Molestie sessuali nelle redazioni egiziane: una storia ancora da raccontare  | molestie sessuali, giornali egiziani, film porno, luoghi di lavoro
Molestie sessuali nelle redazioni egiziane: una storia ancora da raccontare Stampa
Mai Shams El-Din   

Molestie sessuali nelle redazioni egiziane: una storia ancora da raccontare  | molestie sessuali, giornali egiziani, film porno, luoghi di lavoro

Yasmine*, stagista in uno dei principali giornali egiziani, si reca nella redazione immagini per proporre alcune fotografie, ma trova uno dei tecnici intento a guardare un film porno insieme a un assistente della segreteria. Inorridita, molla lì la memory card e scappa.

Il giorno dopo riceve un’email dal medesimo tecnico: “Era un’email disgustosa, per capirlo bastava leggere l’oggetto del messaggio. Ho smesso di avere a che fare con questa persona”, racconta. “In un’organizzazione come quella in cui lavoravo, denunciare le molestie sessuali non significa che l’autore delle molestie sarà punito. Piuttosto, tu sarai vista come una donna poco perbene. A nessuno importa nulla di una stagista rompiscatole”.

Da quel momento in poi Yasmine è costretta a mandare ogni volta uno degli assistenti a consegnare le foto che devono accompagnare gli articoli che propone.

Storie come quella di Yasmine sono comuni tra le giornaliste egiziane, molte delle quali non esitano a definire il comportamento dei colleghi nelle redazioni come molestie sessuali. Ma in genere ne parlano in contesti ristretti, con gli amici più intimi, e tutto avviene in gran segreto. Molte temono che denunciare queste pratiche possa influire negativamente sulla loro carriera futura, visto che la maggior parte dei giornalisti egiziani deve prima ottenere un contratto di lavoro per poi potersi iscrivere al Sindacato dei giornalisti, che per molti è anche l’unica possibilità per avere una certa stabilità finanziaria.

Altre pensano semplicemente che “non ne vale la pena”, visto che gli uomini da cui sono molestate godono di una reputazione tale che possono facilmente scatenare una campagna di diffamazione contro le donne che li denunciano.

Alla luce del sole

Una di queste storie è però emersa all’inizio di agosto scorso, dopo che la magistratura ha avviato un’indagine a seguito della denuncia della giornalista Mona Yousry contro Ibrahim Khalil, caporedattore della rivista governativa Ros al-Youssef. Yousry ha accusato Khalil di averla molestata sessualmente mentre era nel suo ufficio per proporre degli articoli.

Yousry si era già proposta per collaborare con il giornale nove mesi prima, ma allora la sua candidatura non era stata presa in considerazione. “Lavorare in questa rivista era il mio sogno da sempre”, racconta. “Il 28 luglio ho trovato una chiamata dal caporedattore, ma mi ha detto che aveva sbagliato numero. Gli ho ricordato chi ero, ma lui non si ricordava di me. Allora gli ho chiesto se per caso c’erano dei posti liberi al giornale, e lui mi ha detto di passare a trovarlo in redazione”.

Yoursry si è presentata in redazione un paio di giorni dopo, il 1° agosto. L’accoglienza da parte di Khalil è stata fin troppo calorosa: “Quando sono entrata nel suo ufficio mi ha abbracciato e baciato. Non era un semplicemente benvenuto, c’era un chiaro intento sessuale. L’ho spinto via, anche perché non c’era nessun altro nell’ufficio. Mi ha fatto calmare e mi ha detto che sarebbe stato possibile assumermi con un contratto di collaborazione fissa immediatamente. È andato a prendere un caffè, ma quando è tornato ha ricominciato con le avances”. Yousry è diventata di ghiaccio, ma lui ha insistito ancora. “Ero sotto shock, ma alla fine ce l’ho fatta a scappare. Ero sconvolta e non sapevo bene che fare”, racconta.

Yousry è rimasta a casa per due giorni, traumatizzata. Il terzo giorno ha ricevuto una telefonata da Khalil che la invitava a partecipare alla riunione di redazione settimanale, ma lei ha rifiutato. Il 7 agosto sulla sua pagina di Facebook ha pubblicato un post in cui racconta la vicenda e annuncia di averlo denunciato.

A quanto riferisce il suo avvocato, Michael Raouf, la sua cliente è stata convocata per testimoniare davanti al procuratore, ma per ora non sono state formulate accuse ufficiali a carico di Khalil. Al momento, spiega ancora Raouf, non si sa se sarà convocato dal magistrato, o se la procura chiuderà il caso.

Khalil si è rifiutato di parlare con la redazione di Mada Masr, ritenendo di essere stato diffamato e che la vicenda abbia danneggiato la sua famiglia. In una dichiarazione fatta all’Osservatorio dei giornalisti contro la tortura Khalil ha definito le accuse di Yousry “nient’altro che bugie” per ricattarlo e danneggiare la sua carriera. “Yousry è venuta nel mio ufficio per cercare lavoro”, ha spiegato. “Sono rimasto stupito dalle voci che circolavano: perché la mia gentilezza è stata ripagata con tanta cattiveria?”.

