativamente benestante e non ha bisogno di assistenza alimentare o finanziaria. Altri temono di accostarsi all'Organizzazione, perché sono convinti che le informazioni che li riguardano siano consegnate alle autorità irachene. Naturalmente non è così, perché le informazioni fornite restano riservate, ma questa convinzione è piuttosto diffusa. Infine, molte di queste persone sono abituate a lavorare e a sbrigarsela da sole e dover chiedere aiuto crea molto disagio. Richiedere aiuto è un passo difficile. Si decidono ad avviare la procedura presso le Nazioni Unite solo quando non hanno altre possibilità. In più, molti iracheni percepiscono le Nazioni Unite come responsabili in particolar modo delle sanzioni che hanno afflitto l'Iraq per una decina di anni, e dunque le ritengono responsabili di quel che hanno dovuto soffrire nel loro paese. I mezzi messi in campo per aiutarli in Siria modificano questa percezione, che tuttavia persiste.”Una volta registrati presso l'HCR (per i rifugiati di Damasco questa registrazione si effettua al centro di Douma), ottengono una lettera di protezione valida per una anno e rinnovabile, che garantisce per loro contro ogni rischio di deportazione in Iraq. L'Organizzazione inoltre assegna a circa trentamila persone un aiuto finanziario attorno ai 100 dollari al mese a famiglia, ai quali si aggiungono 10 dollari per ogni persona a carico. Questo aiuto è distribuito attraverso le carte blu con il simbolo dell'HCR.
Più numerosi gli iracheni che beneficiano di un aiuto alimentare: circa 175 mila. Tale assistenza è fornita dall'HCR in collaborazione con la Mezzaluna Rossa siriana e il Programma Mondiale per l'Alimentazione. L'HCR ha anche assegnato 200 borse di studio a studenti iracheni nell'agosto 2008. Offre inoltre un'importante assistenza sanitaria ai rifugiati registrati, e prende a carico l'essenziale delle loro spese in consultazioni mediche e farmaci.
Sono poche le ONG straniere che desiderano portare aiuto ai rifugiati in Siria: per farlo devono attivare un partenariato con la Mezzaluna Rossa siriana, che avrà poi un diritto di revisione sui loro conti. Una misura del genere limita parecchio gli interventi delle ONG straniere a favore dei rifugiati iracheni in Siria. Sono una decina ad aver siglato l'accordo, tra le quali l'Istituto Europeo di Cooperazione e Sviluppo (IECD). Questa ONG francese è stata fondata 20 anni fa ed è attiva in Siria dal 2000.
François Le Forestier, che guida i progetti dell'IECD in Siria, testimonia attraverso la sua esperienza professionale della realtà della gioventù irachena a Damasco: “L'IECD avvia dei centri per i giovani nelle banlieue damascene, destinati principalmente ai rifugiati iracheni. Progetti come questi forniscono competenze e garantiscono una formazione a giovani in condizione di precariato sociale, per aiutarli a costruirsi un avvenire. Per molti di loro il tempo trascorso a Damasco è tempo morto, in attesa di un'ipotetica partenza per l'ennesimo altrove. I centri dell'IECD rispondono a questa disperazione per ridare ai giovani la fiducia in sé stessi. Questi giovani hanno tra i 14 e i 21 anni. Lavorano in nero oppure restano chiusi in casa. In pochi hanno ricevuto una formazione qualificante e hanno dei lavori adeguati. Hanno subito diversi anni di guerra e sono caduti in una profonda depressione. Il nostro progetto ambisce ad aiutare dai 250 ai 300 giovani per il primo anno con il primo centro, che si trova nel quartiere Jamana e funziona grazie ad un finanziamento dell'UNICEF, con la prospettiva di creare ulteriori centri in altri quartieri. Attraverso questi progetti ci auguriamo di fornire ai giovani delle competenze professionali e aiutarli nella costruzione delle loro personalità (in particolare attraverso attività di Life Skills per la stima di sé, comunicazione non violenta, creatività, responsabilizzazione, ecc.)”.

