L’Egitto è più forte del suo esercito e della Fratellanza | Gianluca Solera, Presidente Mursī, Adlī al-Mansour, grande sceicco di al-Azhar, Papa copto, campagna Tamarrud, movimento Kifāya, piazza Rābiʿa al-ʿAdawiya, Fratelli musulmani, al-Masrī al-Youm, Mohammed Badīʿ, Khāled ʿAlī
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Gianluca Solera   

L’Egitto è più forte del suo esercito e della Fratellanza | Gianluca Solera, Presidente Mursī, Adlī al-Mansour, grande sceicco di al-Azhar, Papa copto, campagna Tamarrud, movimento Kifāya, piazza Rābiʿa al-ʿAdawiya, Fratelli musulmani, al-Masrī al-Youm, Mohammed Badīʿ, Khāled ʿAlī

"Le forze armate non hanno potuto tapparsi le orecchie di fronte alle richieste del popolo": con questa formula il comandante dell'esercito egiziano ʿAbdel Fattāh as-Sīsī ha giustificato la decisione di intervenire politicamente tre giorni dopo le massicce manifestazioni popolari del 30 giugno scorso, deponendo il Presidente Mohammed Mursī per sostituirlo ad interim con ʿAdlī al-Mansour, dopo un ciclo di consultazioni che inclusero l'opposizione secolare, i movimenti islamici, il grande sceicco di al-Azhar e il Papa copto. Una parte importante della stampa straniera ha descritto la manovra come un colpo di stato, ma la questione è ben più complessa. Prima di tutto, l'esercito non ha assunto a sé i poteri, come avvenne nel febbraio 2011. In secondo luogo, è stato la campagna Tamarrud (ribellione!) a chiedere le dimissioni del Presidente Mursī. Lanciata dal movimento Kifāya (abbastanza!), la campagna raccolse in due mesi, tra il 1° maggio e il 29 giugno 2013, ben 22.134.465 firme in tutto il paese attorno a quattro richieste: il trasferimento dell’autorità presidenziale al Presidente della Corte costituzionale, la creazione di un governo qualificato che gestisse le emergenze dell’economia e della sicurezza, la revisione della costituzione attraverso un comitato di esperti e la sua approvazione tramite referendum popolare, e la convocazione entro sei mesi di nuove elezioni parlamentari e presidenziali.

Detto questo, l'esercito è l’esercito, e lo ha dimostrato la mattina dell'8 luglio, uccidendo più di cinquanta persone davanti al Club della Guardia repubblicana al Cairo, dove pare venisse tenuto in custodia Mursī, e di nuovo la notte tra il 26 ed il 27 luglio, quando i militanti filo-Mursī insediati in piazza Rābiʿa al-ʿAdawiya tentarono di espandere la zona occupata affrontando le forze di sicurezza, cosa che provocò almeno settantadue morti. L'esercito non è una forza rivoluzionaria, ha il monopolio della forza, e quando la usa non fa prova di moderazione. Che cosa è successo in queste due occasioni deve essere oggetto di un'indagine indipendente, con la partecipazione delle associazioni egiziane per i diritti umani, perché le condizioni e le necessità di questa nuova transizione non possono giustificare la violenza militare. A questo proposito, il nuovo Presidente ad interim deve mostrare la stessa determinazione nella condanna della violenza contro i manifestanti della Fratellanza musulmana che dimostra nel guidare il nuovo corso politico.

D’altro lato, i rivoluzionari devono continuare sulla loro strada, perché sanno che questo esercito è lo stesso che ha torturato e ucciso durante la prima transizione, dopo la caduta di Mubārak. Tutti ricordano i test di verginità sulle attiviste (2011), o il massacro dei manifestanti copti di fronte alla sede della Tv egiziana (ottobre 2011) o quello dei giovani rivoluzionari che protestavano su via Mohammed Mahmoud contro un processo elettorale progettato per facilitare la vittoria islamista (novembre 2011). A quel tempo, i Fratelli musulmani tacquero prendendo le distanze dai giovani della rivoluzione. Ora la storia si rivolge contro di loro, e insegna loro che per trattare con l'esercito, bisogna mantenere autonomia di pensiero e di azione.

