Quei copti che diventano musulmani senza saperlo | Daikha Dridi
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Daikha Dridi   
Quei copti che diventano musulmani senza saperlo | Daikha DridiQuando suo padre si è risposato, Rami non aveva quattro anni. Oggi ne ha venticinque e se non ne conserva alcun ricordo, tuttavia alimenta in sé tonnellate di risentimento e amarezza verso questo padre che non ha mai più rivisto.
Scegliendo una nuova sposa il padre di Rami ha optato per una nuova vita con nuovi figli e una nuova religione: nato copto, si è convertito all'islam, religione della sua seconda moglie.
Rami dal canto suo, cresciuto "normalmente" accanto a sua madre come un piccolo copto, a scuola segue i corsi di religione (obbligatori in Egitto) per gli studenti cristiani, va in chiesa una volta alla settimana e si considera come un ragazzo dalla fede discreta ma solida. Quando lascia la scuola in adolescenza è per dedicarsi al mestiere che ancora oggi esercita, quello di artigiano gioielliere, cesellatore di gioielli in argento. La tranquilla vita di Rami è sconvolta nel 2002, il giorno in cui si presenta al Dipartimento di stato civile del Ministero degli Interni per recuperare la sua nuova carta d'identità. Quel giorno scopre che i funzionari del Ministero degli Interni gli hanno cambiato d'ufficio religione e nome. Sulla sua nuova carta d'identità la voce della religione dichiara: musulmano, e il suo nome non è più Rami Naïm, ma Rami Abdallah Abderrahmane Amine.
Sembra uno scherzo di cattivo gusto ma non è così, è un vero dramma che si abbatte sul ragazzo. Che dei funzionari si sentano in diritto di convertire dei cittadini a loro insaputa lo ritiene di un arbitrario disgustoso, "anche se non fossi il copto credente che sono, troverei ciò inaccettabile, se voglio scegliere una religione voglio che questa scelta sia la mia e non che me lo si imponga senza neanche prendersi la briga di informarmi" dichiara, straordinariamente calmo. Seduto su un banco della sala numero 12 dell'Alta Corte Amministrativa del Cairo, Rami è un buddha di pazienza in jeans e giubbotto, capelli impomatati, lo sguardo timido ma il tono deciso. In questa sala, che ormai conosce a memoria, attende per la quarta volta in due anni il verdetto circa la denuncia che ha depositato, verdetto ogni volta rimandato ad un'ulteriore sessione.
"Io ero molto piccolo quando mio padre ha lasciato mia madre e oggi non saprei neanche riconoscerlo. Sono sicuro che è stato lui a chiedere di cambiare il mio nome e la mia religione", dice con una collera fredda, come per scuotere l'attesa interminabile.
Ma se per Rami quest'assurda battaglia è innanzi tutto una battaglia contro un padre invisibile e odiato, per molti altri giovani cristiani è un braccio di ferro contro un dispositivo arbitrario e insensato, perché i loro padri divenuti musulmani li sostengono e si presentano alla sbarra per dire ai giudici che la loro scelta di convertirsi all'islam non deve essere imposta ai propri figli rimasti cristiani. E anche in questo caso "ciò non serve quasi a niente", sospira l'avvocato di Rami, Avv. Adel Ramadane, un giovane uomo della stessa età, attivo presso l'Iniziativa Egiziana per i Diritti Individuali.

