Chi sono i baltaghiya*? | baltaghiya, Mahrajanat, Sinai, Michel Foucault, Giorgio Agamben
Chi sono i baltaghiya*? Stampa
Amnia Khalil   

 

Chi sono i baltaghiya*? | baltaghiya, Mahrajanat, Sinai, Michel Foucault, Giorgio Agamben

“Mi ha chiesto un bacio.. Che bel guaio e che vergogna! Lui si pensa che è poca cosa.. che faccio, lo bacio o no?” Questa strofa fa parte delle canzoni e dei balli popolari egiziani chiamati “Mahrajanat”. L’ho sentita per la prima volta in una di quelle zone povere del Cairo, quando le signore del quartiere avevano deciso di provare la mia abilità nel ballo popolare. Sicuramente la mia goffaggine le aveva deluse, ma avevo attirato l’attenzione di una diciannovenne che ondeggiava con maestria e piena padronanza del suo corpo. Mi ha raccontato che durante le riprese di un film nel quartiere, il produttore le aveva detto che la voleva “sposare”, mi chiarì poi che in realtà voleva solo “andare a letto” e che lei si era rifiutata.

Mi è tornata in mente questa scena quando ho visto le signore e le ragazze tra i sostenitori di al-Sisi, o meglio quelli che erano stati pagati dalle autorità per celebrare il giorno della Liberazione del Sinai il 25 aprile, come contro-manifestazione alla protesta dell’opposizione che rivendicava il blocco della cessione delle due isole egiziane all’Arabia Saudita. Ed erano anche tra la folla di fronte al sindacato dei giornalisti a offendere e aggredire i manifestanti. Il sit-in era stato convocato in seguito all’irruzione delle forze di sicurezza e l’arresto dei due giornalisti che due giorni prima avevano protestato contro l’incursione nelle loro abitazioni e gli abusi della polizia. La riunione d’emergenza convocata dall’assemblea generale del sindacato, aveva visto migliaia di giornalisti rivendicare le dimissioni del ministro dell’Interno, il rilascio dei giornalisti arrestati e il sit-in era diventato permanente.

Michel Foucault attraverso i concetti di biopotere e biopolitica descriveva le dinamiche del potere esercitato dalle istituzioni e come queste influenzino i nostri corpi fin dalla nascita, nelle scuole, nelle prigioni, negli ospedali. Finiamo per trasformare questo sistema di leggi sociali in qualcosa di accettato che domina tutti i comportamenti della nostra vita. Foucault non parlava in particolare dello Stato nel sistema di potere, ma altri, come Giorgio Agamben, affermavano che nel sistema politico è lo Stato la fonte sovrana di controllo e di potere in relazione al corpo e ai suoi movimenti all’interno della sfera sociale.

Ho ritrovato tutti i significati della biopolitica oltre che in me stessa, anche nel mio lavoro con gli abitanti dei quartieri popolari, che si ritrovano quotidianamente a fare i conti con politiche collegate alla violenza e al corpo, i cui spostamenti e negoziazioni con la sfera collettiva vengono modellati all’interno del sistema. Una signora mi ha raccontato che le donne del suo quartiere sono costrette a umiliarsi offrendo i propri corpi agli ufficiali di polizia e ai loro scagnozzi perché i loro figli o i loro mariti vengano scarcerati. Mentre mi trovavo nel quartiere, militari e ufficiali di polizia hanno fatto irruzione in una delle abitazioni, arrestando due persone senza nessuna accusa. Durante l’incursione, l’ufficiale che fissava .spudorato una delle signore ha detto: “Dai vieni qui così tuo figlio esce”.

Chi sono quelle signore di fronte al sindacato che insultano e attaccano i manifestanti? Chi sono quelle ragazze che hanno partecipato alle manifestazioni a favore di al-Sisi e perché ballano? Chi sono gli uomini coinvolti in queste stesse vicende? Chi sono quelle persone che definiamo baltaghiya senza neanche pensare?

Le foto di quelle donne sono state oggetto di diffamazione e sono state messe a paragone con quelle delle manifestanti dell’opposizione, con l’intento di evidenziare la contraddittorietà delle diverse posizioni nell’analisi della rivoluzione. Che interesse abbiamo nel mettere queste foto accanto a quelle di un’attivista conosciuta, solamente per dire “questo è il nostro Egitto o il loro?” oppure “Questa signora ha dalla sua parte l’esercito e quest’altra no?” Chi ha utilizzato le foto delle signore, l’ha fatto ricalcando una pratica discriminatoria e persuasiva dei mezzi d’informazione formali, informali e popolari.

In un altro vecchio quartiere popolare ho incontrato un ragazzo che aveva perso un occhio nel “Venerdì della rabbia” (28 gennaio 2011). Aveva aperto un piccolo chiosco di legno al lato della strada dove vendeva dolci e sigarette per aiutare la famiglia. Al momento di presentare la sua testimonianza nel processo contro lo Stato, nel quale il ragazzo accusava la polizia per aver aperto il fuoco contro di lui causandogli la perdita dell’occhio, è stato arrestato. Durante l’operazione, la polizia ha cercato di contrattare per convincerlo a non presentarsi minacciandolo di chiudere il chiosco. Dopo pochi giorni il chiosco è stato demolito!

