La storia di Noha, tradita da un passaporto | Carla Reschia
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Carla Reschia   
La storia di Noha, tradita da un passaporto | Carla Reschia
Noha Roshdi
Dalle stelle alla polvere. È un’amara e bizzarra vicenda di solidarietà tradita in nome del pregiudizio la storia di Noha Roshdi, regista documentarista ventisettenne diventata per qualche giorno eroina nazionale delle donne egiziane dopo aver trascinato in tribunale un molestatore e ottenuto per lui la prima condanna della storia per molestie sessuali in Egitto. A pochi giorni dalla sentenza - tre anni di reclusione per il camionista Sherif Gibril Gomaa – la giovane è stata abbandonata dalla sua avvocatessa, Naglaa al-Imam, che nel processo d’appello difenderà, paradossalmente, il suo aggressore.

La sua colpa: essere nativa di Jaffa, a nord di Tel Aviv, dove ancora vive suo padre, e di avere un passaporto israeliano. La legale sarebbe stata irritata soprattutto da un’intervista rilasciata da Noha alla tv Mbc. A una domanda sulla situazione degli abusi sessuali in Israele, la giovane aveva replicato che si tratta di un Paese “rispettabile” dove una cosa del genere non sarebbe accaduta. L’accusa del suo (ex) legale: “Si è inventata tutto per diffamare l’Egitto”. Come a dire, da un’israeliana che altro ci si può attendere? Peraltro Noha è, semplicemente, una profuga palestinese, come ha chiarito in un’intervista al quotidiano egiziano indipendente Al Badil: «Mio padre è palestinese e mia madre egiziana». Accusando a sua volta Naglaa: “Si è voluta vendicare perché non ho voluto attribuire a lei tutto il merito della vittoria”.

I giornali e i siti arabi, da Al Arabiya, al quotidiano indipendente al-Masry al-Youm, ai blog femministi, dedicano grande spazio a una storia che fa discutere. L’annuncio del ripudio dell’avvocatessa è arrivato mentre sui blog ancora si narrava con toni entusiasti l’impresa che infrange il silenzio e l’acquiescenza che circondano i reati di tipo sessuale nel Paese e il verdetto “storico”.
La storia di Noha, tradita da un passaporto | Carla Reschia
Noha Roshdi
A giugno Noha era stata assalita in un quartiere del Cairo, Heliopolis, da Sherif Gomaa. L’uomo, in compagnia di un paio di amici, dopo averla incrociata si era messo a seguirla bisbigliando oscenità e a un certo punto aveva iniziato a toccarla. Non era la prima volta, pare ed è stata una volta di troppo. Una scena surreale, così com’è raccontata dalla protagonista. Noha reagisce, chiede aiuto ma nessuno le presta attenzione. L’aggressore cerca di scappare sul suo camion, lei lo insegue nel traffico congestionato della megalopoli africana. Il conducente di un’auto alla fine taglia la strada all’aggressore e aiuta Noiha a bloccarlo. Circondata da curiosi che commentano ad alta voce e si guardano bene dall’intervenire, dopo ore di lotta, la ragazza riesce infine a trascinare Gomaa alla più vicina stazione di polizia. Non certo per merito dei passanti. “Alcuni di loro – ha raccontato nell’intervista – hanno cercato di aiutare l’aggressore a scappare, altri cercavano di calmarmi, assicurando che l’avrebbero costretto a scusarsi e quando dicevo loro che le scuse non bastavano mi prendevano per matta. Uno mi ha persino detto: Non capisco cosa faccia una ragazza come te, qui, in mezzo agli uomini. E poi c’era chi stava lì a guardare dai balconi, come a teatro. Direte: ma non c’era nemmeno una donna? Sì, una c’era e si è avvicinata per dirmi: Lascia perdere, lascialo andare, non umiliarti in questo modo”.

Il racconto di Noha, ripreso da diverse interviste, è un crescendo vergognoso. La polizia non vuole raccogliere la sua denuncia, deve vagare alla ricerca di qualcuno disposto ad ascoltarla. Poi, il lieto fine, il processo, che Noha avrebbe voluto pubblico ma che diventa comunque una ribalta per i gruppi femministi e i difensori dei diritti civili e un’occasione per interrogarsi sulla cultura dominante nel Paese. Infine, il 21 ottobre, la storica decisione della Corte criminale del Cairo: condanna a tre anni di carcere più un’ammenda di 5.000 lire egiziane.

Qualcuno sa perché Noha e Naglaa hanno litigato? Chiede Koki su un blog. È una domanda a cui si fatica a dare risposta.

Carla Reschia
(14/11/2008)



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