Dove vivono i rifugiati iracheni?
Siria, primo paese di accoglienza per i rifugiati iracheni | Florence OllivryLa maggior parte dei rifugiati si sono installati a Damasco e nei dintorni della capitale. Una piccola parte si trova ad Aleppo, Homs, Hama, Deir Ezzor, Latakia, Tartus e Hassakah. Contrariamente a molte altre situazioni del genere, non esistono in Siria campi profughi iracheni. Le autorità siriane li lasciano vivere il più normalmente possibile in città, e visto che la maggior parte dei profughi è di origine urbana, vivono come farebbero a Baghdad. Coloro che hanno potuto affittare un appartamento in centro dall'inizio, hanno suscitato, con la loro sola presenza, un aumento dei prezzi di locazione tale da costringerli a trasferirsi poi nelle periferie, dove i prezzi sono più accessibili: Sayda Zaynab, Jaramana, Massaken Barzeh, Yarmuk o Qudsiyé, o ancora più lontano, fino ad 80 chilometri dalla capitale, a Sednaya per esempio.
Traumatizzati dalla violenza del loro paese natale, molti hanno confessato all'International Crisis Group di evitare ogni contatto con le altre famiglie irachene, soprattutto se appartenenti ad un'altra confessione. Forse questo spiega l'evidente ripartizione confessionale dei quartieri: il quartiere di Sayda Zaynab, una banlieue a sud-ovest di Damasco, accoglie molti sciiti. Jaramana invece conta una grande percentuale di sunniti. I cristiani, dal canto loro, hanno dimostrato una preferenza per le periferie di Jaramana, Masakin Barzé, Kashkoul e Sednaya.

Damasco, “Little Baghdad”
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Vetrina di un gioielliere a Damasco: gli orecchini destiinati agli iracheni sono numerosi (Photo Florence Ollivry)
Nel quartiere di Yarmuk, i chioschi di Knafe Nabelsiye e i ritratti di Yasser Arafat danno l'impressione di attraversare una “Palestina in miniatura”. Allo stesso modo, certi quartieri di Damasco sono diventati delle “Little Baghdad”. È quel che racconta Mohamed Kamel Doraï: “A Jaramana come a Sayda Zaynab hanno aperto numerose piccole attività commerciali: ristoranti popolari che propongono piatti tradizionali iracheni, pane iracheno, piccole botteghe di spezie che importano derrate alimentari irachene, prima non reperibili in Siria. Venditori ambulanti propongono sulle loro piccole carriole dolci iracheni importati, della carpa per la preparazione del Masguf, o ancora del the iracheno. Si sono sviluppate anche attività più importanti. Si può citare l'apertura della pasticceria Al Baghdadi a Sayda Zaynab, che produce diversi tipi di dolci iracheni che poi vengono venduti negli altri quartieri di Damasco. A Jaramana si trovano diversi ristoranti sulla principale strada d'ingresso al quartiere, arrivando da Damasco, e attività del genere sono in piena espansione. Nelle stradine più nascoste di questi due quartieri si trovano piccoli negozi che vendono abiti tradizionali iracheni, così come sciarpe, cappelli, bandiere con i colori dell'Iraq. Le maglie della squadra di calcio irachena vincitrice della coppa d'Asia nel 2007 sono ovunque”.
I palestinesi dell'Iraq, prigionieri del deserto e vittime dell'oblio

