Reportage nella comunità egiziana d'Italia divisa tra Morsi e Sisi | Omar Abdel Aziz, comunità egiziana, A mba Kyrillos, Morsiel, Adly Mansur, Mahammad Naguib, Adel Ameer, Sisi, Basem Yusef
Reportage nella comunità egiziana d'Italia divisa tra Morsi e Sisi Stampa
Omar Abdel Aziz   

Reportage nella comunità egiziana d'Italia divisa tra Morsi e Sisi | Omar Abdel Aziz, comunità egiziana, A mba Kyrillos, Morsiel, Adly Mansur, Mahammad Naguib, Adel Ameer, Sisi, Basem Yusef

Moschea di Milano, venerdì 22 novembre. Sameh e Amr, studenti universitari e figli di immigrati egiziani, parlano di politica appena fuori i cancelli della moschea. Yasin, un siriano, li ascolta in silenzio. E’ venerdì e i musulmani oggi si riuniscono per la preghiera comune. Accanto a Sameh e Amr, altri fedeli discutono, sempre di politica, bevendo i the arabi. Entrare in una moschea il venerdì, prima della preghiera, è come partecipare ad un talk show: i siriani parlano di Assad e della guerra in corso, gli egiziani dei Fratelli Musulmani e dei militari, i marocchini del re, i libici delle milizie armate di Bengasi. Gruppi di tre o quattro, a volte divisi ma spesso misti per nazionalità, discutono animatamente. Ognuno fa il tifo per la propria fazione, chi sostiene i militari e chi gli islamisti. “A me pare una guerra politica per chi riesce a rubare la poltrona all’altro, dice Sameh. “Ma che dici? - lo interrompe Amr - i Fratelli e tanti altri fanno bene ad opporsi ai militari, il problema è che le manifestazioni non servono a niente, dopo cinque mesi nulla è cambiato”. “Appunto e io cosa sto dicendo? - risponde Sameh - alla fine la crisi economica la subisce il popolo, che rimane fregato, come sempre”. La voce del muezzin interrompe il discorso dei due e chiama alla preghiera i fedeli. L’Imam, che è la figura che tiene il sermone e guida la veglia religiosa, parla della necessità di pregare e chiedere aiuto a Dio per chi è in carcere nei paesi arabi. “O Dio aiuta i nostri fratelli in Egitto, in Siria, in Marocco e in tutti i paesi islamici” e i fedeli in coro, a bassa voce, dicono “Amen”.

Finita la seduta religiosa, appena usciti dalla sala preghiera, scoppiano accese discussioni, questa volta è Yasin, che prima era rimasto in silenzio, a rilanciare: “Guarda che le cose non stanno come dici tu, Morsi è un grande uomo e ha governato bene, mia moglie e mia figlia sono in Egitto e quando c’era Morsi stavano benissimo, ora in giro insultano i siriani”. Sameh fa una smorfia di dissenso: “Ma nulla è cambiato, con Morsi c’erano i morti, nell’Ittihadya e a Mahammad Mahmud (due episodi dove ci sono stati scontri tra sostenitori di Morsi e oppositori ndr) e ora ci sono i morti a Rabaa Adaweia, Nahda e altre piazze, sempre la solita storia. Io non sono né con i Fratelli né con i militari”. “Allora sei un fulul!” (uno del vecchio regime di Mubarak) gli urla scherzosamente Hasan Abdallah, anche lui egiziano, entrato nel gruppo. Tutti scoppiano a ridere.

Non c’è moschea frequentata da arabi a Milano, a Torino, a Reggio Emilia come a Roma dove non si discuta di politica araba. Ne ho visitate tante di moschee e sembrano tutte dei comitati permanenti di politica. Si parla di Palestina, Tunisia, Marocco, Siria, ma tra tutti, l'Egitto è al primo posto. Tutti hanno un’opinione in merito e tutti si buttano nella discussione, anche bengalesi, pakistani, turchi.

