Circolare liberamente dietro i vetri (blindati) del Consolato  | Daikha Dridi
Circolare liberamente dietro i vetri (blindati) del Consolato Stampa
Daikha Dridi   
Circolare liberamente dietro i vetri (blindati) del Consolato  | Daikha DridiIn un'ampia sala piena di grigio, alcune decine di sedie allineate fronteggiano un muro. Noi siamo qui, più silenziosi possibile, stringendo preziosamente in mano un biglietto con un numero che indica il nostro turno. Il muro davanti a noi è ornato da diverse finestre con le tende abbassate, che sembrano ignorare bellamente la nostra presenza, la nostra pazienza.
La maggior parte delle ambasciate dei paesi dell'Unione europea hanno bei siti dall'aspetto accogliente, pieni di informazioni e facili da consultare. Ma se siete cittadini della riva sud del Mediterraneo, l'ospitalità di queste ambasciate e delle loro rappresentanze consolari non supererà quasi mai l'ambito virtuale.
Dietro di noi già montano il circo e il clamore dei ritardatari.
Noi, seduti di fronte al muro con le finestre chiuse, siamo i bravi alunni. Noi siamo i mattinieri, arrivati all'alba alle porte del consolato, gli occhi ancora gonfi di sonno, il cuore in gola per paura di aver dimenticato, nella concitazione della mattina, uno dei numerosi documenti necessari per il rilascio di un permesso Schengen.
Tutti abbiamo ricevuto, mattinieri o ritardatari, un appuntamento preciso ad un'ora precisa. Ci è stato generosamente concesso dopo un calvario telefonico da una voce anonima che risponde meccanicamente al numero del centralino, che coordina tutti i consolati dei paesi dell'Unione Europea.
Tutti sanno però che la sola cosa che conta, una volta superata la pesante porta in acciaio blindato di questa sala, è il numero del biglietto: per questo è importante arrivare il pù presto possibile per passare tra i primi e sperare di finire il più in fretta possibile.
La giornata comincia alle sette e mezza del mattino davanti alla porta blindata, dove incontriamo due o tre persone che, saggiamente, già aspettano in fila indiana. Alla fine, quando verso le nove la porta si apre, superiamo un portico di sicurezza, ci facciamo dare un biglietto e immediatamente ci ritroviamo davanti alla cassa: si pagano 60 euro senza poter sapere se si otterrà o meno il permesso.
Una volta pagato, ci sentiamo domandare di metterci davanti ad una telecamera che dobbiamo guardare dritta negli occhi mentre la luce di una lampada ci acceca, proprio come nei commissariati dei vecchi film francesi. Fatta la foto, riceviamo un panno attraverso la piccola apertura metallica che costituisce l'unico punto di passaggio tra noi e il funzionario dietro il suo vetro blindato. Passiamo il panno sulle nostre dieci dita e seguiamo le istruzioni, poggiandole su di un piccolo schermo quadrato. Anche i bambini, compresi i minori di dieci anni, si fanno prendere le impronte digitali, sollevati dai loro genitori fino ad arrivare al bancone col vetro blindato.
Terminata l'impresa delle impronte digitali, possiamo andare a sedere davanti al muro dalle finestre chiuse. Di solito vengono sollevate le tende di due o tre finestre al massimo.
Dietro il suo vetro blindato, il funzionario sfoglia a lungo il fascicolo di scartoffie che gli passo da sotto, poi sospira, fa una pausa e domanda: «Cosa va a fare in Europa?». Ma perché fanno sempre questa domanda quando hanno chiaramente la risposta, una risposta abbondante di prove e documenti di ogni tipo, sotto i loro occhi? Per rendere questa intervista più credibile? Già perché, sui siti delle ambasciate europee, il calvario del passaggio al consolato/commissariato è eufemisticamente definito “appuntamento per un'intervista ».
Accanto a me l'intervista è più rude: il funzionario, che non sembra convinto delle risposte incerte e impaurite di un uomo nervoso, agitandosi sempre di più sulla sua sedia continua a fissarlo duramente, domandandogli: «Come faccio ad essere sicuro che tornerà nel suo paese?». È il punto della questione, lo scopo di tutta l'operazione e di tutte le umiliazioni subite.
In quanto cittadini della riva sud del Mediterraneo che vogliono viaggiare, siamo sospetti e trattati come tali. Se vogliamo ottenere questo dannato permesso dobbiamo mostrare le mani pulite. Il funzionario vuole essere sicuro della nostra identità, della veridicità della nostra professione attraverso un documento di categoria, una lettera del datore di lavoro e diverse buste paga. In seguito vuole frugare nel nostro conto bancario, anche quando chiediamo il permesso per ragioni professionali e il nostro datore di lavoro porta le prove della nostra completa presa a carico una volta nello spazio Schengen. Pretende che sottoscriviamo un'assicurazione per il viaggio. Vuole persino che esibiamo la nostra carta di credito per dimostrare che facciamo parte della gente per bene, di quelli che, in questo pianeta sotto sorveglianza, hanno il diritto di viaggiare.
Da molto tempo la libertà di circolazione non vuol dire che una sola cosa per coloro che sono troppo poveri e non abbastanza istruiti, non abbastanza privilegiati per poter sperare di passare l'interrogatorio del consolato: libertà di prendere il mare.
E anche questa libertà, che ha fondato la storia dell'umanità, va scomparendo, perché l'immigrazione clandestina è diventato un crimine represso dai nostri paesi, sotto le pressioni dei paesi europei. Quanto alla libertà di circolare dei privilegiati riva sud del Mediterraneo, quelli che possono ancora permettersi di bussare alle porte dei consolati europei, essa si paga al prezzo di umiliazioni sempre più insopportabili. I ripiegamenti identitari europei, innescati a partire dagli anni '70, cioè ben prima del cosiddetto “scontro di civiltà» degli anni 2000 e molto prima del ripiegamento identitario delle comunità immigrate in Europa, sono raramente messi in discussione dalla riva nord del Mediterraneo. Per questo la xenofobia di Stato, di cui la prassi consolare consistente nel trattare gli stranieri come criminali sospetti non è che un frammento, è in gran parte responsabile dell'avanzata dei movimenti politici estremisti in Europa.




Questo articolo fa parte di una serie di inchieste giornalistiche sul fenomeno della radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. Redatto nel quadro del progetto DARMED , realizzato dal Cospe e sostenuto dall' UE .

Daikha Dridi
Traduzione di Alessandro Rivera Magos
(30/09/2008)


Circolare liberamente dietro i vetri (blindati) del Consolato  | Daikha Dridi
    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 

parole-chiave: