La difficile transizione | François Crépeau, Dimitris Avramopoulos, Barbara Molinario, UNHCR, Gamal Abdel Nasser, Cairo, Sinai, Tom Rollins, Mada Masr, Ebticar
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Tom Rollins   

Alessandria. Dallo scorso anno, le vie laterali che portano in Gamal Abdel Nasser Street, la strada principale del quartiere alessandrino orientale di Mandara, hanno visto centinaia di rifugiati e richiedenti asilo trasportati avanti e indietro in microbus epulmini scuri. I trafficanti li terrebbero in appartamenti affittati per una sola notte, prima di buttarli in mezzo alla campagna, nascosti dall’oscurità, per raggiungere le imbarcazioni.

La difficile transizione | François Crépeau, Dimitris Avramopoulos, Barbara Molinario, UNHCR, Gamal Abdel Nasser, Cairo, Sinai, Tom Rollins, Mada Masr, Ebticar

Decine di rifugiati intervistati da Mada Masr hanno parlato di Gamal Abdel Nasser Street come di una fermata lungo i loro viaggi da Homs a Monaco, da Khartoum a Oslo, da Asmara a Stoccolma.

Reem, originaria di Damasco, lavora ad un’organizzazione siriana molto radicata in questo quartiere alessandrino, che nel corso degli ultimi anni è diventata una casa sia per i siriani che per le reti di contrabbando.

Souriyana, l'associazione che ha co-fondato, si rivolge soprattutto alle donne siriane e ai bambini. Ogni settimana, gli studenti passano da qui per ricevere lezioni private a prezzo ridotto. Una volta alla settimana, le donne siriane partecipano al "Sit al-Sham", dove cucinano cibo tradizionale e si incontrano con le donne egiziane locali per creare dei collegamenti tra le due comunità.

Le pareti hanno ancora i decori di una festa fatta da alcuni bambini per l’Eid (la celebrazione della fine del Ramadan, n.d.T.). Le parole "Bayt Souriyana", su una delle pareti,sono scritte in lettere scintillanti ritagliate con le forbici.

"Comprendiamo le esigenze delle persone che ci circondano e sappiamo quanto stanno soffrendo in questo momento", spiega Reem. Molti siriani in Egitto, ormai al loro terzo o quarto anno di diaspora, si stanno confrontando con fattori di spinta sempre più pressanti che alimentano i flussi migratori: istruzione, sanità, lavoro e preoccupazioni generali riguardo al futuro.

L'assistenza internazionale è in calo, a causa della crisi dei finanziamenti che hanno fatto sì che l’operazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) siriani fosse finanziata appena del 40 per cento quest’anno, ma le richieste socio-economiche restano.

"Tuttavia, ci proviamo", dice Reem alzando le spalle con un sorriso.

 

Il Mediterraneo non può più essere attraversato direttamente

Potrebbe non sembrare che anche lei stia progettando di lasciare l'Egitto come hanno fatto tanti siriani dal 2013 a oggi. Sembra relativamente inserita qui, o almeno molto impegnata. Eppure, mentre il tè comincia a bollire in cucina, ci parla apertamente del suo piano.

"Sto pensando anche io di partire", dice sorridendo. "Siamo bloccati qui, non perché vogliamo starci. Io vorrei andare in Turchia, incontrare la mia famiglia e raggiungere l’Europa".

Negli ultimi anni, Reem avrebbe probabilmentevoluto dirigersi più volte verso il Mediterraneo, a soli due minuti a piedi da qui, per intraprendere il suo viaggio verso l'Europa.

Per lungo tempo, quella rotta è stata battuta da migranti economici egiziani provenienti dai villaggi del nord e del sud del Paese diretti in Grecia e in Italia, soprattutto dopo che i sistemi di controllo delle frontiere in Libia erano stati rinforzati e avevano messo un freno alle traversate da lì. Passare dalla Libia all'Egitto spesso significava un tragitto più lungo, costoso e rischioso.

