Libertà di associazione. Egitto, minacciato il diritto ad associarsi | Medit, Amani Kandil, ONG Egitto, Mona Ezat, Khaled Abdel Hamid, Ahmed Douma, Sana Seif
Libertà di associazione. Egitto, minacciato il diritto ad associarsi Stampa
Dina Kabil/Medit   

Libertà di associazione. Egitto, minacciato il diritto ad associarsi | Medit, Amani Kandil, ONG Egitto, Mona Ezat, Khaled Abdel Hamid, Ahmed Douma, Sana Seif

IL CAIRO. In Egitto le associazioni sono impegnate in più di venti diversi settori, tra cui lo sviluppo culturale, economico, sociale, educativo, della salute, maternità, infanzia, pianificazione familiare, il campo dei diritti e delle libertà. Secondo Talaat Abdel Qawy, presidente dell’Unione generale delle Organizzazioni non governative, ne esistono tra le 45 e le 47 mila, mentre Amani Kandil, alla guida della rete araba delle Ong e autore di una mappatura delle Ong in Egitto negli anni Novanta, ne conta 42.600, comprese 820 specializzate nella difesa dei diritti. Mona Ezzat, fondatrice di Al-Mar’aa al-Gadida (“La nuova donna”) e coordinatrice nel 2007 di una campagna a favore del diritto di associazione, sostiene che è molto difficile fornire dati precisi poiché esistono organizzazioni di varia natura, da quelle che dipendono direttamente dal ministero della Solidarietà sociale, a quelle che sono iscritte al sindacato degli avvocati in quanto centri di diritto, a quelle della società civile. Tra l’altro, numerose Ong che operano nel campo dei diritti umani si sono trovate costrette a lavorare ‘sotto copertura’, presentandosi come uffici legali o imprese non a scopo di lucro per sfuggire alle restrizioni dello Stato.

Molti attivisti contestano l’attacco continuo alle associazioni non governative in seguito alla rivoluzione del 25 gennaio 2011 e ai progetti di legge che mirano non tanto a organizzare il loro lavoro ma a stringere il cappio sulle Ong. Esse sono minacciate da un decreto del ministero della Solidarietà che ha dato tempo fino al 10 novembre alle Ong non munite di statuto legale per regolarizzare la loro situazione: quelle che non lo faranno si esporranno alla chiusura o ad azioni legali. “Siamo principalmente contrari a due clausole del nuovo progetto di legge sulle Ong – precisa Mona Ezat. In primo luogo, quella sulle restrizioni ai finanziamenti e ai fondi che arrivano dall’esterno del paese (un modo di attentare alla reputazione delle associazioni e di rappresentare gli attivisti come nemici agli occhi della gente). La seconda vieta di operare senza l’autorizzazione preventiva del ministero della Solidarietà”. Un atteggiamento di chiusura che deriva dal regime di Mubarak. La ragione, secondo Mona Ezat, è semplice: “L’attuale regime non sopporta la critica e non vuole che le persone conoscano i loro diritti”.

In presenza di minacce all’esercizio delle libertà, in Egitto entra in gioco il ruolo delle organizzazioni non governative. La società civile può avere un ruolo di opposizione nei confronti – ad esempio – dei soprusi inflitti ai cittadini detenuti o almeno garantire loro un’assistenza medica e a condizioni umane nelle prigioni? La risposta sembra negativa. “Il dispotismo è arrivato a un punto tale da impedire a chiunque di assumere pienamente il proprio ruolo”, lamentano gli attivisti. Così i comitati del Consiglio Nazionale dei Diritti dell’Uomo (CNDU) – che si sono occupati di verificare le condizioni dei prigionieri vittime di tortura o di mancanza di cure mediche – non hanno potuto far pressione, né far sentire la loro voce. E questo nonostante il fatto che i membri del CNDU siano in maggioranza avvocati nominati dal Ministero della Solidarietà sociale.

Oggi le restrizioni aumentano nei confronti di ogni forma di organizzazione o di associazione. “Il conflitto attuale è tra lo stato e la società civile - sottolinea l’attivista Khaled Abdel Hamid, direttore di una Ong mediatica, Daam, che fornisce informazioni al pubblico – perché lo Stato mira a sottoporre tutte le Ong alla supervisione del ministero della Solidarietà sociale”. Si possono creare delle nuove Ong? Secondo Abdel Hamid, anche se si ottiene il consenso del ministero, si sarebbe sempre sottomessi alle sue condizioni e alla sua politica. “Le più sotto tiro sono le Ong che si occupano dei diritti della persona, che si occupano di politica. Cosa che non succede con le organizzazioni che dipendono dal movimento dei Fratelli musulmani e le migliaia di organizzazioni caritatevoli e sociali che non affrontano dei problemi concreti”, afferma Mona Ezzat.I media hanno riferito di accuse nei confronti di sei organizzazioni e centri per i diritti di ricevere dei fondi dall’estero mentre le stesse organizzazioni si battono contro le frodi elettorali o contro le ingiustizie nei confronti dei lavoratori.

