Non lasciamo i siriani soli | Gianluca Solera, Obama
Non lasciamo i siriani soli Stampa
Gianluca Solera   
Non so se sia stata l’esecuzione di Osama Bin Laden o la resistenza delle meglio preparate forze di sicurezza di Gheddafi a ridimensionare l’attenzione internazionale nei confronti di quanto succede in Siria. Le cifre riportate dalle associazioni per i diritti umani e il “Comitato dei giovani della rivoluzione del 15 marzo” calcolano che il numero delle vittime della repressione del regime siriano si aggiri già tra le 600 e le 700. Se consideriamo che in Egitto il ministero della salute ha confermato che il numero delle vittime della rivoluzione del 25 gennaio si attesta sulle 840 (dati dei primi di aprile u.s.), e che uno sbocco politico in Siria è ben lontano dal prefigurarsi, dobbiamo manifestare la nostra preoccupazione e agire con la stessa determinazione con cui la questione libica è stata affrontata.
Non lasciamo i siriani soli | Gianluca Solera, Obama
Per il momento, il regime siriano usa forza e propaganda, e parla di “squadroni di terroristi asserviti ad interessi stranieri”. Nessuno sa chi e come pagheranno gli ideatori e gli esecutori di questa repressione di massa che ha colpita Deraa, Homs, Banyas ed altre città del paese. Il Presidente al-Asad è ormai diventato il bersaglio simbolico della rabbia dei giovani. Tra le richieste dei giovani rivoluzionari, oltre a elezioni libere e democratiche o la liberazione dei prigionieri politici, vi è quella simbolica della rimozione delle immagini di Bashar e del padre Hafez dalle strade. La prudenza con cui le cancellerie occidentali e arabe si stanno muovendo mostra le ambiguità e le discontinuità che circondano le reazioni dei governi di fronte alla primavera araba. Lo sceicco Hamad Bin Jabr al-Thani, il ministro degli affari esteri del Qatar, paese che ha inviato aerei in Libia per garantire la No-Fly Zone, ha dichiarato la settimana scorsa che i disordini in Siria necessitano di una soluzione “interna”, escludendo dunque ingerenze internazionali. È certamente più facile mandare aerei in un paese lontano che interferire negli affari di un paese vicino.

Non lasciamo i siriani soli | Gianluca Solera, Obama
Damasco, Casium (©babelmed)
Anche se non ha ancora fatto uso di aerei da caccia, il regime siriano ha dispiegato carri armati a Deraa e a Banias, ed ha quindi scelto la via della militarizzazione della rivolta. È molto difficile capire quante defezioni abbiano interessato le forze armate e se alcune sue unità siano ancora disposte a rifiutare gli ordini, a causa del divieto di accesso ai mezzi di informazione internazionali e delle recenti esecuzioni di ufficiali e soldati che si sono rifiutati di sparare sui dimostranti a Deraa, come ha confermato Amnesty International. Le notizie che arrivano dagli attivisti locali sono comunque fonte di estrema preoccupazione e preannunciano al peggio. I dimostranti cantavano nelle sflilate del 6 maggio, ribattezzato il “venerdì della sfida”, che “un milione di martiri” è pronto a dare la vita per la libertà, se necessario.

L’assenza di giacimenti strategici di idrocarburi e la vicinanza di Israele sono altri motivi dell’eccessiva prudenza manifestata dall’Occidente liberale, contribuendo così ad alimentare l’impressione che per questo Israele i regimi antidemocratici nella regione rappresentino una maggiore garanzia di stabilità che le trasformazioni in corso. Un indizio degli umori nella regione l’ho sperimentato personalmente ad Alessandria d’Egitto questo venerdì, assistendo ad una manifestazione davanti al consolato israeliano per la libertà della Palestina e contro il nemico sionista. Non vi erano più di duecento persone, ma se pensiamo che manifestazioni di questo genere erano impensabili sotto il regime di Mubarak, possiamo percepire quali siano i sentimenti popolari profondi, ora che la polizia non spara a chi protesta pacificamente. Con l’affermazione di nuovi spazi di libera espressione d’opinione, molti giovani arabi possono manifestare la loro ostilità all’entità sionista e la loro simpatia per i palestinesi. Ed anche se nelle ultime settimane il regime siriano ha accusato gli amici di Israele di voler destabilizzare la Siria, è mia convinzione che un paese arabo libero esprimerebbe politiche più severe e incisive nei confronti dello Stato ebraico.