Ma ora, Reem vuole andare in Turchia e ha già incontrato alcuni contrabbandieri per poter valutare le diverse possibilità.

//UN barcone di migrantia arriva sull'isola graca di Kos il 15 agosto 2015. - Alexander Zemlianichenko/AP/SIPAUN barcone di migrantia arriva sull'isola graca di Kos il 15 agosto 2015. - Alexander Zemlianichenko/AP/SIPA

"Sono già due o tre mesi che discutiamo con loro", dice. "Volevano convincerci il più possibile che tutto è sicuro, che puoi lasciare i soldi a una persona di fiducia e poi pagare una volta arrivato, che non ti succederà nulla [durante il viaggio] e così via".

Come Reem, altri siriani scelgono sempre più spesso la Turchia e la Grecia perché quelle rotte sono più sicure e quest’estate il Mediterraneo orientale (Turchia-Grecia) ha superato sia l’Egitto che la Libia diventando la principale rotta che rifugiati, richiedenti asilo e migranti seguono per andare in Europa.

"È più facile passare attraverso la Turchia perché... le difficoltà non sono come qui", spiega Reem, anche perché i cittadini siriani possono ancora volare in Turchia senza richiedere prima un visto. "Vai forse una o due ore in mare e niente di più. [Invece, partendo da] qui, si deve rimanere in mare per più di 10 giorni, o anche 15... e molte persone vengono arrestate. Il governo egiziano sta controllando il confine più di prima".

"La maggior parte delle persone cerca di arrivare in Europa il più presto possibile, perché ha paura che le frontiere verranno chiuse e allora nessuno sarà più in grado di andarsene", aggiunge Reem.

 

In Egitto chi parte rischia l’arresto

Secondo gli ultimi dati dell'UNHCR, il numero totale di individui arrestati per aver tentato di attraversare il Mediterraneo irregolarmente dall'inizio del 2015 ammonta a 2.320. La maggior parte dei rifugiati, richiedenti asilo e migranti detenuti sulla costa settentrionale del Paese è di nazionalità sudanese, per un totale di 935 persone. Seguono poi i siriani (507), i somali (475) e gli eritrei (178).

I ricercatori dell’Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR) e del Refugee Solidarity Movement (RSM), entrambi di Alessandria, invece, sostengono che il totale degli arresti per quest’anno abbia già superato le 3mila persone, più o meno la stessa cifra di tutto il 2014. E il numero è destinato ad aumentare ulteriormente.

Muhammad Kashef, che documenta la migrazione irregolare e la detenzione di immigrati sulla costa nord per l’PEIR ad Alessandria, racconta a Mada Masr: "Il maggior numero di migranti in carcere quest'anno è sudanese e non perché loro cercano di andare in Europa più dei siriani, ma perché la rete [di contrabbando] sta sperimentando nuovi percorsi lungo la costa nord. Prima passavano principalmente dalla Libia e dal Sinai, ma in questa stagione stanno iniziando ad andare in Europa dal Delta [del Nilo]".

E aggiunge che la costa nord rappresenta un cambiamento di percorso di queste reti, dovuto ai crescenti pericoli di transito attraverso la Libia, alla quasi chiusura del confine tra Egitto e Israele e all’aumento delle violenze nel nord del Sinai.

L'UNHCR e altre fonti hanno documentato che nel 2015 i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti sudanesi rappresentano il gruppo più numeroso in partenza dall'Egitto, più dei siriani o degli eritrei, che sono le due principali nazionalità che hanno attraversato il Mediterraneo nel 2014.

L’analisi dell'UNHCR si basa sulla presenza dei migranti irregolari detenuti nei centri di reclusione per immigrati dislocati nella costa nord del Paese, considerata un elemento rappresentativo dei flussi in generale, ma non è un criterio necessariamente esatto, secondo un dirigente dell'UNHCR.