Stanno per morire affinché noi possiamo vivere”, questa frase lanciata in segno di solidarietà con i detenuti che fanno lo sciopero della fame nelle prigioni egiziane, non è più un semplice slogan adottato da attivisti, giornalisti e avvocati coinvolti in una campagna che chiede giustizia nei confronti di centinaia di egiziani detenuti per aver infranto una legge che vieta ogni forma di manifestazione. Oggi, i detenuti per reati di opinione rischiano continuamente di morire nei loro luoghi di detenzione, le loro condizioni di salute sono precarie e le autorità giuridico-penitenziarie si rifiutano di trasferirli in ospedale. //Ahmed DoumaAhmed DoumaQuesto è il caso di Ahmed Douma, blogger e co-fondatore del movimento giovanile “6 Aprile”, che sconta una pena di tre anni per “trasgressione della legge sulle manifestazioni” e che è in sciopero della fame dal 28 agosto scorso. Molte voci di giuristi e avvocati si sono levate per esigere che venga curato in ospedale, scontrandosi con l’intransigenza del giudice che ha deciso che Douma uscirà dalla sua cella solo su sua autorizzazione. Diversi attivisti hanno reagito lanciando una “campagna da un milione di firme” su Facebook per la sua liberazione. Avvocati e attivisti hanno depositato dei ricorsi al Procuratore generale che accusano di “assassinio premeditato” il giudice che ha rifiutato le cure ospedaliere a Ahmed Douma.

La decisione del giudice mostra le gravi scorrettezze della magistratura negli ultimi tempi, scorrettezze che non hanno mancato di suscitare l’ironia dei giovani sui social network: sono stati denunciati “i giudizi della magistratura altezzosa” e la loro non conformità alla lettera e allo spirito della legge. Si è ironizzato anche sul primato delle decisioni politiche rispetto alle sentenze giudiziarie. Oggi è chiaro che la legge promulgata nel novembre 2013 sotto il titolo “legge per regolamentare le manifestazioni” in realtà non fa altro che proibirle attraverso restrizioni e condizioni arbitrarie in base alle quali anche la riunione pacifica di più di dieci persone è una ‘folla’ che deve ottemperare alle prescrizioni della legge. In realtà, l’obiettivo è di porre fine definitivamente alle proteste, allontanarne i leader e tornare alla situazione prevalente prima della rivoluzione del 26 gennaio.

“Gettare in prigione i giovani della rivoluzione per aver trasgredito la legge sulle manifestazioni è una ritorsione politica senza alcuna relazione con la legge né con la giustizia”, dichiara Hamada Noubi, che con Alaa Abdelfateh e Wael Metouali forma il cosiddetto trio del Consiglio della Shoura (la Camera alta del Parlamento). I tre sono stati condannati a 15 anni di prigione per aver contravvenuto alla ‘protest law’: sono stati condannati in contumacia, essendo arrivati in ritardo in tribunale a causa di una manifestazione davanti al Consiglio della Shoura. Si trattava di una protesta tenutasi durante la scrittura della nuova costituzione, nella quale si manifestava il rifiuto di sottomettere i civili alla giurisdizione militare. Il trio ha iniziato uno sciopero della fame nell’ambito della campagna “#abbiamoraggiuntoillimite”, per poi essere rilasciati su cauzione di 15 mila dollari il 15 settembre scorso, e posti sotto controllo della polizia per 5 anni. Noubi deplora che “le autorità attuali, arrivate al potere dopo le grandi manifestazioni del 30 giugno, proibiscano di manifestare il dissenso, esattamente come avveniva nello stato di polizia che precedeva la rivoluzione, con gli stessi arresti arbitrari tra i rivoluzionari effettuati dalla Sicurezza dello Stato, le stesse detenzioni preventive senza capi d’accusa e giudizi e la stessa disattenzione nei confronti di chi fa lo sciopero della fame in prigione”.