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Milano la capitale dell’attivismo politico egiziano

Milano è la città che accoglie la più grande comunità di egiziani: su un totale di circa 110 mila egiziani in Italia, dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, a Milano e provincia ne risiedono circa 50 mila. Poi viene Roma, con 12mila residenti, Brescia con 7 mila, Torino con 5mila. Questo spiega perché proprio a Milano si concentri un così forte dibattito tra egiziani, dentro e fuori le moschee, dentro e fuori le chiese copte. Perché a parlare di Egitto non ci sono solo gli egiziani musulmani, ma anche i copti. La diocesi meneghina, diretta dal vescovo Amba Kyrillos, conta 14mila fedeli, un'importante minoranza.

E’ qui, a Milano, che nascono, crescono e lavorano le principali organizzazioni di attivisti egiziani a sostegno di quella o altra fazione politica egiziana. A sostegno del deposto presidente Morsi è presente da qualche mese il “Comitato Libertà e Democrazia per l’Egitto”. Il comitato, diretto da un ragazzo di seconda generazione, Ahmed Abdel, si dirama in due sezioni: la sede centrale è a Milano, mentre un'altra sezione da poco aperta, si trova a Roma. Sono protagonisti negli ultimi mesi di diverse manifestazioni a Milano, Roma, Sassuolo e Reggio Emilia. “Raggruppiamo tutti coloro che credono nella democrazia e che si oppongono ai militari al potere.Tra noi ci sono i simpatizzanti dei Fratelli Musulmani, i nasseriani, i laici”, mi spiega Ahmed, anche se nelle loro manifestazioni si vedono più foto di Morsi e slogan di Rabaa Adaweia, che immagini di Nasser e di Mahammad Naguib. Pochi insomma i ragazzi come Sameh, che non stanno né con Morsi né con Sisi e tanti, circa un migliaio, i sostenitori del deposto presidente egiziano che rispondono agli appelli del comitato. Magdi Hussein, un uomo sulla cinquantina, durante una loro manifestazione mi spiega: “Va bene manifestare, ma senza una strategia politica del dopo, in Egitto dove credono di andare? Noi qui manifestiamo simbolicamente, ma lì dove possono davvero cambiare le cose, purtroppo sono fermi sulle solite manifestazioni. Come si fa a nominare capo delle Forze Armate Sisi, senza neanche rendersi conto chi era questo personaggio?”. Gli risponde Sayed Hamidi, anche lui egiziano, della stessa età di Magdi: “E cosa doveva fare il nostro presidente? non sapeva certo del complotto, altrimenti non l'avrebbe nominato”. “Io questo la chiamo stupidità politica”, rincara Magdi.

 

Copti a sostegno di Adly Mansur

I sostenitori del nuovo corso militar-popolare di Adly Mansur sono invece i copti egiziani, la maggior parte giovani, che attraverso la loro pagina facebook commentano, discutono e indicono manifestazioni a favore del nuovo governo egiziano.

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A giugno, prima della caduta di Morsi, hanno fatto una manifestazione a Milano dove chiedevano la caduta e il processo degli uomini del regime Morsi, “un regime nazista” come scritto in un loro striscione. “Morsi in carcere si comporta come un bambino capriccioso, incapace di riconoscere che la sua era è finita” o anche “ Forza Sisi, siamo con te contro il terrorismo” : sono solo alcune delle frasi che i ragazzi copti postano sul loro profilo facebook "copti di Milano". Pochi nella comunità vogliono parlare. Ho chiesto a diverse famiglie copte, ma tutte per diversi motivi hanno preferito non rilasciarmi interviste. Sono le figure religiose, le guide della comunità copta milanese, a mostrarsi più aperte e anche più caute nei toni rispetto ai giovani: “Noi crediamo nella forza del popolo egiziano; pensiamo sia in grado di superare questa difficile prova, quella dell'unità nazionale e della lotta all'estremismo - dice il vescovo Kyrillos - Per questo siamo al fianco delle forze dell'ordine e dell'esercito affinché possano, non solo garantire la sicurezza dei fedeli copti in Egitto, che vengono perseguitati, ma anche ridare stabilità al paese”.      

