I media in Egitto più “realisti” del re | Medit, Bassem Youssef, Adly Mansour, Sameh Seif al-Yazal, Mohamed Morsi, Al-Ahram, Fratelli musulmani, Khaled al Sergany
I media in Egitto più “realisti” del re Stampa
Dina Kabil/Medit   

//Bassem YoussefBassem YoussefIl torrente di collera che ha seguito la trasmissione politica satirica “Il Programma” di Bassem Youssef riassume lo stato attuale della libertà di espressione nei media egiziani, e soprattutto la polarizzazione che contrassegna l’opinione pubblica dopo il 30 giugno. Tutto nero o tutto bianco: glorificare l’icona di Al-Sissi, il ministro della Difesa, riconosciuto da milioni di egiziani come il salvatore nei confronti del potere islamista, oppure qualificare il 30 giugno come un colpo di Stato e allinearsi ai clan dei Fratelli musulmani.

La prima trasmissione di al-Bernameg, dopo un’interruzione di quattro mesi, ha cristallizzato questa crisi: si tratta di un colpo di Stato o invece di una seconda immensa ondata popolare della rivoluzione del 25 gennaio? Il John Stewart egiziano, che figura nella lista delle cento personalità più influenti del 2013 stilata dal settimanale americano Time, non ha risparmiato nessuno con la sua satira, nemmeno il discorso di Al Sissi né del presidente ad interim Adly Mansour. All’indomani della trasmissione si sono accumulate molte denunce contro di lui, accusandolo, tra l’altro, di “nuocere all’immagine dell’Egitto davanti al mondo e all’opinione pubblica e di minacciare la sicurezza pubblica”. Il generale Sameh Seif al-Yazal, direttore del Centro al-Gomhoureya per gli studi sulla sicurezza è arrivato a ritenere che questa trasmissione colpisca direttamente la persona del direttore generale delle Forze armate, dichiarando che “ciò va nell’interesse dei Fratelli musulmani”. Uno stato di cose in cui non si possono dimenticare le antiche collere, poiché Bassem Youssef era stato arrestato, e poi liberato sotto cauzione il 31 marzo scorso, durante il governo del presidente Mohamed Morsi, dopo una denuncia depositata da un avvocato per “aver insultato il presidente – schernendo la sua immagine all’estero – e la religione, nonché aver dileggiato il rito della preghiera”.

//Il popolo vuole epurare la TVIl popolo vuole epurare la TVDa parte sua e contro ogni previsione, l’amministrazione della rete dei canali CBC su cui “Il Programma” va in onda, ha pubblicato un comunicato in cui conferma che continuerà a sostenere la volontà del popolo egiziano e che cercherà di non utilizzare termini, allusioni o scene che potrebbero ferire i sentimenti del popolo o nuocere ai simboli dello Stato. Alla fine CBC ha sospeso il popolare show satirico dopo che il secondo episodio della terza stagione ha rivelato che “è stata violata la nostra linea editoriale”.

La crisi scoppiata per una trasmissione, satirica per definizione, diretta a una società che apprezza le battute di Bassem Youssef, riflette la sfida della libertà di espressione in Egitto, dopo il 30 giugno. Quanto ai Fratelli musulmani, cinque reti satellitari sono state chiuse dopo la destituzione di Mohamed Morsi il 3 luglio 2013. Sul fronte liberale, grandi figure dei talk show come Yousri Fouda e Rim Magued del canale privato ONTV, che hanno sostenuto fin dall’inizio la rivoluzione del 25 gennaio, hanno fatto la scelta di tacere. Come se un contratto non scritto incitasse i personaggi dei media a entrare nel gioco del potere oppure a ritirarsi completamente dalla scena.

 

//I graffiti scendono in stradaI graffiti scendono in stradaNuovi sintomi: polarizzazione e autocensura

Ci sono cambiamenti radicali portati dalla rivoluzione? L’organizzazione del mondo mediatico non è cambiato: da una parte i giornali nazionali e l’Unione della Radio e della Televisione egiziana (URTE) che sono sempre i portavoce del potere in carica, dall’altro le istituzioni private cosiddette indipendenti. E’ vero che nuovi giornali e canali sono stati lanciati dopo il 25 gennaio, come il quotidiano al- Tahrir e la Tv che porta lo stesso nome, quello della famosa piazza icona della rivoluzione, il quotidiano al Watan, la rete al Nahar o Sadal Balad. E persino il quotidiano al Shorouk, che esisteva dal 2009, si è convertito momentaneamente, dopo il 25 gennaio 2011, alla difesa degli obiettivi della rivoluzione. Ma numerosi giornali o reti private non hanno tardato ad allinearsi dalla parte dei Fratelli musulmani e, quando sono scoppiate le manifestazioni del 30 giugno contro il potere islamico, i magnati della stampa hanno partecipato alla crisi politica. In maggioranza uomini d’affari, essi rappresentano le forze della contro rivoluzione che vogliono restaurare il vecchio regime, imporre di nuovo i tabù e “orientare” in qualche modo l’opinione pubblica, in funzione dei loro interessi personali. “I media sono entrati nel gioco della polarizzazione a detrimento della professionalità”, spiega Karim Abdel Radi, ricercatore nella Rete araba per l’informazione dei diritti dell’uomo (NHRI).

Nella sua ricerca sui media dopo il 30 giugno, è arrivato alla conclusione che questi si adattano alla tendenza del potere, concordando che i Fratelli sono il nemico e i rappresentanti del terrorismo che bisogna combattere. Si deve dunque constatare che tutti i media, tradizionali o satellitari, la stampa scritta e audiovisiva, durante la copertura delle repressioni sanguinose del sit-in di Rabea al Adawiya hanno esibito varianti dello stesso tema: la guerra contro il terrorismo.