Molti giornalisti hanno riportato le loro testimonianze su quelle donne che si trovavano davanti al sindacato per aggredirli. Il giornalista Islam Usama scrive sulla sua pagina facebook: “Ieri tra la folla ho visto una signora, si capiva dai lineamenti, dai vestiti e dai comportamenti che non era scolarizzata e che era povera. Il suo volto non mi era estraneo, ma mi sono ricordato dove l’avevo incontrata solo quando ho visto la foto di un collega che la ritraeva. Questa signora abita a Tel al-Aqaribnella, zona di Sayeda Zainab. Il governatorato del Cairo aveva promulgato un’ordinanza per la rimozione degli abitanti che disponeva il trasferimento dei residenti nella zona “Città del 6 ottobre”, 20 km a sud del Cairo. Noi giornalisti stavamo sul posto per capire i fatti, scattare un po’ di foto alle abitazioni demolite e alle autorità responsabili, scambiare due parole, ma l’intuito personale e il fiuto professionale ci hanno dato un altro punto di vista. Per pura coincidenza abbiamo incontrato quella signora, che si dichiarava contro le rimozioni, aggredendo e insultando i responsabili. Il fatto interessante è che dopo pochi giorni quella stessa signora ha deciso di venire davanti al sindacato a insultare quei giornalisti che avevano riportato le sue parole. Sicuramente i “nostri amici” le hanno dato due piastre per venire o forse le hanno detto che non avrebbero demolito la casa. La povertà e l’ignoranza fanno questo e anche di più.#الصحافه_مش_جريمة (#il giornalismo non è un crimine)”.

L’intento qui non è di presentare quegli uomini e quelle donne come vittime, né tanto meno mostrarli in un’ottica poetica, anche perché effettivamente esistono persone residenti in quei quartieri che rifiutano questo tipo di atteggiamento.

Chi sono i baltaghiya*? | baltaghiya, Mahrajanat, Sinai, Michel Foucault, Giorgio Agamben

Ma cosa indica con precisione l’etichetta baltagiya? Alcuni di loro s’intascano un po’ di soldi, alle volte per andare a votare il candidato che gli offre di più, altri vengono intimiditi dalla polizia di quartiere con la minaccia di creare un processo farsa contro di loro o di arrestare i parenti. Quel vincolo che li definisce “sempre con le spalle al muro”, senza possibilità di difendersi, o impegnati duramente a evitare che sui volti dei loro bambini compaiano cicatrici, è diventato l’etichetta con cui la società definisce il balatghy o la baltaghiya. Non li abbiamo forse elogiati quando hanno appiccato il fuoco nei commissariati nel Venerdì della rabbia e quando erano in prima linea ad aiutarci negli scontri con le forze di sicurezza? Non ci siamo trovati d’accordo nel dire che è il sistema sociale, economico e politico ad aver contribuito a fare di loro quel che sono, creature plasmate in base al contesto e all’interesse?

Ho incontrato molti ragazzi e uomini che hanno ammesso di aver preso parte ai vari episodi di violenza durante la rivoluzione, spiegando che a volte gli era stato richiesto dalla polizia, a volte erano stati minacciati e picchiati. Nonostante tutti loro fossero a conoscenza del mio impegno nella rivoluzione, hanno deciso di raccontarmi le loro storie, senza mai definirsi come vittime, spiegando la loro condizione semplicemente come presa d’atto dell’assenza di una possibilità di scelta all’interno del sistema.

Con questa analisi non si vuole negare la responsabilità delle scelte fatte da ogni individuo nella società, e neanche affermare che tali azioni non costituiscano dei crimini di cui si deve render conto alla legge e al sistema sociale e morale. Mi chiedo però se non valga la pena di iniziare a regolare i conti con quel sistema che spegne l’aspirazione alla vita, alla libertà, alla dignità e alla giustizia sociale per tutti gli individui della società, anche per i figli di quelle classi emarginate dove la dignità umana è assente.

 


 

Amnia Khalil è Ricercatrice egiziana di antropologia applicata all’urbanistica.

Articolo ripreso da Safir al Arabi

 Traduzione dall’arabo Lea Martinoli

 

Questa sua testimonianza è stata pubblicata il 19/05/2016 sul rivista libanese al-Safir al-Arab. Traduzione dall’arabo di

 

* baltaghiya derivato dal turco (balta=ascia). Colui che impugna l’ascia. Denominava la sezione dell'esercito ottomano che si ribellò e provocò disordini in tutto il paese. A partire dagli anni novanta ha finito con l'indicare un teppista appartenente a unabanda di malfattori, incaricato di colpire un avversario, per lo più politico, del regime.