La dinastia al-Assad in Siria tra oppressione e statalismo | Angela Gissi
La dinastia al-Assad in Siria tra oppressione e statalismo Stampa
Angela Gissi   
La dinastia al-Assad in Siria tra oppressione e statalismo | Angela Gissi
Hafez al-Assad / Bashar al-Assad (© Angela Gissi)

Venticinque chilometri è la distanza che separa l’aeroporto dalla città di Damasco. Circa 30 minuti di tragitto attraverso i simboli del quarantennale dominio della famiglia al-Assad. Un’introduzione storica al soffocante dispotismo che ha prodotto per 30 anni iconografie e gigantografie di al-Assad padre, accostate negli ultimi 10 anni a quelle di al-Assad figlio. L’excursus storico dallo stile lapidario si fa anche carico di una missione pedagogica che ha come obiettivo “l’educazione sociale” sia di chi arriva per la prima volta nel Paese che dei cittadini siriani che ritornano. Una strada lunga, dritta, asfaltata ma polverosa costringe il visitatore a familiarizzare con il volto degli innominabili, riconoscerne la supremazia indiscussa e conformarsi al senso di riverenza locale generalizzato. Ai siriani, che hanno imparato sin dai primi passi come rispetto e amore per l’autorità siano “cosa buona e giusta”, il percorso è un monito a ricordare che la spada di Damocle pende sulle loro teste e che vigile è l’occhio del padrone sui servi. La lezione per i più refrattari è esemplare e funge da deterrente per gli animi velleitari. Minacce, morti, sequestri, scomparse, torture consumate nelle carceri spettrali, ingrossate da irriverenti spiriti poco inclini all’ammaestramento, ruggiti soffocati, corpi crudelmente fatti a brandelli. Fuori, lontano da quei tuguri indefiniti, sotto il costante assedio della paura la realtà storica ribalta ogni attesa e riferisce di cristiani arroccati su posizioni di autodifesa osannare per decenni la famiglia al-Assad e i musulmani convertire la shahada religiosa del “Non c’è altro Dio che Allah e Maometto è il suo profeta” in quella politica del “Non c’è altro presidente che Bashar, e il popolo è il suo corpo”. Cori troppo unanimi che non convincono chi ha qualche dimestichezza con i concetti di democrazia e pluralismo politico. Teoria vuole che la Siria sia una repubblica (in arabo jumhurriyya che letteralmente traduce stato “delle masse popolari”) dove il presidente viene eletto a suffragio universale ogni sette anni. La realtà, però, non è conforme alla propaganda costituzionale: la Siria non è la repubblica delle masse quanto piuttosto il principato personale degli al-Assad. Bashar non è soltanto il presidente della repubblica che governerà per 7 anni, ma è ”il nostro leader nell’eternità”, qaiduna ila al-abad in arabo. Quest’affermazione è carica di significato intrinseco e racchiude l’essenza del potere di Hafez prima e di Bashar dopo. L’uso dell’aggettivo “nostro” suggerisce che il popolo sostiene incondizionatamente il presidente. Di conseguenza ogni opposizione a Bashar andrebbe a urtare il desidero del popolo. Con tali presupposti la formazione di un’opposizione è stata intralciata per decenni esplodendo solo di recente. Se la generazione Facebook non avesse azionato l’upload della rabbia, generando il download di sangue con il quale il regime ha risposto (e continuerà a rispondere), il mondo e probabilmente molti siriani avrebbero continuato a credere che agli al-Assad non vi è alternativa e che quello siriano è davvero uno Paese democratico.

