I “malls”: nuovi templi effimeri del Cairo | Daikha Dridi
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Daikha Dridi   
I “malls”: nuovi templi effimeri del Cairo | Daikha Dridi“È un posto malefico!” Un uomo vi mette piede per la prima volta in vita sua per ammazzare il tempo e dimenticare il senso di colpa che sua moglie gli mette addosso per la morte dei loro figli. Si ritrova come catturato in un'immensa trappola, senza sapere perché; non può più uscirne, segregato insieme ad altri ostaggi, altri strani personaggi: un islamista e la sua consorte velata, un ufficiale di polizia o sedicente tale, un orientalista americano probabilmente impostore e trafficante di antichità… Tutto questo variegato mondo alla fine non sfugge al centro commerciale se non grazie a un incendio che devasta il luogo. Questa è la trama di Musiqa al Mall (La musica del centro commerciale), romanzo dell'autore egiziano Mahmud al Wardani per il quale il centro commerciale è un luogo terribilmente opprimente, un luogo, ha detto ai critici, "in cui i giovani adolescenti si somigliano a tal punto da far pensare che siano prodotti industrialmente". Ma se Al Wardani, autore nato nel 1950, che ha trascorso un periodo in carcere negli anni '70 per attivismo studentesco di sinistra, è apertamente disgustato dalla fioritura dei centri commerciali in Egitto, un altro romanziere della generazione dei trentenni, come Ahmad Alaidy, autore di An Takouna Abbas El Abd (Essere Abbas el Abd) si muove nell'universo delle strutture commerciali senza esprimere giudizi di valore su ciò che sembra essere il suo “ambiente naturale” e che, prima di tutto, è un posto in cui rimorchiare e darsi appuntamento.

I due autori, pur avendo scritto con due registri linguistici differenti, con le voci di generazioni diverse, testimoniano entrambi dell'onnipresenza, per altro recente, del centro commerciale come spazio urbano ormai essenziale al Cairo. Questi due esempi letterari sono confrontati, tra gli altri, dalla sociologa egiziana Mona Abaza nel suo libro The Changing Consumer Cultures of Modern Egypt. Cairo's Urban Reshaping (I nuovi stili di consumo nell'Egitto moderno. Ricomposizioni urbane al Cairo) che dà conto in maniera dettagliata degli innumerevoli cambiamenti nelle abitudini di consumo in Egitto da quando l'economia del paese è stata completamente liberalizzata.

Attraverso una descrizione approfondita del boom dei complessi commerciali in Egitto, Mona Abaza tenta di rispondere, fra le altre domande, a quella che cerca di capire come le classi egiziane più benestanti siano passate da una cultura di consumo detta “cosmopolita” all'era del consumo “globale”.

L'autrice, il cui punto di partenza è il centro commerciale cairota, non si ferma alla topografia dei luoghi, l'identità dei proprietari e dei clienti, ma si interessa anche a quella sociologia particolare che si sviluppa in alcune di queste strutture, divenuti luoghi prediletti per gli incontri amorosi o le destinazioni preferite dei giovani dei quartieri più poveri.

Sulla scia dei “malls”, vengono affrontate altre nuove abitudini di consumo, come la moda che l'autore chiama dell'etno-chic e dello chic islamico, ma anche la ricomposizione dello spazio urbano del Cairo e i volti nuovi di quei quartieri vecchi trasformati dal neoliberismo economico, che siano yuppie come la celebre isola di Zamalek o popolari come il non meno famoso quartiere di Bulaq.