"Nelle nostre statistiche compaiono le nazionalità, ma non è specificato il luogo di partenza", spiega Barbara Molinario, portavoce presso la sede di Roma dell'UNHCR. "Quindi, abbiamo dati relativi a chi sta arrivando in Italia, ma non sui luoghi di provenienza".

Molinario riferisce a Mada Masr che non è stato possibile individuare la nazionalità delle "circa 5mila persone [che] sono arrivate via mare in Italia dall'Egitto" dall'inizio del 2015, circa il 5 per cento del totale dei migranti che hanno attraversato il Mediterraneo quest'anno.

Ma il dato evidente è che c'è un calo di partenze dall’Egitto rispetto a quanto stimato in precedenza, secondo un rapporto reso noto nel giugno scorso e commissionato dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), in cui si afferma che l'anno scorso dall'Egitto proveniva circa il nove per cento dei flussi totali. Stime precedenti ipotizzavano una percentuale ancora più elevata, il 10 o il 20 per cento.

"Quando il controllo delle frontiere diventa più rigido, semplicemente cambia il percorso", dice Kashef. "Adesso i siriani non vanno più sulla costa nord dell'Egitto come prima. Molti di loro prendono un volo per la Turchia e da lì continuano in barca verso la Grecia per poi seguire la rotta dei Balcani".

La percentuale di arresti di quest'anno suggerisce che il controllo delle frontiere in Egitto sta aumentando; e più l’Egitto dà priorità alla sicurezza delle frontiere, più sembra aumentare il ruolo di primo piano che l'Europa attribuisce al Paese nella crisi mediterranea.

Come la Tunisia, l'Egitto è stato più volte indicato come un potenziale partner in alcune proposte europee e in documenti informativi; comprese leproposte italiane (http://www.theguardian.com/world/2015/mar/20/eu-italian-proposals-outsource-mediterranean-migrant-patrol-africa) rese note amarzo, che suggerivano che "unità navali da [questi] Paesi terzi, che sono responsabili della [ricerca e soccorso] nelle zone vicino alla Libia, potrebbero intervenire e aiutare imigranti in pericolo in mare... [e] poi portarli nei propri rispettivi porti".

//© Commission Européenne (services audiovisuels)© Commission Européenne (services audiovisuels)A seguito di una visita di un giorno al Cairo lo scorso maggio, il commissario europeo per gli affari interni e la migrazione Dimitris Avramopoulos ha detto che lui e il presidente Abdel Fattah al-Sisi avevano discusso di un accordo potenziale su migrazione e mobilità per aumentare ulteriormente il livello di cooperazione. Avramopoulos ha anche elogiato "il ruolo chiave" dell'Egitto nel processo di Khartoum, noto anche come l’“EU-Horn of Africa Migration Route Initiative” (l’niziativa sulla rotta migratoria Europa-Corno d’Africa). Questo importante piano bilaterale è stato ideato per affrontare l'immigrazione irregolare "alle sue radici", poiché i funzionari europei hanno discusso sia dell’esternalizzazione dei centri di accoglienza e asilo che del controllo delle frontiere interagendo in alcuni casi con i regimi repressivi nel Corno d'Africa.

"In un primo momento, le attività si concentreranno su come affrontare il traffico di esseri umani, così come il traffico di migranti", ha detto Avramopoulos. "I progetti futuri potrebbero affrontare poi anche altre questioni, come la migrazione legale e illegale, e temi come la migrazione e lo sviluppo e la protezione internazionale".

 

Maggiori controlli aprono la strada a nuovi contrabbandi

Quando il portavoce delle Nazioni Unite François Crépeau ha presentato un nuovo rapporto sui diritti umani dei migranti, il 16 giugno scorso, ha affermato che il controllo delle frontiere e la stretta securitaria "servono solo ad aprire nuovi e più redditizi mercati per le reti di contrabbando, un business che non esisterebbe se non ci fossero queste proibizioni".

Il contrabbando nel Mediterraneo "prospera grazie alla necessità di aggirare le politiche migratorie restrittive degli Stati membri dell'Unione europea", ha aggiunto.