Dittatura, Democrazia
Come ogni stato dittatoriale che si rispetti, la Siria è stata a lungo vittima dell’oscurantismo informatico e mediatico al quale i leader al-Assad l’hanno costretta. L’abilità della famiglia presidenziale sta nell’aver operato in modo da far apparire le azioni di governo come segnali di apertura dalle fondamenta democratiche. Un esempio, nel 1970 Hafez al-Assad creò il fronte nazionale progressivo (FNP, al-jabha al-wataniyya al-taqaddumiyya) una coalizione di molti partiti sotto la tutela del ba’ath. Egli garantì la prima costituzione permanente, convocò un parlamento (l’assemblea del popolo, majlis al-shab, i cui deputati venivano eletti ogni 5 anni) e sancì che il presidente (lui stesso) venisse eletto tramite plebiscito. Tutto ciò fu addotto dal regime come evidente sforzo verso la creazione di una democrazia basata sul pluralismo politico e la divisione dei poteri. Riferendosi alle elezioni parlamentari del maggio 1990, Hafez enfatizzò come il copioso numero di candidati e l’intensa competizione tra loro era prova del clima di libertà e democrazia. Tuttavia, da uno sguardo fugace alla vita politica siriana di allora (non dissimile da quella di adesso) si ha l’impressione che Hafez si riferisse a qualunque altro Paese fuorché alla Siria. Difatti, la Siria non conosce il concetto di democrazia: il parlamento detiene a stento qualche autorità in campo legislativo, il partito del ba’ath è secondo l’articolo 8 il partito dirigente del paese, il FNP come istituzione non è neanche menzionato nella costituzione e i suoi membri non hanno alcuna influenza sulle decisioni politiche. Essi sono semplici marionette di cui gli al-Assad tirano i fili. La competizione politica tra questi partiti non esiste, i plebisciti e le elezioni si rivelano una farsa e sono ben lontani dall’essere liberi e segreti. Eppure, le leadership nelle loro dichiarazioni si sono sempre mostrate benevoli paladine della giustizia sociale.

La perestroika di Hafez al-Assad
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Hafez al-Assad / Michail Gorbaciov
In un discorso pubblico Hafez al-Assad pronunciò queste parole: “desidero che nessuno taccia gli errori (della pubblica amministrazione) e non voglio che alcuna inottemperanza al dovere venga nascosta”. Questa frase apparve per settimane sul quotidiano siriano Tishrin, divenendo il motto di una sezione intitolata “tishrin e le preoccupazioni dei cittadini” in cui il giornale, in un fantomatico slancio di solidarietà verso il popolo, invitava i lettori a segnalare le difficoltà burocratiche di ogni giorno relative al malfunzionamento dei servizi pubblici o alla carenza dei beni di base. Questa moderna versione siriana dell’homo civicus era un altro degli elementi che Hafez recava come prova del carattere democratico della sua gestione.
Lo stesso quotidiano Tishrin azzardò un parallelismo bizzarro tra il colpo di stato di Hafez nel 1970 e il movimento di ricostruzione economica, promosso dal leader sovietico Mikhail Gorbaciov. Nel clima di guerra fredda che caratterizzò gli anni ’80 tale mossa rese Gorbaciov un politico estremamente popolare (almeno in Europa e USA ) tanto da garantirgli il premio Nobel per la pace nel 1990.

Molto presto i termini russi per ricostruzione (perestroika) e trasparenza (glasnost) divennero termini compresi in tutto il mondo tanto da non esserci più la necessità di tradurli. Sebbene Hafez al-Assad non fosse popolare come Gorbaciov e sebbene fuori dalla Siria e dal mondo arabo solo pochi capivano il significato della nozione “movimento correttivo” (al-haraka al-tashihiyya, il nome ufficiale del colpo di stato di Hafez), il giornale Tishrin affermò che fu proprio Hafez a dare avvio alla prima vera perestroika mondiale. Infatti, ciò che accadde nell’Europa dell’Est fu presentato in Siria come una sorta di movimento correttivo del socialismo. Questo eufemismo del putsch di Hafez fu la sintesi linguistica del tentativo del regime di respingere la crescente preoccupazione interna ed esterna rispetto alla maniera dittatoriale e oppressiva con cui egli aveva governato il Paese per quasi un quarto di secolo.