La frenesia del centro commerciale è nata, secondo Mona Abaza, dall'Asia del Sud Est e dal desiderio delle grandi città del Medio-Oriente comme Beirut, Dubaï e Il Cairo, di emulare Singapore, Kuala Lumpur o Jakarta, e diventare dei poli di “shopping internazionale”. Così, City Stars, l'ultimo nato dei "malls" cairoti che si descrive, secondo la sua stessa pubblicità, come “il più grande centro commerciale del Medio Oriente e d'Europa”, è stato costruito, ci viene spiegato, allo scopo di trattenere gli “shoppers” che altrimenti prenderebbero l'aereo per andare a fare shopping a Dubai…

I “malls”: nuovi templi effimeri del Cairo | Daikha DridiL'autore ricorda che nel 1998 il 43% della superficie costruita del Grande Cairo era costituita da agglomerati informali dove viveva il 57% della popolazione cittadina e che secondo le previsioni degli esperti queste zone saranno il 66% di tutta la città nel 2020. Per questo si domanda se "tutto il Medio Oriente non finirà per diventare un paesaggio spaccato in zone antagoniste: da un lato le bidonvilles, dall'altro i complessi-città commerciali immensi e utopici?". E anche se ciò non incide sull'incremento delle zone povere in città, alcuni centri commerciali e poli di Affari del Cairo sono stati costruiti, rileva Mona Abaza, sulle rovine di quartieri popolari come Bulaq, dove gli abitanti poveri sono stati allontanati, respinti verso i campi fuori della città. La sociologa fa un confronto con il Brasile, dove il successo dei centri commerciali, passati da uno solo nel 1980 ai 19 nel 1995, è dipeso dal fatto che con l'aumentare della violenza urbana questi luoghi offrivano degli spazi “non violenti e sorvegliati”. Ma al Cairo, suggerisce l'autrice, sono probabilmente la mancanza di giardini pubblici, di spazi di svago, il calore e l'inquinamento che spiegano la riuscita del “mall”.

“Anche prima dell'apertura ufficiale di City Stars Mall, scrive Mona Abaza, migliaia di persone avevano cominciato ad arrivare, la sera, semplicemente per passeggiare. E meravigliandosi dell'aspetto grandioso di questo regno del consumo, le persone deambulavano senza meta. Le caffetterie e i fast-food erano presi d'assalto. L'immensa area gioco per bambini era già perfettamente operativa e riscuoteva un successo spaventoso. Un'altra enorme sezione del centro è stata concepita come una replica del suq Khan al Khalili, ed esponeva gioielli e oggetti d'artigianato identici a quelli venduti nel vecchio mercato popolare. Salvo che qui tutto è più pulito, nuovo, e fa più fresco che nel più che centenario e polveroso bazar”. L'entrata di questo complesso è ornata da una “facciata kitsch sorvegliata da enormi statue di Faraoni, che servono a dare l'impressione di entrare in un tempio faraonico”.

Lo scintillante City Stars è stato costruito in un quartiere di classe medio alta, Nassr City, dove peraltro erano già stati edificati diversi mastodonti dello stesso genere, secondo la moda americana con uno schema fisso: ristoranti e fast-food al pianterreno, cinema all'ultimo piano e, tra i due, negozi e caffé.
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La cosa più curiosa nella frenesia egiziana dei "mall" è che la speranza di vita di questi regni dello shopping in miniatura è molto corta; prova ne è la presenza già di numerosi “malls-cimiteri”, nonostante il fenomeno non abbia più di 10 anni. Vuoti di clienti e commercianti, negozi chiusi, ascensori fermi, i fantomatici centri commerciali del Cairo ricordano i loro gemelli diventati cimiteri dello shopping negli Stati Uniti. Terra del "mall" per eccellenza con i suoi 40 mila complessi, gli Stati Uniti stanno vivendo l'era del declino del centro commerciale e si stima che dagli inizi del 2000, un complesso su cinque è andato in bancarotta. Il Cairo conta già 30 centri commerciali che, ragionevolmente, possono essere utilizzati solo dal 20% della popolazione cittadina per cui c’è da supporre che si arrivi prima o poi a una fisiologica redistribuzione degli spazi. Ma ora il centro commerciale della capitale egiziana attraversa una fase di popolarità tra i giovani che vivono nei quartieri poveri e che ne fanno un luogo dove rimorchiare, di incontro, dove farsi vedere nei giorni di festa e nei fine settimana, e guardare come si vestono i coetanei.

Daikha Dridi
(28/06/2008)

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