La censura religiosa in Egitto: Al-Azhar e il diritto della «hisba» | Yassine Temlali
La censura religiosa in Egitto: Al-Azhar e il diritto della «hisba» Stampa
Yassine Temlali   
La censura religiosa in Egitto: Al-Azhar e il diritto della «hisba» | Yassine Temlali
La mosquée al-Azhar
Fine dicembre 2008, sotto la cupola dell’Assemblea egiziana (la Camera Bassa del Parlamento), un deputato della corrente dei Fratelli Musulmani, ‘Alī Laban, richiedeva l’applicazione di una “decisione parlamentare” datata febbraio 1979 che, secondo la sua opinione, vietava la diffusione dell’opera del maestro sufi arabo-andaluso, Muhiddin ‘Ibn ‛Arabī. Nel 1926, sotto la cupola della medesima Assemblea, il deputato ‘Alī Al-Ghayati richiedeva il ritiro di un’opera di Taha Hussein, “Sulla poesia pre-islamica”, con la seguente motivazione: “semina il dubbio sul carattere rivelato del Corano”.

Dopo ottantadue anni, i due eventi si connotano di evidenti similitudini. Nei due casi, sono due “eletti del popolo” che, in nome della difesa della fede popolare, fanno appello all’interdizione di opere giudicate devianti rispetto al diritto canonico dell’Islam. Nei due casi, Al-Azhar, un’istituzione dai molteplici ruoli (moschea, università e istituzione generatrice di fatwe), ha giocato un ruolo importante. Infatti, la requisitoria di ‘Alī Al-Ghayati contro Taha Hussein, nel 1926, ebbe una potente eco in seno ad Al-Azhar: la commissione degli ‛ulamā’ incaricata di esaminare “Sulla poesia pre-islamica” concluderà che l’opera “è impregnata di ateismo e di eresia” e raccomanderà il licenziamento del suo autore dalla posizione di insegnante universitario. La “decisione parlamentare” del febbraio 1979, invocata dal deputato islamista ‘Alī Laban, si riferiva, per quanto riguarda quest’ultima, a una “nota” redatta da una delle istituzioni di Al-Azhar, l’Accademia di ricerche islamiche, volta a condannare gli scritti di ‘Ibn ‛Arabī in quanto “contrari all’ortodossia islamica”.

Dopo “il caso Taha Hussein” del 1926, l’Egitto conobbe numerosi casi di censura, prova della potenza del controllo esercitato dallo Stato e dall’istituzione religiosa sulla vita culturale, ma anche, paradossalmente, della vitalità della produzione intellettuale e artistica in questo paese.

La censura, certamente, non è stata solo religiosa. Come in altri paesi del mondo, molte opere sono state vietate per ragioni politiche. Tuttavia, opere condannate in un dato contesto politico possono, a volte, essere autorizzate in un contesto differente (cambiamento di regime, etc.). Così, il divieto che aveva colpito, sotto la monarchia, un film di Ibrahim Amara, “Il chiodo di Giufà” (Mesmar Dju’ha, 1952) fu tolto l’indomani del colpo di stato dei Liberi Ufficiali (luglio 1952). Ugualmente, “Il passero” (Al-‛usfūr, 1972) di Yussuf Chahine giunse a essere autorizzato, dopo qualche mese di divieto, nell’euforia che seguì la guerra dell’ottobre 1973. Purtroppo, non è sempre stato questo il destino delle produzioni stigmatizzate dagli ‛ulamā’ .

Una piccola cronaca della censura religiosa
Nello stesso anno del “caso Taha Hussein” (1926), Al-Azhar portò avanti una violenta campagna contro Yussuf Wahbī dopo che era stato scritturato per interpretare il ruolo del Profeta Maometto in un film di produzione europea. Un giornalista si era fatto carico, nelle colonne del giornale Al-Masra|, di attirare l’attenzione di questa istituzione sul carattere scandaloso della “rappresentazione del messaggero di Dio” al cinema. Lo shaykh di Al-Azhar reagì all’articolo domandando al Ministero dell’Interno di ostacolare la partecipazione dell’attore, “impedendogli di viaggiare” a Parigi, dove dovevano svolgersi le riprese. Le pressioni subite da Yussef Wahbī finirono per convincerlo a rinunciare alla parte.

