I partiti egiziani uniti sotto lo slogan: "No ai militari al potere" | Omar Abdel Aziz, Abdel Fattah Sisi, Fratelli Musulmani, Salafiti, Mubarak, Rabaa, Nahda, Ramsis, Abu Zaabal
I partiti egiziani uniti sotto lo slogan: "No ai militari al potere" Stampa
Omar Abdel Aziz   

//Abdel Fattah SisiAbdel Fattah Sisi

Il pesante clima di arresti ai danni degli oppositori al regime del generale Sisi, è riuscito a compattare un fronte politico prima diviso, che vedeva da una parte gli islamisti e dall'altra i laici. Ora, invece, i più grandi partiti e movimenti egiziani si sono riuniti in una coalizione contro i militari al potere. Tutti uniti sotto lo slogan: “iaskot iaskot hokm al askar” (cada il regime militare). Movimenti islamici come i Fratelli Musulmani, Salafiti, i laici e di sinistra come Kifaya, Ghadd, 6 Aprile un tempo divisi, ora chiamano a raccolta il popolo egiziano per una nuova rivolta contro “il nuovo Mubarak, Abdel Fattah Sisi”.

 

Una nuova rivoluzione ma senza popolo

E' necessaria una nuova rivoluzione, simile a quella ha costretto Mubarak a lasciare il potere trentennale che deteneva, questa è l'idea della coalizione nazionale anti-golpe mentre il popolo egiziano, in una percentuale che secondo stime del quotidiano Ahram oscilla intorno al 70%, non sembra essere attratto dal mito rivoluzionario e anzi sostiene il giovane generale Sisi. E solo il 30% degli egiziani sarebbe per una nuova rivoluzione contro i militari. Una rivoluzione pacifica fatta di manifestazioni, sit-in e atti di disobbedienza civile. Ma è la scia di sangue di Rabaa, Nahda, Ramsis, Abu Zaabal, dove a migliaia sono rimasti uccisi per mano dell'esercito e della polizia, che sta facendo scendere quel 30% a percentuali ancora più basse intorno al 20%- 25%.

 

Gli egiziani divisi tra rivoluzionari e governativi

Il colpo di stato che il 3 luglio ha destituito Mohammad Morsi ha diviso i partiti politici egiziani, tra i sostenitori dei militari al potere e i contrari che, in nome della rivoluzione, inneggiano ad una rivolta popolare contro il governo del generale Sisi. Il presidente ufficiale della Repubblica è Adly Mansur, ex membro della Corte costituzionale, ma in Egitto sono in pochi a credere che sia lui il vero presidente. Per tutti il vero leader è Abdelfattah Sisi, vicepremier e primo comandante delle forze armate egiziane. Ed è intorno alla sua figura che ci si divide, anche tra le famiglie, in quelli del "partito di Sisi" e quelli del "partito rivoluzionario", con pesanti conseguenze sulla vita di quartiere. Sono frequenti infatti i litigi, gli insulti e diverbi che arrivano a volte anche a veri e propri scontri o pestaggi tra famiglie. Se poi ci sono famiglie di Fratelli Musulmani, per metterle a tacere basta che qualcuno le denunci alle autorità, quanto basta per essere perquisiti e arrestati con l'accusa di estremismo. Con la campagna, promossa dal ministero dell'Interno e lanciata su tutti i canali televisivi, "Combattiamo il terrorismo", i cittadini sono invitati ad attivarsi per stanare i “nemici della nazione”. Riuniti in consigli popolari, i sostenitori dei militari (che di sera sotto il coprifuoco aiutano l'esercito nelle perquisizioni) portano avanti la "caccia all'estremista", che si risolve spesso nel fermo e il controllo di uomini che portano la barba e di donne che vestono il niqab, il velo islamico che lascia scoperti solo gli occhi. Questo ha spinto molti a radersi la barba mentre diverse donne hanno deciso di togliersi il niqab per timore di ricevere insulti e violenze per strada.

 

Le due idee a confronto

Il fronte dei due partiti, i pro Sisi e i pro rivoluzione, si possono riassumere in due grandi opinioni politiche: c'è chi desidera la sicurezza e la stabilità del paese anche a costo di limitare quelle libertà conquistate con la rivoluzione del 2011 e chi invece ritiene che le libertà conquistate in questi anni debbano essere protette dai militari. Il vero obbiettivo dello scontro sono loro, che devono essere rimossi dalle stanze del potere in nome di quella rivolta popolare che due anni prima ha rovesciato un altro uomo delle forze armate, Hosni Mubarak.