Attualmente sembra delinearsi una nuova linea: sottomettersi al clima generale e auto censurarsi. “Il plafond della libertà si è ristretto nella stampa indipendente dopo il 30 giugno, in primo luogo per considerazioni finanziarie - sottolinea Khaled al Sergany, editorialista del quotidiano nazionale Al-Ahram ed esperto mediatico –. I dirigenti dei giornali che prima hanno concesso un margine di libertà, sotto il governo di Mohamed Morsi, hanno convenuto di non opporsi al potere in carica e nemmeno ai membri del governo”.

Quanto alle linee rosse da non oltrepassare, sono gli editori dei giornali che le stabiliscono e non il potere. Molti osservatori condividono questa analisi. “E’ il clima fascista che influenza i dirigenti delle società editrici”, sottolinea al-Sergany facendo l’esempio delle rubriche di alcuni scrittori sostenitori dei Fratelli musulmani che sono stati vietati a più riprese dal quotidiano al- Shorouk, senza il minimo intervento del potere. Se esiste un margine di libertà, insiste Abdel Radi, non è dovuto a una volontà politica del cambiamento. Sono i media che si sono accaparrati questo margine dopo il 25 gennaio. “Si tratta di soddisfare il clima generale e di essere sulla stessa lunghezza d’onda del giornalismo sociale su Youtube e sui blog”, afferma il giovane ricercatore.

 

La legislazione relativa all’informazione: lo status quo

Khaled al Sergany riconosce che i media non sono evoluti dopo la rivoluzione del 2011: “Abbiamo lasciato sfuggire le opportunità del cambiamento. Non dimentichiamo che è nel periodo di transizione del potere che gli apparati della polizia e dei media sono i primi a essere ristrutturati, come è successo in altri paesi che hanno conosciuto dei sollevamenti popolari.

//Sit-in per il 2° anno della RivoluzioneSit-in per il 2° anno della RivoluzionePertanto in Egitto, tutto resta nelle mani dello Stato che controlla i permessi per lanciare dei nuovi giornali, televisioni o radio”. Tuttavia, al Sergany nota che una delle opportunità del dopo 30 giugno è la modifica della legge che regola l’Alto Consiglio della stampa che prevedeva che i membri fossero nominati dal presidente dello Stato e vicini al partito al potere. I giornali nazionali erano così gestiti dal Consiglio consultivo, quindi da una maggioranza parlamentare che orientava l’informazione secondo i propri interessi. La modifica è avvenuta all’indomani del 30 giugno: i membri del Consiglio sono ormai degli specialisti, in numero di 15. Il sequestro del Consiglio consultivo sulla stampa statale è terminato e la gestione dei giornali nazionali è ora affidata all’Alto Consiglio della stampa. Ma la situazione resta tuttavia sclerotizzata.

Quanto alle punizioni e alla prigione in seguito a processi su pubblicazioni, entrambe restano in vigore senza alcun cambiamento delle leggi. Il giornalista Ahmed Abou Derae, il primo a essere portato davanti a un tribunale militare dopo il 30 giugno, è accusato di aver pubblicato informazioni false sulle forze armate. Ma la notizia recente, secondo Abdel Radi, è che i giornalisti sono arrestati il più sovente alla rinfusa, senza una vera accusa, non a causa della loro identità di giornalisti, ma per aver sostenuto una data forza politica nelle manifestazioni di massa o a causa della loro semplice presenza nei luoghi delle manifestazioni.

La sfida non sta nel margine di libertà accordato alla stampa, ma nella cacofonia che regge i media, come sintetizza al-Sergany, poiché la legge sulla libera circolazione delle informazioni non ha ancora visto la luce. “Il 90% delle informazioni sono inaccessibili, come gli attentati quotidiani che avvengono nel Sinai”, puntualizza Dina Samak, responsabile della rubrica News su Al-Ahram Online. Se prima della rivoluzione del 25 gennaio, era sostanzialmente impossibile ottenere notizie su una partita di football organizzata dalle forze armate, le altre fonti, come il ministero delle Finanze o dell’Industria, fornivano almeno delle informazioni. “Oggi, e durante i due periodi transitori, ogni informazione è considerata come proveniente da una fonte sovrana”, spiega Dina Samak. Si vede la famosa espressione invadere ossessivamente i giornali: “secondo una fonte che ha preferito serbare l’anonimato”. Per un ricercatore come Abdel Radi, la mancanza di informazioni affidabili è molto grave, soprattutto per quello che riguarda gli atti di violenza durante gli anni della rivoluzione. “All’origine è la riservatezza delle informazioni”, s’indigna Karim descrivendo la mentalità che regge lo Stato, ricordando l’interrogatorio e il licenziamento di un funzionario, da parte dell’organizzazione centrale di certificazione incaricata di controllare le fonti finanziarie dello Stato, poiché aveva osato rivendicare la ristrutturazione dell’istituzione.

Nonostante stia attraversando un periodo transitorio difficile, l'Egitto è sulla buona strada per formulare la costituzione e avere un parlamento eletto. L’avvenire della libertà di informazione è legata ai suoi professionisti: pretendere diritti e costruire dei media indipendenti o ritornare al modello della propaganda di Stato.

 


I media in Egitto più “realisti” del re | Medit, Bassem Youssef, Adly Mansour, Sameh Seif al-Yazal, Mohamed Morsi, Al-Ahram, Fratelli musulmani, Khaled al SerganyDina Kabil

Traduzione Stefanella Campana

dicembre 2013