 

La comunità egiziana a Torino e Roma  

Porta Palazzo è il quartiere più multietnico di Torino. Camminando tra i caseggiati sembra di essere a Rabat o al Cairo: Suq arabi, bancarelle, ristoranti mediorientali, negozi con scritte in arabo. E' in questo quartiere che si concentra la quarta comunità egiziana per numero. I 5mila egiziani che vivono a Torino e provincia animano una grande comunità immigrata dove però sono i marocchini la maggioranza. E questo impatta, non poco, nei dibattiti che i fedeli musulmani fanno nelle moschee concentrate in questo quartiere multietnico. Si parla certo di Egitto, ma non come a Milano o a Roma. I più attivi qui, nella comunità egiziana, sono ancora i giovani. Ma, mentre a Milano spopolano i sostenitori di Morsi, qui a Torino sembrano esserci ben altre tendenze politiche. Khaled al Sadat e Mosaab Hamad sono due ragazzi universitari egiziani. Sono i leader a Torino della sezione locale dei Giovani Musulmani d'Italia, un'associazione di promozione giovanile che unisce i giovani di fede islamica. “I Fratelli Musulmani hanno perso sotto la pressione popolare e sono caduti, che se ne facciano una ragione - mi dice Khaled al Sadat - Bisogna ripartire dal popolo, coinvolgere il popolo, davvero, nel processo democratico”. Mosaab lo interrompe “democrazia è far sentire agli egiziani che la politica è un bene comune, cui tutti possono contribuire, non una guerra di posizioni, di interessi”. Sia Khaled, che Mosaab, come Sameh di Milano, non fanno il tifo per i militari ma non credono neanche che la soluzione della crisi egiziana sia far tornare Morsi al potere: “Morsi non tornerà, ha fatto il suo periodo politico, giusto o sbagliato che sia, è acqua passata, ora si riapre una partita nuova, una nuova battaglia per raggiungere quei tre obbiettivi per i quali tutti abbiamo applaudito alla rivoluzione contro Mubarak: pane, libertà e giustizia sociale”.

Adel Ameer è un elegante signore egiziano sulla settantina e a Roma è il rappresentante della comunità egiziana locale. Lui è dichiaratamente contro i Fratelli Musulmani e crede fermamente in Adly Mansur e nel generale Sisi. “Le manifestazioni del 30 giugno che hanno fatto cadere il dittatore Morsi non erano semplici manifestazioni, erano una vera e propria rivoluzione di popolo. Con una differenza però. Nel 2011 siamo scesi per chiedere migliori condizioni di vita, il 30 giugno invece abbiamo riempito le piazze per chiedere libertà. Questi Fratelli Musulmani sono estremisti, terroristi: chi credi che siano i mandanti degli attentati che stanno insanguinando l'Egitto? e il terrorismo in Sinai? - chiosa Adel - Sono loro, incapaci di riprendersi il potere politicamente, a utilizzare le armi”. Secondo Adel, Adly Mansur e Sisi sono degli statisti “persone perbene, che hanno un largo consenso popolare e che ci stanno ridando dignità e libertà, non come Morsi che voleva venderci a Hamas e AlQaeda”. E quando gli chiedo perché il premio Nobel per la pace Baradai sia stato incriminato per tradimento, dopo essersi rifiutato di liberare con la forza la piazza di Rabaa Adaweia, mi risponde che lui “non è un uomo di polso; con gli estremisti bisogna avere mano dura, mentre Baradai era troppo vicino agli americani che appunto credevano in una mediazione con gli islamisti, ma con gli assassini non si tratta”. E' duro Adel, netto. Come Adel, a Roma ce ne sono tanti. La comunità romana qui è divisa, direi quasi lacerata, dalle divisioni politiche. Uno scontro che non si ferma alle parole: un mese fa nella festa islamica del Sacrificio, fuori dalla moschea grande di Roma, simpatizzanti di Morsi e Sisi si sono menati. I primi, appena fuori il recinto della moschea, facevano quattro con la mano (simbolo di Rabaa Adaweia) e i secondi il segno di V come vittoria, simbolo dei sostenitori di Sisi. Sono partiti spintoni, sputi, schiaffi ed è dovuta intervenire la polizia per dividerli.