Khalil crede che le accuse abbiano piuttosto a che fare con gli argomenti affrontati dal giornale. “Abbiamo pubblicato una serie di articoli su casi di corruzione: può darsi che qualcuno abbia voluto vendicarsi della nostra campagna, e abbia usato questo stratagemma per rovinare la mia reputazione. Non so. Il mio ufficio è sempre aperto, chiunque può entrare e c’è sempre gente, quindi è molto difficile che una cosa del genere possa accadere”, ha spiegato, annunciando che presto avrebbe sporto querela.

A Yousry questa storia non ha certo giovato. “Ho perso l’opportunità di lavorare nella redazione dei miei sogni. La mia famiglia mi fa molte pressioni perché io ritiri la denuncia, tutti mi considerano ormai una persona che crea problemi”. La ragazza è stata costretta a lasciare il suo lavoro come coordinatrice in un’agenzia di informazione fino a quando le indagini non saranno concluse, e anche lo stage in uno dei più importanti quotidiani governativi è stato revocato.

Yehia Qallash, capo del Sindacato dei giornalisti, ha spiegato che il sindacato non può intervenire in questo momento: “Le indagini del procuratore devono prima essere concluse e occorre che sia pronunciata la sentenza, prima che il sindacato possa prendere delle misure nei confronti di Khalil”.

Aver perso il lavoro dei suoi sogni e continuare a subire pressioni da familiari e conoscenti è però nulla in confronto al trauma emotivo che Yousry sta vivendo: “Non si tratta solo di me, si tratta di ogni donna che ha subito violenza”, afferma. “Il nostro silenzio riguardo alle molestie è quello che permette agli autori di continuare indisturbati. Occorre mettere fine a questo circolo vizioso”.

Le molestie non sono solo una questione gerarchica

Non sono solo i capiredattori a molestare le giornaliste. Il cerchio è assai più ampio, e spesso include direttori responsabili, colleghi, informatori e persone comuni incontrate durante il lavoro sul campo.

Aliaa* è una giovane giornalista che è stata costretta a licenziarsi dall’importante giornale in cui lavorava dopo essere stata più volte oggetto di molestie sessuali da parte del suo capo, sicuro di farla franca grazie all’età avanzata e alla fama di cui gode. “Mi abbracciava e baciava ogni volta che mi incontrava. Gli ho detto che avevo la stessa età dei suoi nipoti, ma non voleva sentire ragioni”, racconta la ragazza.

Aliaa ricorda che si spingeva a toccarle le parti intime e faceva commenti sul suo abbigliamento. “Mi sentivo violentata nel corpo e nell’anima”, prosegue, “ma ero troppo spaventata per parlare, perché sapevo che nessuno mi avrebbe creduto, vista la sua età e la sua reputazione. Poi ne ho parlato con il mio ragazzo, che lavora nello stesso media, ed è stato lui a spingermi a reagire”.

Dato che non aveva il coraggio di affrontarlo di persona, Aliaa gli ha spedito un sms in cui diceva che il suo comportamento era inaccettabile. Lui l’ha richiamata, promettendo che avrebbe smesso. Ma il giorno dopo, quando Aliaa si è recata nel suo ufficio, baci e abbracci sono ripresi come al solito.

A quel punto Aliaa ha deciso di licenziarsi. “Mi ha chiamata, incolpandomi di lasciarlo solo per fidanzarmi ufficialmente con il mio ragazzo. Certo, sceglie le sue vittime molto bene: sapeva benissimo che non avrei parlato. In seguito sono venuta a sapere che aveva molestato anche altre ragazze, ma nessuna di noi ha avuto il coraggio di denunciarlo, perché tanto nessuno ci avrebbe creduto”.

Doaa*, che lavora in un altro importante giornale, ha una storia simile da raccontare. La giovane giornalista sostiene di essere stata molestata in maniera pesante da uno dei suoi direttori. “Un giorno mi ha preso per le spalle in maniera molto intima. Un’altra volta mi è saltato su un piede, e quando io ho urlato, si è fatto beffe di me chiedendo ‘fa male?’”.

Anche altri colleghi nello stesso giornale hanno molestato sia Doaa che alcune sue colleghe praticamente ogni giorno, racconta: “Uno dei direttori è noto a tutte le giornaliste nella redazione: nessuna gli dà mai la mano, perché quando succede lui la prende in maniera molto sensuale, è capace di tenerla tra le sue anche per 15 minuti”.