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Naguib Mahfouz
Nel 1959, l’apparizione sul quotidiano Al-Ahrām de “I Figli della Medina” (´Awlād Harātnā) di Naguib Mahfouz fece esplodere una tempesta di proteste da parte degli ‛ulamā’ di Al-Azhar. Costoro videro in questo romanzo un’allegoria della storia coranica del mondo mettendo in scena, con sembianze di personaggi umani, tanto la divinità (Al-Jablāwī) che i profeti (Qasīm, per il Profeta Maometto, etc). Le istituzioni di Al-Azhar chiesero a Al-Ahrām di interrompere la pubblicazione del testo, ma il redattore capo del giornale, Mohammed Hassasine Haykal, non assecondò la loro richiesta. “I Figli della Medina” apparve sotto forma di libro solo nel 1967 a Beirut, dopo esser stato epurato di alcuni passaggi dal suo editore, Dār al-‘Adāb. Sarà pubblicato in Egitto solo nel 2006 da Al-Shuruk.

La condanna da parte di Al-Azhar di “I Figli della Medina” contribuì a legittimare le minacce di morte lanciate contro Naguib Mahfouz da parte di alcuni predicatori islamisti. La più mediatizzata di tali minacce fu quella dello shaykh ‛Omar ‛Abderrahmane, riportata dal quotidiano del Kuwait Al-´Anbā´, il 13 aprile 1989: “Se avessimo applicato a Naguib Mahfouz [la sanzione islamica di apostasia, vale a dire, secondo lo shaykh, la pena di morte, (ndr.)], Salman Rushdie avrebbe ricordato la lezione e nessuno avrebbe più parlato male dell’Islam”. Il 14 ottobre 1994, il Premio Nobel egiziano sarà vittima di un tentativo di assassinio al Cairo.

Gli anni ‛70 conobbero parecchi casi di censura religiosa, tra cui il più conosciuto è quello su “Il Messaggio” (Ar-Risala), un film del siriano Mustafā Al-‘Aqqad sulla vita del Profeta Maometto. Rajab Bayumi, il presidente dell’Accademia di ricerche islamiche (la cellula di censura di Al-Azhar) giustificò questa decisione con il fatto che “Ar-Risāl personifica Hamza, uno degli zii del Profeta”.

Il decennio ‛80 venne inaugurato dal ritiro, nel 1981, di “Introduzione alla filologia araba” (Muqaddima fi fiqh al-lugha al-‘arabiyya) di Lewis Awad. Al-Azhar ritenne che l’opera costituisse un attacco all’Islam, generato da “informazioni errate e tendenziose” sulla storia e l’origine dei popoli arabi. Il ritiro sarà confermato da una decisione giudiziaria del 1983. L’opera non avrà neppure il tempo di essere ristampata, per la prima volta, nel 1993: il suo editore, Dār Sina, verrà indagato.

Dalla censura di opere alle accuse di apostasia
La cronaca della censura religiosa negli anni ‛90 fu segnata da un avvenimento sanguinoso: l’assassinio di Faraj Fūda, nel giugno 1992. Rivendicato da un’organizzazione islamista, venne commesso qualche giorno dopo la denuncia di un’assemblea di ‛ulamā’ di Al-Azhar nei confronti dell’opera di questo pensatore laico, in quanto “deviante” e “ostile all’Islam”.

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Nasr Hamed Abou Zeid
Il decennio ‛90 conobbe un altro caso scandaloso di censura religiosa. Nell’agosto 1996, la Corte d’Appello confermò il verdetto di un tribunale di prima istanza ordinante la separazione tra l’islamologo Nasr Hamed ‘Abū Zayd, accusato di “apostasia”, e sua moglie Ibtihal Yunis. Tale verdetto fu la conclusione di una lunga polemica sul caso di un universitario, ‘Abdel Sabūr Chahine, che aveva rifiutato la candidatura di Nasr Hamed ‘Abū Zayd al grado di professore affibbiandogli la qualifica di “empio”, poiché “metteva in discussione l’origine divina del Corano”. Al-Azhar si era unita al coro delle denunce domandando a Nasr Hamed ‘Abū Zayd di rinunciare pubblicamente alle sue idee. Ne era seguita la cabala giudiziaria. L’accusato dovette esiliarsi in Olanda, dove attualmente insegna il pensiero e la filosofia islamici. Ironia della sorte, qualche anno più tardi, ‘Abdel Sabūr Chahine si attirerà a sua volta le ire dell’Accademia di ricerche islamiche, la quale dichiarò il suo libro “Mio pare, Adamo” (‘Abiyy Adam), non conforme al dogma islamico della Creazione.

Gli anni 2000 sono stati inaugurati dal divieto di “Festino per le alghe del mare” (Walīma li-‘a’shāb al-bahr) del siriano Haydar Haydar. Il romanzo era appena stato ripubblicato al Cairo dell’Ufficio generale dei palazzi della cultura, un istituto statale. Se è vero che non è Al-Azhar ad averne direttamente richiesto il ritiro, gli studenti delle “facoltà islamiche” di tale istituto (con le loro manifestazioni) e alcuni dei loro responsabili (per le loro dichiarazioni al vetriolo) pesarono molto sulla decisione del governo di ritirarlo dal mercato e di presentare alla Procura della Repubblica i responsabili della collana in cui era apparso (tra cui, ricordiamo, lo scrittore ‘Ibrahim ‘Aslan).