Bashar al-Assad: promesse di riforma

Alla morte di Hafez, l’ascesa del tecnocrate Bashar alimentò un barlume di speranza in quel popolo arretrato che già negli anni ’90 aveva cominciato il lento, ma consapevole, risveglio dallo stagnante letargo dell’ignoranza. I siriani animati dall’ottimismo che li contraddistingue videro in Bashar l’uomo del dialogo e il pioniere della liberalizzazione del regime. Essi confidavano nella genuinità d’intenti del giovane presidente: l’aspro criticismo dei vetusti sistemi, l’impegno alla trasparenza e la lotta contro la corruzione. “Gestione per obiettivi” fu il motto che inaugurò l’era Bashar nel settore economico dove egli attirò ingenti investimenti sia locali che esteri favorendo il settore privato, a discapito dello statalismo imperante della gestione paterna. In termini di apertura, le telecomunicazioni rappresentarono il banco di prova. Per quanto riguarda internet, fino alla morte di Hafez, gli utenti erano poche migliaia, in genere imprenditori e funzionari governativi. A Damasco era possibile collegarsi al server locale creato dagli stessi siriani con un sistema di proxy che inibiva l’accesso a vari siti. Appena si cercava di accedere alla propria casella di posta elettronica su hotmail o yahoo non vi era scampo: sullo schermo appariva un divieto di accesso a questi siti. Sebbene fosse proibito, era possibile abbonarsi ad un server libanese, collegarsi a Beirut e accedere così a tutti i siti, ad un costo ovviamente superiore rispetto ad una chiamata locale. A pochi mesi dalla sua elezione Bashar aveva dichiarato “Verrà il giorno in cui internet entrerà in tutte le case”. Introdotto per la prima volta nel 1998, internet fu inizialmente disponibile per le istituzioni scientifiche, poi per le università e infine per le imprese. Oggi, internet è lo strumento di una rivolta non estranea al popolo siriano, cominciata e repressa sul nascere circa 10 anni fa.

L’effetto boomerang
Tra il giugno 2000 e l’agosto 2001, sull’onda della mutata atmosfera agevolata da Bashar, un gruppo formato da scrittori, poeti, intellettuali e artisti irruppe nell’arena politica e, facendosi portavoce della silente società civile siriana, introdusse per la prima volta temi quali le libertà pubbliche, i diritti umani, la corruzione, il diritto dei cittadini a partecipare alle decisioni di stato relative al bene collettivo, il destino dei detenuti e degli esiliati. Subito si moltiplicarono forum, discussioni e fiorirono gruppi di pensiero. Nel settembre del 2000 alcuni tra i più autorevoli letterati siriani come il poeta Adonis e gli scrittori Sadiq al-Azm e Abd al-Rahman Munif, sottoscrissero “il manifesto dei ‘99” in cui chiedevano l’abolizione dello stato di emergenza e della legge marziale imposta nel 1963, l’amnistia generale per tutti i prigionieri politici, il diritto di ritorno per gli esiliati politici, libertà di espressione e di stampa. Alcuni intellettuali si spinsero anche oltre chiedendo libere elezioni e la fine del monopolio politico del Ba’ath. Anche i partiti di opposizione divennero più attivi. Inizialmente il regime incoraggiò queste iniziative. Centinaia di prigionieri politici furono rilasciati, tra i quali molti comunisti e membri dell’organizzazione dei Fratelli musulmani; le note carceri di al-Mazza e Palmira furono chiuse; fu permesso ad altri partiti dell’FNP di stampare e vendere il loro giornali e venne accordata la licenza a pubblicare a due riviste private, al-Dumari e al-Iqtisadiyya. Poco dopo, nel febbraio 2011, la liberalizzazione subì una forte battuta d’arresto quando il regime cominciò ad accusare gli attivisti di insinuare un “movimento neocolonialista” e di perpetrare la crisi economica. La censura fu rafforzata, le attività politiche non in linea con il potere centrale bandite, molte personalità dell’opposizione arrestate e ulteriori restrizioni sulle pubblicazioni sancirono pene per i trasgressori pari a tre anni di prigionia e multe fino a ventimila $. Membri del partito del Ba’ath furono sguinzagliati nel Paese per identificare gli attivisti che avrebbero potuto “danneggiare la stabilità e l’unità della Siria”. Incontri e raduni furono autorizzati solo previa presentazione della lista dei partecipanti e dell’agenda contenente il dettaglio dei punti di discussione.