Doaa non ha però osato denunciare nessuno di questi avvenimenti. Non era stata assunta con un contratto di collaborazione fissa, e dunque non poteva iscriversi al Sindacato dei giornalisti. “Adesso ho un contratto di collaborazione fissa e sono iscritta al Sindacato”, spiega. “Se denuncio qualcuno, la cosa ha una eco immediata. Ma le stagiste sono trattate come se non valessero niente”.

Le molestie contro le giornaliste non avvengono solo nelle redazioni. Hoda*, che lavora per un importante canale televisivo, una volta ricevette una telefonata da uno dei suoi informatori, che diceva di avere informazioni riservate che voleva comunicarle. “Ho sentito che c’era qualcosa di strano nella telefonata, perché le sue parole erano accompagnate da fischi di apprezzamento”, racconta. “Allora gli ho detto che un collega avrebbe assistito all’intervista. Mi ha richiamato alle 2 di notte, proponendomi di andare a intervistarlo a casa sua e cominciando a descrivermi cosa indossava”.

Hoda ha portato a termine l’intervista, poi lo ha escluso dai suoi contatti. Ma lui ha continuato a importunarla per molto tempo e lei era terrorizzata. “Non mi importa nulla delle informazioni riservate, né degli informatori”, dichiara, “la mia dignità viene prima”.

Luoghi sicuri

Ahmed Hegab, che coordina l’unità Safe Areas (Spazi Sicuri) presso l’organizzazione Harassmap, sostiene che il settore dei media e dei giornali è quello in cui la campagna “Safe Corporates” (Imprese sicure) lanciata dall’organizzazione ha più difficoltà a intervenire.

Obiettivo del programma, spiega Hegab, è creare un ambiente di lavoro sicuro, in cui non avvengano molestie, attraverso corsi di formazione su questo tema destinati al personale. Harassmap aiuta anche le imprese a definire politiche interne per ridurre le molestie sessuali sul luogo di lavoro. L’organizzazione è stata fondata nel 2010 con l’obiettivo di contrastare l’accettazione sociale delle molestie sessuali in Egitto.

“Puntiamo sulle imprese: le invitiamo a ospitare le nostre formazioni e le stimoliamo a predisporre procedure per denunciare e indagare sui casi di molestie sessuali”, spiega. “Mentre a livello individuale in Egitto si comincia a notare una riduzione della stigmatizzazione e dei tabu che circondano le molestie sessuali, questo atteggiamento non si è ancora diffuso nelle imprese, dove si fatica a rompere il muro di omertà che circonda questi comportamenti”.

Hegab aggiunge che in genere le imprese hanno una grande difficoltà a prendere apertamente posizione contro le molestie sessuali, specialmente quando si tratta di imprese avviate di recente. “Nelle redazioni”, aggiunge, “manca evidentemente la consapevolezza del problema, né se ne comprende la reale portata”.

Nel mese di marzo l’associazione New Woman Foundation ha pubblicato il rapporto Sexual harassment in work spaces (Molestie sessuali nei luoghi di lavoro), frutto delle interviste a 58 donne, la maggior parte delle quali ha dichiarato di aver subito molestie sessuali sul posto di lavoro. Il rapporto dimostra inoltre che le molestie non dipendono dall’età, dal livello di istruzione, dallo status sociale e nemmeno dall’abbigliamento.

“I dirigenti sono quelli che ci vanno giù più pesante, quando si tratta di molestie sessuali, e sono anche quelli che reagiscono in maniera più violenta quando le donne si ribellano. La maggior parte delle donne intervistate ha rivelato che i dirigenti chiedono espressamente di avere rapporti sessuali, e non esitano a fare pressione sulle donne quando loro si rifiutano”, si legge nel rapporto. “Per convincerle usano vari metodi: maltrattamenti, aumento del carico di lavoro, tagli allo stipendio, minacce di licenziamento. Spesso le donne sono spinte a licenziarsi, specialmente nel settore privato”.

Secondo il rapporto, il fenomeno delle molestie sessuali è molto più diffuso nel settore privato che nel settore pubblico.

La formazione offerta nell’ambito del programma “Safe Corporates”, spiega Hegab, “riguarda tutti, dall’amministratore delegato all’assistente”. Il programma descrive principalmente cosa si intende per molestie sessuali, quali comportamenti e atteggiamenti ricadono in questa definizione. Inoltre aiuta a formulare delle procedure aziendali che facilitino la denuncia e rendano rapide e immediate le indagini sui casi denunciati.

Finora Harassmap ha avviato la formazione soltanto in una redazione, e continua a incontrare resistenze. “In genere i direttori dei media negano che il problema sia presente nelle loro redazioni”, spiega Hegab. “Ci viene sempre detto ‘Siamo tutti brave persone, siamo tutti amici, nessuno si comporta così’. Molestie è ormai diventata una brutta parola, di cui tutti hanno paura nelle imprese”, conclude.

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*Tutti i nomi delle giornaliste intervistate sono stati modificati per proteggere la loro privacy.

 


 Mai Shams El-Din

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