Due altri celebri casi di censura religiosa negli anni 2000 sono quello del romanzo di Nawal As-Sa’adawi “La caduta dell’imam” (Suqūt al-‘imām, 2004) e quello del poema di Hilmi Salem “Il balcone di Layla Murad” (Shurfat Laylā Murad, 2007). Le due opere furono bandite su raccomandazione di Al-Azhar che le aveva giudicate “blasfeme” ed “eretiche”. La giustizia ordinò inoltre di ritirare a Hilmi Salem il “Premio di eccellenza letteraria” che gli era stato conferito, ma il suo verdetto in prima istanza non è ancora stato confermato da una giurisdizione superiore. Quanto a Nawal As-Sada’awi, per l’ennesima volta, è stato nel mirino di Al-Azhar che ha raccomandato nel 2006 di bandire la sua pièce teatrale “Dio presenta le sue dimissioni” (Allah yuqadimu istiqalātuhu).

Al-Azhar, la censura a dispetto della legge
A partire dagli anni ‛20, Al-Azhar ha giocato un ruolo importante nell’ambito della censura religiosa. Questo ruolo si è evoluto di pari passo con l’evoluzione dei rapporti di forza tra questa istituzione e il governo, da un lato, e tra il governo e le correnti politiche religiose, dall’altro.

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Richard Jacquemond
Nella sua tesi di dottorato intitolata “Il campo letterario egiziano dal 1967”, Richard Jacquemond, specialista di letteratura egiziana contemporanea, scrive: “Negli anni ‛70, la consuetudine di consultare Al-Azhar, s’impone presso [le autorità civili di controllo della produzione intellettuale, ndr.], nel caso in cui si trovassero in presenza di produzioni religiose dal dubbio rispetto dell’ortodossia, ma, a partire dal 1980, l’Accademia prende l’iniziativa sulla censura: è lei stessa ormai che, in rapporti motivati, domanda alle autorità di polizia di sequestrare direttamente le opere ritenute contrarie all’Islam, nonostante, legalmente, questa Accademia non abbia la prerogativa di controllare le opere d’arte o le produzioni intellettuali. Se oggi lo fa, è in virtù di una tradizione che ha finito per aver valore legale. Le sue missioni sono definite come segue nell’articolo 10 della legge 103 del 1961: “operare per rinnovare la cultura musulmana, liberarla dalle aporie, dalle scorie e dalle altre tracce di settarismo politico e dottrinale e rivelarne l’essenza originale pura […]; predicare l’Islam attraverso la buona parola”. Niente di ciò è assimilabile a una missione di censura. L’articolo 15 del decreto n. 250 del 1975 di applicazione di questa legge, precisa d’altronde che, fuorché la stampa e la diffusione del Corano e delle raccolte di hadīth, sottomessi alla sua autorizzazione preliminare, l’Accademia non può che “formulare delle raccomandazioni agli organismi pubblici e privati operanti nel settore della cultura islamica”.

Molti casi di censura religiosa sono esplosi non direttamente per via di Al-Azhar, ma per via di persone che si sono ritenute aggredite nella loro fede da un’opera o… per via della vita privata dell’autore, accusato di “apostasia” (il caso di Hamed ‘Abū Zayd). In alcuni casi, queste persone si sono basate sul diritto che la legge egiziana accordava a tutti i cittadini di adire alla giustizia per denunciare un fatto, ai proprio occhi, contrario all’interesse generale. Questo diritto si chiama al-hisba (letteralmente “verificare”). Molti militanti islamisti - ma anche i membri del partito al potere - ne hanno fatto uso per far condannare loro avversari politici. La richiesta di separazione tra Nasr ‘Abū Zayd e sua moglie, per esempio, è stata indirizzata alla Procura della Repubblica da Yussuf Al-Badrī, uno dei membri dell’Accademia di ricerche islamiche, che ha al suo attivo numerosi altri casi di hisba.

Nel 1996, un emendamento del Codice di procedura penale ha riservato il potere di ricorrere alla hisba solo ai pubblici ministeri, così come alle persone direttamente toccate dall’oggetto della denuncia. Non ne ha completamente soppresso il principio, cosa che lascia aperta la strada a nuovi abusi. Tra questi abusi, nel 2007, la richiesta di ritiro da parte di Yussuf Al-Badrī del “Premio di eccellenza letteraria, 2007” a Helmi Salem, autore del poema vietato “Il Balcone di Layla Murad”.


Yassin Temlali
Traduzione di Laura Odasso
(28/01/2009)


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