La liberazione degli accusati dell’affaire del Consiglio della Shoura – seguita da quella di Mahinour El Masri, incriminato nel caso degli assassini di Khaled Said (che ha scatenato la rivoluzione del 25 gennaio) – è stata la miccia di un‘ondata di scioperi della fame sia nelle prigioni (da parte di 110 detenuti) che fuori, di circa mille sostenitori (giornalisti, avvocati, attivisti) dei diritti dei detenuti per reati d’opinione, secondo i dati raccolti al 29 settembre. Numerose campagne di sostegno sono nate a partire da semplici hashtag per poi estendersi e inglobare le campagne “contro la legge sulle manifestazioni”, “giornalisti contro la legge sulle manifestazioni”, “#pancevuote”, “#abbiamoraggiuntoillimite”. Gli attivisti hanno continuato a osservare uno sciopero simbolico in solidarietà con i detenuti rivendicando l’abrogazione della legge contro le manifestazioni, l’annullamento delle prassi di detenzione preventiva, il miglioramento delle condizioni dei detenuti, la revisione dei processi e la liberazione dei detenuti per reati di opinione. Le campagne “#abbiamoraggiuntoillimite” e “Libertà ai più coraggiosi” hanno richiamato la solidarietà internazionale nei confronti degli scioperi della fame di 24 ore del 9 e 10 ottobre nelle prigioni egiziane.

I detenuti nelle prigioni e gli attivisti in libertà hanno perso ogni speranza nell’equità della giustizia e dell’attuale potere. Non hanno che una possibilità: protestare pacificamente e rischiare la propria vita in questa battaglia delle “pance vuote”. Gli attivisti in libertà ripongono grandi speranze nella solidarietà internazionale per liberare i detenuti, come sottolinea Hedir Mehadaoui, uno dei responsabili della pagina “Libertà ai più coraggiosi”, richiamando la presa di posizione della deputata islandese Brigitta Jonsdottir, fondatrice di Beyond Borders Press che ha solidarizzato con i detenuti in sciopero della fame contro la legge sulle manifestazioni. Khaled Ali, avvocato e direttore del Centro egiziano dei diritti socio-economici afferma che la battaglia delle “pance vuote”, a cui ha partecipato con uno sciopero della fame di 48 ore, è stata vinta perché “ha permesso di diffondere il messaggio dei detenuti, risollevando loro il morale e facendo sentire loro che la loro causa e la loro libertà non sono state dimenticate”.

//Sana SeifSana SeifCome i 1600 detenuti palestinesi che hanno preso parte alla battaglia delle“pance vuote” nelle prigioni israeliane, i prigionieri egiziani si sono dati alla loro ultima battaglia pacifica dopo aver perso ogni speranza di far sentire la loro voce e di far prevalere la legge. È l’ultimo rischio preso seguendo l’esempio di Abdallah Shemi, il corrispondente di Al Jazeera imprigionato dopo il sit-in in piazza Rabaa* senza un capo d’accusa e liberato il 17 giugno dopo uno sciopero della fame di 5 mesi. Assumersi questo rischio può servire come nel caso di Shemi, oppure no come per Mohamed Sultane, il detenuto da più tempo in sciopero della fame, iniziato il 26 gennaio: l’amministrazione penitenziaria non ha risposto agli appelli perché venisse curato. Eppure non è stato accusato di aver infranto la legge sulle manifestazioni: è detenuto a titolo preventivo (anche se il ministro dell’Interno un mese fa ha negato questa realtà). Sultane è in prigione per il sit-in in piazza Rabaa e perché figlio del leader islamista Salah Sultane. Lo sciopero della fame può riuscire, come per Noubi, Ouael Metouali e Alan Abdelfattah e può fallire come per la sorella di quest’ultimo Sana Seif, che ha 20 anni e fa lo sciopero della fame da un mese dopo aver partecipato alla manifestazione internazionale di solidarietà con i prigionieri e per la liberazione dei detenuti di opinione. “Non c’è nulla di logico dietro a questi fatti”, dice Ahdef Souief, che consacra da mesi la sua rubrica settimanale sul giornale Al Chourouq alla difesa della rivoluzione e dei suoi detenuti che, nonostante l’oppressione, con i loro corpi fragili dicono che non sono ancora stati vinti.