E in Egitto, come in qualsiasi altro Paese costiero del Mediterraneo o via d’acceso per l'Europa, sta fiorendo un vero e proprio mercato di possibilità.

Il prezzo per un posto su una barca non è cambiato molto. I migranti irregolari che hanno cercato di viaggiare e sono stati arrestati, o che con successo hanno raggiunto l’Europa, hanno riferito a Mada Masr una gamma di prezzi tra i 1.500 e i 3.000 dollari. I minori viaggiano spesso gratuitamente. E se porti con te alcuni amici puoi ottenere uno sconto, o addirittura un posto omaggio.

Ma ora, con i morti in mare, l’aumento delle detenzioni e, in generale, per lo scarso successo delle traversate dall'Egitto, ci sono altre offerte.

Abu Ammar lavora come mediatore alla Città del sei ottobre [la municipalità egiziana di al-Sādis min Uktūbir nel governatorato di Giza, ndT.]. In passato, metteva in contatto le persone con le barche e con il contrabbandiere che si sarebbe occupato del viaggio, stabilendo il prezzo e il numero dei passeggeri per poi prendere una percentuale dai profitti.

Sembra un commesso senza pretese quando se ne sta seduto al suo baretto siriano, dove Mada Masr lo ha incontrato saltuariamente dallo scorso inverno.

Fumatore accanito, con addosso una trasandata giacca di pelle nera, questo corpulento rifugiato di Aleppo fa battute sui siriani che costruirebbero sottomarini pur di arrivare in Europa, prima di parlare seriamente su come garantire un futuro alla sua famiglia.

"L'Europa non potrà mai fermare tutto questo", afferma. "Come faccio a parlare così? Perché io vivo tra la gente. Chiediamo rifugio. Emigriamo perché non c'è altra scelta".

Abu Ammar rappresenta apparentemente un diverso tipo di approccio rispetto al ben più diffuso contrabbando "dai rapidi guadagni" che consente ai membri della comunità siriana di essere facilmente coinvolti in una rete [di traffico] e di reclutare passeggeri, ricavando poi una quota dai profitti. Lui sembra più pragmatico, organizzato e forse più professionale.

Mazen, un rifugiato siriano appena ventenne che ha chiesto di rimanere anonimo, ha parlato con Abu Ammar all’inizio della primavera.

Questo giovane non ha voluto prendere una barca, dice che era troppo pericoloso. Allora Abu Ammar gli ha offerto un percorso alternativo: per 9mila dollari gli avrebbe fatto avere un visto di transito per la Serbia, ottenuto fornendo documenti falsi (estratti conto bancari, la prova del motivo del suo soggiorno e una lettera di accreditamento da una falsa società) per passare il confine serbo fingendosi un uomo d'affari su un volo proveniente dall'Egitto. Da lì, Mazen avrebbe continuato il suo viaggio da solo, o con l'aiuto delle reti dei trafficanti dei Balcani, per raggiungere la Germania.

"Conosco perfettamente queste strade," ammette cautamente Abu Ammar, "ma io guido solamente la gente aiutandola essenzialmente a capire chi è onesto e chi non lo è".

A Mazen sono state offerte anche altre possibilità. "Mi hanno parlato di questa grande nave in partenza per l’Italia chiedendomi 5mila dollari, dicendo che era una soluzione legale perché mi avrebbero fatto documenti regolari come lavorante di bordo", ricorda. "Mi hanno detto che avrei ottenuto un passaporto da un’ambasciata europea".

A un certo punto, Abu Ammar gli aveva suggerito percorsi ancora più fantasiosi: volare in Yemen, poi alle Isole Comore, non lontano dal Madagascar, e proseguire in barca illegalmente fino a Mayotte, un'isola sotto l’amministrazione francese. L'idea era quella di chiedere asilo lì, con la speranza che le autorità lo avrebbero poi trasferirlo in Francia.