Quei copti che diventano musulmani senza saperlo | Daikha DridiSecondo questa organizzazione che ha reso pubblico un rapporto ( Prohibited Identities , Dicembre 2007) in collaborazione con Human Rights Watch sulle discriminazioni religiose in Egitto, 89 Egiziani hanno presentato denuncia per essere stati convertiti all'islam a propria insaputa dai funzionari del Ministero degli Interni. Questi direttori di coscienza che decidono – e ciò in violazione delle leggi egiziane, ricorda il rapporto – che il figlio di genitori appartenenti a due religioni diverse debba seguire "la migliore tra le due religioni", che manco a dirlo è l'islam.
Bisogna sapere che questa non è solo una battaglia di principio, perché il cambiamento della religione sulla carta d'identità può avere delle ripercussioni molto concrete su un'intera vita. Questo perché in Egitto la carta d'identità nazionale è essenziale per ogni minima transazione che sia finanziaria, bancaria, amministrativa, per il minimo spostamento, all'interno o all'esterno del paese, per iscriversi all'Università o acquisire una proprietà, una patente, molto semplicemente per votare o ancora più problematico per sposarsi, in un paese in cui i matrimoni al di fuori della stessa confessione religiosa non sono tollerati.
Secondo Me Ramadane, problemi giuridici come questi non esistevano fino alla metà degli anni '90, periodo dal quale il governo egiziano ha deciso di modernizzare e informatizzare l'archivio di stato civile. Da allora il numero di egiziani che si battono per cambiare la menzione della religione sulla loro carta d'identità nazionale è aumentata seguendo la curva esponenziale del conservatorismo religioso nella società. Pertanto, afferma ancora Me Ramadane, "fino alla fine dell'anno 2006, questo tribunale ha preso sistematicamente delle decisioni a favore delle nostre lagnanze, dando loro ragione di fronte al Ministero degli Interni" costringendo inoltre i funzionari ad applicare, pur controvoglia, la decisione della giustizia trascrivendo la voce della religione come suggerito dal portatore della carta d'identità e non secondo quella impostagli. "Il problema è che il giudice che emetteva verdetti a nostro favore è andato in pensione l'anno scorso e quello che lo ha rimpiazzato non apprezza affatto che si voglia cambiar religione quando la confessione da abbandonare è l'islam", sottolinea ancora Me Ramadane che difende ugualmente un importante numero di Egiziani nati copti, convertiti all'islam e intenzionati a tornare cristiani, ma ostacolati in ciò dall'amministrazione. Detto ciò, cambiare religione, ivi compreso quando si è musulmani, non è interdetto dalla legge in Egitto; la Costituzione vieta la discriminazione su basi religiose o su qualsiasi altra base e garantisce esplicitamente la libertà di culto, e una legge dello statuto civile datata 1994 ha permesso agli Egiziani di cambiare o correggere le informazioni sulle loro carte d'identità, comprese quelle relative all'appartenenza religiosa.
Ma i funzionari e alcuni giudici tendono ad applicare regole non scritte, quelle che seguono una tra le mille interpretazioni della sharia, che considera un apostata un musulmano che cambi religione.
Il nuovo cavilloso giudice dell'Alta Corte Amministrativa del Cairo aveva respinto più di 70 musulmani convertiti che desideravano tornare musulmani, pretendendo che "cambiare costantemente religione equivale a prendersene gioco". Poi nel Febbraio 2008, è arrivato un verdetto che i difensori dei diritti e delle libertà dell'uomo in Egitto avevano vissuto come una prima grande vittoria: 12 copti che si erano convertiti all'islam, poi ridiventati cristiani, beneficiavano di un parere dell'Alta Corte amministrativa che permetteva loro di cambiare la menzione della religione sulla loro carta d'identità. La gioia tra loro in attesa del verdetto è stata di breve durata, il ministero degli Interni si è rifiutato di seguire il verdetto, per cui tali questioni restano in attesa di un verdetto definitivo e senza appello della Corte Suprema. I casi come quello di Rami, minoritari rispetto al numero di coloro che hanno scelto di convertirsi all'islam e desiderano ritornare sui loro passi, sono soggetti a questo verdetto. Un verdetto per cui non c'è esperto che possa prevedere una data.

Daikha Dridi
Traduzione dal francese di Alessandro Rivera Magos
(14/11/2008)


Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. È stato redatto nell’ambito del progetto DARMED , realizzato dal Cospe e sostenuto dall’ UE .



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