La maggioranza degli egiziani non vuole i Fratelli musulmani, e lo ha dimostrato con la campagna Tamarrud e le più massicce manifestazioni di protesta che si ricordino nella storia moderna, il 30 giugno scorso. Eravamo in una situazione di vuoto istituzionale, nel quale i cittadini non disponevano di strumenti per rimettere in discussione la guida del paese, che credevano confiscata dai Fratelli musulmani per portare avanti un progetto di parte invece di portare a compimento il processo rivoluzionario apertosi il 25 gennaio 2011, e per imporre una carta costituzionale che non fu il frutto di un lavoro consensuale tra le diverse espressioni della società egiziana. Mursī, è bene ricordarlo, concesse l’immunità all’Assemblea costituente, da cui si erano ritirate le forze non islamiche, e organizzò un referendum per approvare il testo costituzionale a cui partecipò solamente il 33% degli egiziani aventi diritto di voto (dicembre 2012). È bene anche ricordare che la dirigenza dei Fratelli musulmani ha messo a punto un piano di destabilizzazione politica, rivelato dal quotidiano al-Masrī al-Youm a metà luglio, che prevede l’uso di armi da fuoco e armi bianche durante le azioni di protesta, aggressioni ai manifestanti della parte avversa, attacchi a commissariati di polizia e postazioni militari in Sinai, e blocco delle arterie principali. L’ultima strage, dunque, ne è in un certo senso un frutto. Una notizia su tutte mi ha allarmato leggendo i giornali: a metà luglio, un giovane sostenitore di Tamarrud venne torturato sotto il palco di piazza Rābiʿa al-ʿAdawiya mentre sopra di esso parlava Mohammed Badīʿe, la guida suprema della Fratellanza, invitando a manifestare pacificamente, e più il ragazzo gridava di dolore, più Badīʿe alzava la voce. Questa è la doppia faccia della più potente organizzazione politico-religiosa dell’Egitto.

L’opposizione non islamica, e soprattutto i giovani rivoluzionari, hanno saputo finora dimostrare maturità e indipendenza rispetto all’esercito e al governo transitorio. Tre esempi. Una dichiarazione costituzionale di 33 articoli venne proclamata nella notte dell'8 luglio da ʿAdlī al-Mansour, assegnandogli l'autorità di promulgare delle leggi dopo consultazione con il nuovo governo e prevedendo la creazione di due commissioni per la revisione della Costituzione, una dei dieci giuristi e l’altra di cinquanta rappresentanti di tutti i settori della società egiziana, ma Tamarrud, il Fronte di salvezza nazionale (la coalizione che include el-Barādeʿī) e personalità come Khāled ʿAlī espressero il loro malcontento e il loro rifiuto del testo, a causa della mancanza di consultazione precedente alla sua pubblicazione, e dell’ennesima centralizzazione di poteri legislativi ed esecutivi nelle mani del Presidente. Il 25 luglio, invece, ʿAbdel Fattāh as-Sīsī fece appello alla popolazione chiedendo di partecipare numerosa alle manifestazioni del giorno seguente affinché l’esercito fosse investito di legittimità popolare per intervenire energicamente contro il terrorismo e la destabilizzazione, e Khāled ʿAlī reagì pubblicamente dicendo: “Questo appello ha prodotto l’effetto contrario; avrebbe dovuto dire agli egiziani che scendessero in strada per rifiutare la violenza, perché non è possibile che un esercito chieda alla gente di investirlo dell’autorità di dettare legge mentre abbiamo una magistratura e un presidente ad interim!”. Dopo l’ultimo massacro, all’annuncio del ministro degli Interni Mohammed Ibrāhīm di voler riprendere la sorveglianza dell’attività politica e religiosa, Tamarrud ha reagito condannando questa intenzione come contraria ai principî della rivoluzione del 25 gennaio 2011. Queste reazioni della linfa vitale della società sono un buon segno, un segno di autonomia di giudizio e controllo civile del processo.

L’Egitto è più forte del suo esercito e della Fratellanza | Gianluca Solera, Presidente Mursī, Adlī al-Mansour, grande sceicco di al-Azhar, Papa copto, campagna Tamarrud, movimento Kifāya, piazza Rābiʿa al-ʿAdawiya, Fratelli musulmani, al-Masrī al-Youm, Mohammed Badīʿ, Khāled ʿAlīL'augurio è che questo processo di transizione sappia convincere le componenti giovani della Fratellanza a contribuire alla stabilizzazione del paese, rimettendo in questione la linea dura della guida suprema, e dia al partito della Fratellanza, Hizb al-Hurriya wa al-ʿAdāla, la libertà di partecipare alle prossime scadenze elettorali, purché le sue milizie rinuncino all'uso delle armi e la sua leadership riconosca gli errori politici fatti dalla dichiarazione costituzionale di Mursī del novembre 22 u.s. ad oggi, impegnandosi a lavorare su un progetto di riconciliazione nazionale. Il fatto che Tamarrud abbia raccolto 9 milioni di firme in più rispetto ai voti ottenuti da Mursī al ballottaggio per la presidenza nel giugno dell’anno scorso non è un argomento banale e parla da sé.

Il nostro interesse come cittadini del Mediterraneo deve essere quello di difendere la volontà del popolo, sostenere il ruolo della società civile quale supervisore delle evoluzioni post-rivoluzionarie, facilitare il riavvicinamento tra le comunità politiche e culturali del paese e rifiutare qualsiasi tipo di violenza sanguinaria, che questa provenga dall'esercito o da forze politiche organizzate. E, ma questo spero sia sottinteso, dovremmo manifestare la nostra fiducia nel destino che il popolo egiziano voglia darsi, senza cadere in posizioni orientaliste o in semplificazioni ideologiche.

 


Gianluca Solera

01/08/2013