Loro stessi, o meglio i loro genitori hanno conosciuto la Nakba, la catastrofe del 1948 e si sono rifugiati in Iraq. In seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein, i palestinesi dell'Iraq sono diventati oggetto di una vera e propria campagna di persecuzione. Una larga fascia della popolazione irachena considerava i palestinesi dei privilegiati o simpatizzanti del regime. Nel 2003, anche la piccola comunità palestinese in Iraq, che contava a Baghdad circa 23 mila anime, è stata colpita da numerose violenze. Silvia Rossi ha svolto una ricerca proprio su questo: “La campagna di disinformazione di cui sono oggetto li descrive come “terroristi” e li espone, per questo, ad arresti e detenzioni arbitrarie. Subiscono irruzioni improvvise nelle loro case, seguite da perquisizioni altrettanto repentine e brusche da parte delle forze di sicurezza e delle forze d'occupazione irachene e americane. Parallelamente, i palestinesi sono diventati l'obbiettivo di milizie non sempre identificate. Alcune agiscono all'ombra delle forze di sicurezza irachene, altre in maniera autonoma. Tale clima di terrore è generato anche da una serie di intimidazioni, avvertimenti, lettere minatorie o ricattatorie affisse sulle porte di casa, o da rapimenti. A più riprese alcune persone sono state sequestrate o uccise per la sola ragione di essere in possesso di documenti di identità palestinesi. I cadaveri portano spesso traccia di atroci sevizie”.
Il secondo problema che i rifugiati palestinesi hanno dovuto affrontare dal 2003, con le nuove autorità, è il ritrovarsi in Iraq senza documenti: “In assenza di ogni riferimento internazionale, l'introduzione da parte delle autorità irachene di nuove procedure per regolamentare la loro presenza, ha avuto gravi conseguenze sulla sicurezza e la libertà dei civili palestinesi e li ha privati di ogni protezione. Misure che consistono nella soppressione dei titoli di residenza permanente, con l'obbligo di rinnovarli regolarmente, così come nella sospensione del rilascio di documenti di identità o di viaggio”.
Perseguitati e senza documenti, i rifugiati palestinesi in Iraq non hanno potuto trovare rifugio in Siria, perché la Repubblica proibiva loro l'ingresso sul territorio. Secondo la giornalista Silvia Rossi, che ha approfondito il tema, “considerando anche la dimensione politica che investe il problema dei rifugiati palestinesi nel quadro del conflitto arabo-israeliano, l'urgenza umanitaria rappresentata dall'esodo dei palestinesi d'Iraq non dovrebbe essere lasciato sulle sole spalle di paesi come la Siria e la Giordania. Dovrebbe piuttosto essere oggetto di un'azione comune tra le nazioni arabe e la comunità internazionale, senza escludere Israele. Per ora lo Stato ebraico ha respinto gli appelli dell'Autorità palestinese. Queste domande, sostenute anche dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, cercavano di ottenere l'autorizzazione per i palestinesi che fuggivano dall'Iraq ad essere accolti nei Territori occupati”.
Non potendo più restare in Iraq, i profughi palestinesi hanno cercato di raggiungere la frontiera siriana. Alcuni hanno potuto superare il primo posto di frontiera ed uscire dall'Iraq, ma non entrare in Siria: hanno improvvisato un campo nella no man's land, tra le frontiere irachena e siriana, in pieno deserto. Poco a poco, il campo è stato “ammobiliato” con tende, materassi e coperte fornite dall'HCR. Nel Settembre 2008 ci vivevano 920 persone. Le condizioni di vita in questi campi sono al limite della sopportazione. Caldo massacrante in estate, inondazioni e gelo in inverno... Il campo porta il nome del posto di frontiera vicino: Al-Tanf. Quelli di Al-Tanf sono però più fortunati di coloro che si trovano ancora dall'altra parte della frontiera, ad Al-Walid. Gli abitanti del campo non hanno alcuna protezione contro le milizie che imperversano nella regione, e gli aiuti umanitari arrivano con difficoltà, perché sono in territorio iracheno.