 

Le opinioni della gente

Non c'è posto al Cairo dove non si parli di politica: a casa, nei caffè, in metropolitana, nei taxi. Tutti, giovani, vecchi, donne e ragazzini discutono, dibattono, insultano questo o quel politico di turno. In taxi, un autista sulla cinquantina lancia il suo giudizio lapidario: “I Fratelli Musulmani sono dei traditori, grazie a Dio che ci ha mandato il generale Sisi per liberarci di questi estremisti che stanno rovinando il paese, spero che l'esercito riporti sicurezza nel paese”. Altri invece la pensano diversamente come Ahmad, giovane attivista rivoluzionario del Cairo: “Ma allora perchè abbiamo fatto la rivoluzione? a cosa è servita se ora ci ritroviamo ancora i militari al potere?” “La questione non riguarda più il ritorno di Morsi e né tanto meno i Fratelli Musulmani, qui parliamo di libertà! e non ci arrenderemo, continueremo con le manifestazioni pacifiche finché non cadrà il regime militare!>>.

 

La repressione e i primi attentati

Intanto, sul piano politico, lo scontro tra i militari e il fronte rivoluzionario, che comprende la maggior parte dei partiti e movimenti egiziani islamici e laici (Fratelli Musulmani, Masr el Qaweia, el Wasat, 6 Aprile, Kifaya e Ghadd) è intensificato dai continui arresti a cui sono sottoposti i dirigenti dell'opposizione accusati di estremismo o di complotto ai danni dello Stato. In questo clima, pochi giorni fa sono comparsi i primi attentati, due autobomba sono scoppiate nei pressi del ministero dell'Interno. Il ministro ha subito accusato l'opposizione, mentre il fronte rivoluzionario smentisce qualsiasi responsabilità e indica nei servizi segreti i responsabili dell'accaduto. “Un'operazione -affermano i Fratelli Musulmani - per legittimare di fronte al popolo egiziano, la continua repressione ai danni dell' opposizione”. E' sulla scia di questi drammatici eventi che da ultimo c'è anche chi si astiene dal dibattito politico e si limita a pregare per l'Egitto, come Aziza, dirigente di una compagnia petrolifera egiziana: “Io non so chi ha ragione e chi torto. Prego Dio per la pace e spero che ci doni la migliore persona per governare”.

 

La tv demonizza l'opposizione

A giocare contro l'opposizione non c'è solo l'apparato repressivo e il sistema capillare di arresti, c'è anche un'altra arma, più sottile e potente: la televisione, che è anche la prima fonte di informazione per il 90% del popolo egiziano che per il 30% è analfabeta. Dopo aver chiuso il 4 luglio, diciassette canali televisivi perchè vicini ai Fratelli Musulmani e lasciato aperti solo quelli governativi, il ministero dell'informazione ha deciso di lanciare ogni giorno, durante la programmazione, la scritta permanente "l'Egitto combatte il terrorismo". Terrorismo identificato nel fronte di opposizione che, in talk show senza contradditorio, viene studiato e analizzato. In un programma della mattina sul canale 1 della tv di stato, un giornalista chiede al suo ospite: “Da chi ricevono i finanziamenti gli oppositori?”. E il colonnello in studio risponde: “Abbiamo informazioni che siano finanziati dal Qatar, dalla Turchia e persino dagli Stati Uniti”. “Sugli Stati Uniti - commenta il giornalista - ci sono informazioni, non ancora confermate dai nostri servizi segreti, che inchiodano il fratello del presidente Obama come rappresentante dei Fratelli Musulmani, cosa ne pensa colonnello?” “Non mi stupirei - conclude l'ospite - E' noto che è in atto un complotto contro il nostro paese”.

 

Nessuna riconciliazione nazionale

Lo scontro intanto tra il regime e gli oppositori non si placa, nessuna delle parti in campo infatti intende trattare per trovare una mediazione politica. Uno scontro che è verbale ancor prima che fisico. L'opposizione viene chiamata dal ministero dell'interno “violenta e criminale” mentre la coalizione anti-golpe definisce il governo “assassino” e ne chiede le immediate dimissioni. In assenza di una mediazione dunque, a farla da padrone sono le manifestazioni di piazza, gli scontri, gli arresti, i morti. E sangue chiama altro sangue. Ecco perchè “tornare indietro non si può, o viviamo liberi o moriamo martiri per la libertà”, urla Mahammad, giovane rivoluzionario, in una manifestazione anti-militari al Cairo. Sembra quasi rispondergli il giorno dopo il ministero dell'Interno, Mohammad Ibrahim, che alla domanda di un giornalista su come intende fermare le manifestazioni: “Faremo tutto il possibile per fermare le continue manifestazioni di estremismo in piazza, nessuna opzione è esclusa”.

 

 //Moschea del Cairo (agosto 2013)Moschea del Cairo (agosto 2013)

 


 

Omar Abdel Aziz

09/09/2013