 

Grande dibattito pochi partecipanti

Tra Milano, Torino e Roma gli egiziani che si buttano nell'arena politica sono tanti. Ma ad uno sguardo più attento balza agli occhi un dato: i sostenitori di Morsi, come quelli di Sisi, che scendono in piazza e animano i dibattiti sui social network, sommando musulmani e copti, sono in totale pressa poco qualche migliaio, lo zoccolo duro della militanza politica. Sullo sfondo di questa partita politica, di questo scontro tra le parti, inerte e silenziosa, siede la maggioranza degli egiziani in Italia: circa 100 mila che non esprimono alcuna opinione, non scendono in piazza, non prendono posizione. Una maggioranza silenziosa. Difficile capirne le motivazioni.   In questo viaggio nelle comunità di Milano, Torino e Roma, è il dato che più colpisce e forse racconta, in parte, la disaffezione degli egiziani per la politica, dopo 30anni di dittatura, di violenze, di silenzi forzati.

 

Milano e Roma si contendono gli attivisti egiziani

Tra i rappresentanti delle due comunità egiziane di Milano e Roma non corre buon sangue. Ahmed Abdel, portavoce di Milano del comitato egiziano pro Morsi e Adel Ameer referente della comunità egiziana romana vicino a Sisi, non si sono mai parlati. Forse perché non ne hanno bisogno. Più importante delle parole, ci sono le manifestazioni con le quali i due schieramenti cercano di conquistare quella fetta, e sono la maggioranza in Italia, di egiziani che non hanno ancora preso una posizione politica chiara. E' sui numeri che i due leader dei movimenti si scontrano: “Qui a Roma a sostenere Adly Mansur e il generale Sisi siamo il 90%, i rimanenti sono i sostenitori di Morsi, che peraltro non sono neanche egiziani, sono tunisini, marocchini, siriani”, mi spiega al telefono Adel Ameer. ”Semmai è il contrario”, ribatte Ahmed, “a Roma abbiamo aperto una nuova sezione del comitato e mi pare che con Ameer ci siano ben pochi sostenitori dei militari”. E rincara la dose Sara Said, da poco referente a Roma del comitato, “Adel Ameer neanche rappresenta gli egiziani di Roma, rappresenta solo se stesso”. Sembra quasi risponderle Gehad, una ragazza attiva con Adel, che mi racconta così la situazione romana: “I sostenitori di Morsi sono contati, li trovi alla moschea di Centocelle, nel quartiere multietnico: saranno sì e no un centinaio; fuori dal quel quartiere, noi rappresentiamo l'80% degli egiziani a Roma”.

 

Il nodo dello scontro

E' a Roma appunto, che negli ultimi mesi, si sta combattendo una guerra politica tra i due fronti: con Ameer che promuove convegni pro governo egiziano nelle università capitoline, e Ahmed che negli ultimi mesi sta cercando di intensificare la presenza del comitato nella capitale, nel tentativo di dare più visibilità al movimento e di conquistare nuovi militanti per la causa. Roma è il terreno di scontro perché è la capitale. A Milano il comitato non ha concorrenti, seppur in minoranza rispetto alla maggioranza indifferente di egiziani. I sostenitori di Sisi in città sono pochi e non hanno una organizzazione vera e propria, come invece nella capitale.

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Vincere consenso grazie alla comicità

Basem Yusef, famoso comico egiziano, è seguito da milioni di fans in Egitto come all'estero perché riesce con le sue battute a raccontare la politica facendo riflettere, ridere, stupire. In politica la comicità è un'arma geniale per mostrare le proprie opinioni, ridicolizzare l'avversario, dimostrare la propria creatività. A volte basta solo una battuta, per conquistare le simpatie del pubblico e passare per "il simpatico" e per "il bravo". E così, anche in Italia i sostenitori di Morsi come quelli di Sisi hanno capito il meccanismo e utilizzano la comicità per fare propaganda sui social network.


 

Omar Abdel Aziz

02/12/2013