Veri e falsi problemi della presenza dei rifugiati iracheni in Siria
I rifugiati iracheni, non potendo lavorare, si appoggiano sulle infrastrutture siriane e per questo pesano considerevolmente, visto il loro numero, sul budget dello Stato e sull'economia del paese: in termini di acqua, gas, elettricità, servizi sanitari, scolarizzazione. La Siria, che è classificata 107ª su 177 paesi dall'UNDP (United Nations Development Program), occupa uno dei posti meno favorevoli tra i paesi arabi del Mediterraneo. “In termini economici la Siria deve sopportare uno sforzo enorme per accogliere i profughi iracheni”.
Una delle conseguenze evidenti della presenza irachena in Siria è la gigantesca inflazione dei prezzi degli affitti: divenendo il loro esilio permanente, i rifugiati iracheni hanno venduto i loro beni in Iraq per poter investire in Siria. Non possono ottenere certificati di proprietà ma “esiste un metodo approvato dai poteri pubblici siriani che li autorizza ad acquistare beni immobili con il sistema della garanzia dei diritti”. Esso consente il possesso di un bene immobile attraverso un processo amministrativo che non passa per la registrazione notarile. In cambio essi potranno rivendere tali beni senza alcuna restrizione. Questo sistema ha permesso loro di investire nel mercato e partecipare alla speculazione edilizia”.
La popolazione damascena, se di solito si mostra ben disposta verso i rifugiati iracheni, com'è normale, tende anche a diffondere certe voci: i rifugiati iracheni sarebbero benestanti e avrebbero contribuito con la loro ricchezza all'aumento del costo dell vita e dunque sarebbero all'origine della crisi economica che attraversa il paese... Per Salam Kawakibi, la presenza degli iracheni e la sua influenza sull'economia sono strumentalizzate dal governo come un comodo alibi che permette di mascherare le mancanze di un'amministrazione arrugginita e lo stallo delle riforme economiche intraprese dal governo siriano.
Secondo l’International Crisis Group, le autorità siriane temono anche che la presenza degli iracheni in Siria divenga fonte di instabilità per il paese: paventano la presenza di spie al soldo degli Stati Uniti, di militanti jihadisti o di semplici piantagrane. Temono inoltre che gli iracheni portino con sé il virus delle diatribe etniche o religiose. In seguito all'attentato del 28 settembre scorso, avvenuto a Damasco nel quartiere Sayda Zaynab, che ha causato 17 morti e 14 feriti, si sono diffuse tra la popolazione in Siria voci che accusavano gli iracheni di aver portato con sé conflitti di tipo etnico e religioso. Per molti osservatori la politica siriana di apertura delle sue frontiere ai rifugiati iracheni riflette un calcolo politico: la presenza dei rifugiati sarebbe usata dalla Siria come strumento per dissuadere gli americani dal destabilizzare il suo regime, per attirare fondi internazionali, approfondire la sua presenza in Iraq o esporre i siriani ai pesanti costi del modello iracheno.
Per gli intellettuali siriani e gli attivisti per la democrazia, lo scacco degli americani in Iraq, incarnato dai rifugiati iracheni, ha ridotto sensibilmente il margine di manovra e l'influenza politica degli americani nella regione.

L'indifferenza della comunità internazionale nei confronti dei rifugiati iracheni

Siria, primo paese di accoglienza per i rifugiati iracheni | Florence OllivrySe la maggior parte dei rifugiati ha potuto trovare in Siria una vita normale in un ambiente culturale vicino a quello iracheno, e se si dichiarano unanimemente ben accolti da questo paese, bisogna tuttavia constatare che, essendo loro negato l'accesso al lavoro regolare, mancano prospettive di vita a lungo termine. La Siria è un'anticamera, una stazione in attesa che la situazione in Iraq migliori, orizzonte per ora remoto, o nella speranza di ottenere un visto per un paese terzo.
Riguardo alla prima opzione, il ritorno in Iraq, i candidati non fanno certo ressa davanti alle frontiere. Quando l'HCR, che in alcun modo incoraggia i rifugiati a tornare in Iraq (perché la situazione è ancora insicura), ha deciso ad ottobre 2008 di costituire una struttura di sostegno per coloro che volessero rientrare nel paese, solo 400 persone vi hanno fatto appello, ossia lo 0,18% dei profughi registrati presso l'HCR. Per contro, l'Organizzazione incoraggia i paesi terzi ad accogliere gli iracheni più a rischio. Purtroppo però sono troppo pochi i paesi che offrono posti per il trasferimento: nel 2007, su 7852 persone proposte dall'HCR, solamente 833 hanno ottenuto il trasferimento in un paese terzo. Nel 2008, su 10244 candidati, 5736 di questi hanno potuto trasferirsi in un altro paese.


Florence Ollivry
Traduzione dal francese  di A.Rivera Magos
(22/07/2009)


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