Quale futuro?
Il clima di oppressione in Siria e le tensioni tra stato e cittadini si sono esacerbate nel corso degli anni fino a raggiungere la portata degli eventi di cui siamo oggi testimoni. Mentre il numero delle vittime del massacro siriano aumenta tra le denunce delle organizzazioni sui diritti umani, l’amministrazione Al-Assad non si lascia intimorire né dalle strade insanguinate né dalle minacce di sanzioni sventolate dall’occidente e gioca la carta della repressione nella gestione della crisi di stato, sull’esempio della brutale offensiva dell’alleato iraniano alle proteste popolari del 2009. E’ una lotta senza quartiere e senza esclusone di colpi basata sulla formula “Ubi Maior minor cessat”, dove il Maior deve essere il raìs.
La dinastia al-Assad in Siria tra oppressione e statalismo | Angela GissiNel suo delirio di onnipotenza Bashar tenta il tutto per tutto senza però sbiadire l’inchiostro rosso con il quale i martiri della rivolta hanno impresso il marchio “Libertà e Democrazia” sul suolo siriano. Loro, la gente comune, tutti indistintamente partecipi dello stesso fato e animati dalla stessa fede democratica: uomini, donne, politici e letterati.

Il premio nobel per la letteratura Najib Mahfuz, si distinse nella sua vita per aver raccontato attraverso le sue opere la compagine socio-politica egiziana con estrema accuratezza e per averci lasciato un incommensurabile compendio di saggezza. In un intervento pubblicato sul giornale “Al-Ahram” Mahfuz parla delle prospettive politiche nel suo Paese idealizzando il futuro nella metafora del sogno.
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Najib Mahfuz
“Non fa certo male sognare e talvolta capita che il sogno di oggi diventi la realtà di domani”, questa la filosofia di Mahfuz il quale teorizza il desiderio di una svolta democratica in Egitto che però racchiude il sogno di tutti gli oppressi, anche dei siriani.

“Tutte le disposizioni di legge dovute a circostanze d' emergenza sono abrogate e si concede un' incondizionata ed assoluta libertà per la formazione dei partiti politici…Una commissione che rappresenti tutti i partiti ed organizzazioni viene formata con l' intento di redigere una nuova costituzione, che sarà poi resa effettiva mediante un referendum…Spetta all' esercito non solo il compito di difendere la patria ma anche - e non meno importante - il compito di difendere la costituzione contro ogni abuso, in modo che venga garantita la libertà nel Paese ed assicurata l'alternanza di potere secondo la volontà, liberamente espressa, del popolo...Il presidente della Repubblica si colloca al di sopra della politica di partito, al di sopra di ogni partito. Una delle sue principali funzioni è di difendere la Costituzione, rappresentando, come in effetti rappresenta, il punto d' incontro tra il popolo e l' esercito...Le elezioni sono a rappresentanza proporzionale, con l'intera Repubblica che formi un' unica assemblea costituente ed ai partiti vengono assegnati i seggi secondo il numero dei voti ottenuti. Ecco il modo migliore per assicurare che neppure un voto venga sprecato...E' riconosciuta ai partiti la possibilità di difendere i propri principi ed a tutti è assegnato un ugual periodo di tenpo per apparire in televisione”.
Le parole di Mahfuz trovano terreno fertilissimo anche in Siria, dove i cittadini si sono persuasi che il sacrificio di oggi è la speranza per il domani. Un unico quesito rimane ancora insoluto: se democrazia sarà, a quale prezzo?

Angela Gissi
(05/05/2011)



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