Mazen aveva ritenuto che fosse una cattiva idea, ma ha continuato a pensarci per giorni.

Alla fine, ha ottenuto un visto per un Paese del Golfo e non ha più avuto bisogno di un contrabbandiere.

 

Quando il contrabbando diventa traffico

L’Europa parla spesso di uomini come Abu Ammar come malvagi criminali senza scrupoli, bugiardi e imbroglioni. E i rifugiati che utilizzano i loro servizi sono "vittime", piuttosto che persone che fanno scelte ponderate e valutano in base alle opportunità, ai percorsi e al denaro che hanno a disposizione.

L'evoluzione delle pratiche di contrabbando in reati di tratta nella zona di confine della penisola del Sinai ha rafforzato questa convinzione (http://www.aucegypt.edu/gapp/cairoreview/pages/articledetails.aspx?aid=334) . In quell’area inizialmente si aiutavano i rifugiati e gli immigrati africani a raggiungere Israele, dopo il giro di vite da parte del Cairo. In poco tempo, questo fenomeno si è trasformato in un business redditizio e alcune reti di contrabbando si sono trasformate in bande di trafficanti, cominciando a rapire rifugiati e migranti lungo tutta la strada dall’Etiopia al Sudan, per portarli nel Sinai, dove queste persone erano torturate nei campi di prigonia per costringerle a pagare riscatti esorbitanti.

Il report sul traffico di esseri umani del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti del 2015 ha suggerito che i trafficanti responsabili di crimini inimmaginabili perpetrati nei campi di tortura del Sinai del nord potrebbero essersi spostati al confine occidentale dell'Egitto con la Libia. La denuncia, basata su "rapporti pieni di testimonianze", afferma che " lì i migranti restano vulnerabili agli stessi abusi subiti nel Sinai, compresa la tratta".

Anche se è improbabile che un fenomeno di tratta possa svilupparsi agli stessi livelli “industriali” che ha avuto nelle zone del nord del Sinai nei governatorati più sicuri e centrali della costa settentrionale egiziana, i recenti sviluppi indicano che una fonte delle rotte migratorie del Mediterraneo, il Corno d'Africa, sta via via aprendosi a diverse destinazioni e sperimentando nuove direzioni.

E secondo i detenuti e le organizzazioni umanitarie internazionali che hanno accesso ai luoghi costieri di reclusione in Egitto, le pratiche di traffico si stanno insinuando in percorsi irregolari diretti alla costa nord del Paese. Gli attivisti, i ricercatori e gli operatori umanitari avevano messo in guardia sul pericolo di tratta sul litorale già da qualche tempo (http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/09/smugglers-sink-migrant-boat-syrian-survivor.html) .

Yousef, un rifugiato sudanese che ha raggiunto l'Europa dall'Egitto alla fine dell'anno scorso, ricorda che i contrabbandieri che organizzavano il suo viaggio erano armati. "Avevano telefoni cellulari e armi”, racconta. "Saranno stati una ventina. Eravamo ancora vicino ad Alessandria, perché riuscivamo a vedere le luci della città e le spiagge".

In mare, i trafficanti hanno anche minacciato le persone che erano a bordo della vecchia barca sulla quale, insieme a Yousef, c’erano un centinaio di altri passeggeri, comprese famiglie siriane e minori egiziani non accompagnati.

//Barcone di rifugiati al largo di Alessandrua. © AFPBarcone di rifugiati al largo di Alessandrua. © AFP

"Eravamo ammassati tutti insieme come animali, non c'era spazio. Stai seduto in fila con le mani poggiate sulle spalle della persona di fronte a te. I trafficanti ci minacciavano: 'Se qualcuno si muove, la barca affonda’ ".

Altri rifugiati hanno raccontato come avessero deciso di abbandonare il viaggio dopo che i contrabbandieri li avevano nascosti in alcune fattorie vicino a Kafr el Sheikh per giorni e giorni, ma che sono stati poi costretti a rimanere.