Quest’anno 2011 ha voluto far coincidere la ribellione delle popolazioni arabe con la fine del fondatore di Al-Qa’ida, e questa coincidenza merita un spunto di riflessione: se l’organizzazione terroristica internazionale non avrà futuro dopo Bin Laden, non sarà per la persecuzione americana, bensì perché i giovani arabi hanno ripreso in mano il loro futuro, dimostrando che si può cambiare la realtà senza ricorrere allo scenario apocalittico della guerra tra Oriente ed Occidente. Sono i giovani tunisini, egiziani, yemeniti o siriani che hanno spodestato il discorso di Al-Qa’ida e lo hanno reso antiquato, non la politica americana. Direi anzi di più: se ci dovesse essere una seconda stagione del terrorismo islamico, non sarà per mano dei latitanti nelle regioni interne di Afganistan o Pakistan, bensì per mano degli apparati di sicurezza dei regimi autoritari di paesi arabi o islamici, in cerca di rinnovate giustificazioni per reprimere nel sangue o con il carcere le marce pacifiche dei loro giovani per la libertà e la democrazia.

E se Barack Obama ha ottenuto il premio Nobel per la Pace per il cambiamento che ha promesso, i giovani arabi rivoluzionari dovrebbero ottenere il prossimo Nobel per la Pace per il cambio che hanno realizzato. In loro onore, l’Occidente deve intervenire a tutela dei giovani siriani con la stessa energia con cui ha seguito gli eventi in Tunisia, Egitto e Libia; deve attivarsi coerentemente per frenare la brutale repressione in corso ad ogni costo, anche se questo richiederà l’interposizione militare.

Non lasciamo i siriani soli | Gianluca Solera, Obama
Damasco (©babelmed)
Sono stato in Siria ai primi di gennaio, e tutto sembrava calmo e triste, inesorabilmente immobile a confermare la resistenza al cambiamento delle società arabe. La storia e le sue reliquie straordinariamente presenti, le stazioni degli autobus sporche, le persone irresistibilmente gentili, i negozi pieni di merce, le immagini di Bashar al-Asad al loro posto. Poi tutto è cambiato. Le parole più significative che ho ascoltato in queste settimane sulla Siria sono quelle della Comunità cristiana di Al-Khalil, che dirige i monasteri di Mar Musa al Habashy e Qaryatayn, che coltiva con tenacia il dialogo tra cristiani e musulmani e conosce il rischio o la provocazione di una deriva settaria. Nel suo recente messaggio pasquale, la Comunità ha detto: “Tra i cristiani del nostro paese, diversi pensano che non vi siano alternative che tra repressione e sottomissione umiliante e dittatura della maggioranza. (...) Noi invece continuamo a difendere la nonviolenza. Il conflitto si nutre di paure reciproche. Solo il dialogo che si preoccupa del punto di vista dell’altro porta alla riconciliazione nella giustizia. I danni sofferti dalla società siriana sono ormai irreparabili. Chiediamo alla pazienza misericordiosa di Dio di indicarci il nostro dovere presente. In prospettiva, crediamo che la democrazia matura non è né un lusso occidentale, né una deviazione ideologica. (...) La Siria è stretta tra il Libano delle divisioni confessionali, l’Irak dell’insicurezza e dell’esplosione settaria e Israele, percepito sempre come nemico. Di fronte alle forze ed agli interessi in gioco, è l’unità nazionale che è a repentaglio, e la sua perdita avverrebbe attraverso una lunga e sanguinosa guerra civile. La nostra convinzione è che una vasta maggioranza dei siriani si riconosce ancora in una sola comunità civilizzatrice. Dobbiamo sperare che una maggiore libertà di espressione renda possibile una consultazione nazionale, la sola capace di preparare un’alternativa non sanguinosa”.

Non lasciamo i siriani soli, o la violenza prenderà il sopravvento oltre le nostre aspettative.

Gianluca Solera
(10/05/2011)




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