La società civile non si è accontentata di organizzare scioperi della fame e manifestazioni di solidarietà con i detenuti, solidarizzando con le loro rivendicazioni. Gli avvocati Tarak Aouadhi, Mohamed Adel e soprattutto Khaled Ali, direttore del Centro egiziano dei diritti socio-economici e già candidato alle Presidenziali hanno sollevato l’ipotesi di incostituzionalità per due articoli della legge sulle manifestazioni, e precisamente gli articoli 8 e 10. Khaled Ali sostiene che per quanto riguarda l’organizzazione di manifestazioni, la costituzione sancisce che basta avvisare il ministro dell’Interno della data e luogo della manifestazione, ma la legge ha trasformato la comunicazione in autorizzazione, il che è ben diverso. “Questo è illogico perché le manifestazioni possono essere contro lo stesso ministero dell’Interno a cui tocca applicare la legge”. L’articolo 73 della costituzione del 2014 prevede che “I cittadini hanno il diritto di organizzare riunioni pubbliche, feste, e qualunque protesta pacifica. Non è permesso portare armi di nessun tipo. [I cittadini] devono presentare un avviso secondo la procedura legale. Il diritto alle riunioni private è garantito e non sono sottomesse a preavvisi. Le forze dell’ordine non possono prendervi parte né metterle sotto sorveglianza o ascolto”.

Khaled Ali sottolinea la contraddizione tra la legge che regola le manifestazioni, promulgata il 24 novembre 2013 dal presidente provvisorio Adli Mansour, e il testo della Costituzione. Ali presenta una proposta secondo cui l’avviso va presentato al governatore o a un altro rappresentante del potere esecutivo e non al ministro dell’Interno a cui spetta di applicare la legge. Khaled Ali, che ha una lunga esperienza di attivismo, nell’ambito dei diritti degli operai o della restituzione al settore pubblico di società privatizzate, prevede di ottenere una sentenza costituzionale favorevole per quanto riguarda l’articolo 10 della legge che regola le manifestazioni.

Che ne pensa la gente? Ci si rende conto della frustrazione che provano i giovani e che tutti i cittadini vogliono esprimere la propria opinione o protestare? La professoressa Leyla Souif, madre di due attivisti detenuti, Alaa Abdelfattah (liberato dopo qualche settimana) e di Sana Seyf (detenuta per la marcia al palazzo presidenziale) risponde a questi interrogativi. Sostiene che le famiglie di molti detenuti hanno appoggiato la candidatura di Al Sissi alla presidenza scoprendo oggi la recrudescenza delle ingiustizie nei confronti dei propri figli: “Non eravamo al corrente di tanta ingiustizia”. Khaled Ali spiega che quando l’équipe degli avvocati si è mossa per sostenere i diritti dei detenuti alle cure mediche e a trattamenti umani, ha raccolto le simpatie della popolazione, attraverso le mobilitazioni in strada al grido “libertà per i detenuti” perché “la gente aspira sempre alla libertà, alla fine delle ingiustizie. Non va dimenticato il ruolo dei media che oggi danno un’immagine deformata della realtà. Ed è meglio non dimenticare il ruolo di comitati che in internet s’infiltrano nelle pagine dei social network per orientare e manipolare l’opinione pubblica come vogliono”.

Le campagne si moltiplicano sui social network; gli attivisti inventano ogni giorno nuove forme di espressione perché non si rassegnano a perdere la speranza, senza la quale l’Egitto si trasformerebbe in una grande prigione. Gli attivisti riprendono ogni volta la canzone di Cheikh Imam che canta le parole del poeta Zine al Abidine Foued: “Gli innamorati si sono riuniti alla prigione della Cittadella, si sono riuniti alla Porta d’El Khalq, quando il sole è un canto che esce dalle celle e l’Egitto è un canto radicato in gola. Gli innamorati si sono riuniti alla prigione della Cittadella. Che importa la durata della detenzione, che importa la repressione, che importa la distanza che separa i carcerieri dall’alba. Chi può, anche solo per un’ora, mettere l’Egitto in prigione? Nessuno!”

*(la protesta, duramente repressa, di migliaia di manifestanti pro-Morsi svoltasi il 14 agosto 2013: quasi mille egiziani sono stati uccisi).

//  Militari egiziani circondano di filo spinato la Suprema Corte Costituzionale del Cairo,  agosto 2013 - (Credits: Virginie Nguyen Hoang /AFP /Getty Images) Militari egiziani circondano di filo spinato la Suprema Corte Costituzionale del Cairo, agosto 2013 - (Credits: Virginie Nguyen Hoang /AFP /Getty Images) 


 

Libertà di associazione. Egitto, minacciato il diritto ad associarsi | Medit, Amani Kandil, ONG Egitto, Mona Ezat, Khaled Abdel Hamid, Ahmed Douma, Sana SeifDina Kabil

Novembre 2014

Traduzione dal francese di Stefanella Campana