Queste storie fanno luce sulla sottile zona grigia che distingue il contrabbando dalla tratta lungo le rotte verso il Mediterraneo, elemento che i ricercatori hanno evidenziato raccogliendo le testimonianze dei detenuti.

"Dall'ultima stagione, verso la fine dell'anno scorso, abbiamo cominciato a notare alcuni incidenti soprattutto riguardanti le vittime della tratta che abbiamo incontrato in strutture di detenzione dopo che avevano fallito il tentativo di attraversare il mare", dice Kashef. "Hanno raccontato di come sono fuggiti dalla loro patria, in particolare da Etiopia, Eritrea e Sudan, per lavorare e raccogliere i soldi necessari a partire dalla Libia, in un primo momento, ma che, dopo che i trafficanti li hanno rapiti […], sono stati venduti ad altri trafficanti".

E riferisce la testimonianza di Yassin*, rapito in Sudan dopo la fuga dall'Eritrea e trasportato in Egitto all'inizio di quest'anno.

"Hanno spostato [il gruppo di Yassin] dal Sudan ad Assuan attraverso una rotta del contrabbando e poi l’hanno portato in camion, come se si trattasse di merce, nascondendo la gente sotto un telone" racconta Kashef, aggiungendo che il gruppo è poi rimasto al Cairo per circa una settimana prima di essere trasferito ad Alessandria.

"Successivamente li hanno portati in un allevamento di polli a Kafr el Sheikh, nei pressi della strada costiera internazionale, e sono rimasti lì per circa 10 giorni prima di prendere la barca. Sono rimasti in mare per 10 giorni o qualcosa del genere. Allora, il gruppo di Yassin pensava di essere in procinto di raggiungere l'Italia, o qualche isola vicino alla Grecia, fino a quando si è ritrovato di nuovo vicino Idku [nel Governatorato di Beheira]".

“I contrabbandieri, o trafficanti, in questo caso, li hanno abbandonati e li hanno lasciati nelle mani della guardia costiera".

Dopo oltre due mesi di detenzione, Yassin è stato deportato.

Jamal*, un altro rifugiato eritreo, ha riferito a Mada Masr di esser stato rapito dalla tribù dei Rashaida in Sudan alla fine del 2014 per esser rivenduto in Libia, benché gli avessero promesso un posto su una barca in partenza dall’Egitto. I suoi rapitori si erano presentati come contrabbandieri, ma non lo erano. Dopo esser stato rapito e dopo aver subito diversi abusi, Jamal è riuscito a scappare nell’Alto Egitto e a nascondersi in una fattoria vicino Aswan. E poi ha raggiunto il Cairo.

Queste sono solo alcune delle storie di una crisi vertiginosa con la quale l'Europa sta solo ora cominciando a confrontarsi.

L’Egitto, da sempre importante Paese di transito per i flussi migratori del Mediterraneo, dimostra come i percorsi e le dinamiche coinvolte nella migrazione irregolare ai confini dell’Europa stiano diventando sempre più complessi. I contrabbandieri si stanno adattando, in modo sempre più sfuggente o brutale; gli aspiranti migranti e rifugiati stanno già trovando nuove vie, mentre la detenzione, il controllo delle frontiere e le politiche securitarie sembrano non riuscire ad arginare i flussi.

Questa situazione accade non solo nel Mediterraneo, ma ora anche nel cuore dell'Unione europea, dove alcuni stati membri hanno re-introdotto i controlli alle frontiere interne, mentre proseguono i piani per esternalizzare ancora di più la gestione dei confini stringendo accordi con Paesi come l'Egitto. (http://www.theguardian.com/world/2015/sep/14/refugee-crisis-eu-governments-set-to-back-new-internment-camps ).

Questa crisi, che si sta protraendo ormai da molti anni, non accenna a fermarsi.

*Alcuni nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità delle fonti.

 


 

Tom Rollins

Traduzione dall’inlgese di Federica Araco