La guerra degli italiani d’Egitto | Michaela De Marco
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Michaela De Marco   
La guerra degli italiani d’Egitto | Michaela De MarcoCorreva l'anno 1939. In Europa infuriava la seconda guerra mondiale, la follia degli autoritarismi, le fughe, le purghe. Gaspare viveva (e vive ancora oggi) ad Alessandria, i suoi genitori, di origine siciliana, si erano imbarcati per l'Egitto in cerca di lavoro. "Chi poteva permetterselo andava in America, gli altri partivano alla volta del Mediterraneo", mi racconta un pomeriggio mentre beviamo il the nell'ospizio italiano di Alessandria. Lui ha lavorato sin da subito come parrucchiere, i suoi erano clienti "eccellenti": ministri, politici, tutta l'alta borghesia alessandrina. "Non egiziani ma europei, gente acculturata, di classe, chic".
Gaspare è stato internato nel 1942, assieme ad altri suoi amici italiani, tutti perché sospettati di collaborare con il governo fascista. L'Egitto era sotto dominio britannico, e gli inglesi temevano rivolte. "Molti erano fascisti all’epoca, ma io non mi sono mai interessato alla politica".
Cinquemila italiani vennero catturati tra il 1939 e il 1945, in pratica tutti gli uomini sopra i diciotto anni. Privati del loro nome, vennero internati nei venti campi costruiti nel deserto tra Cairo e Ismailiya. Ogni campo contava almeno 240 persone. Le donne, ma solo quelle iscritte al partito fascista, vennero internate a Tanta, sul Delta. Le altre restarono a casa in attesa dei mariti, con bocche da sfamare e senza un soldo, ad animare gli innumerevoli bordelli che sorsero improvvisamente sia al Cairo che ad Alessandria.
I campi erano circondati da filo spinato e controllati da vedette congolesi. "Gli inglesi avevano acquistato questi ragazzi africani dai belgi. Erano gentili, parlavano francese e alcuni di noi avevano familiarizzato con loro", spiega Gaspare: "Me ne ricordo uno in particolare che aveva una voce bellissima. Ogni notte lasciava il mitra sotto la sedia e iniziava a cantare l'Ave Maria, tutti facevamo silenzio e ci raccoglievamo per ascoltarlo!".
A causa delle pessime condizioni igieniche dei campi, molti ragazzi morirono abbandonati a se stessi. Ce n’era uno adibito a clinica, ma non era sufficiente a curare tutti gli internati. "Il cibo che gli inglesi ci fornivano era scarso, ma venivano a farci visita le donne una volta al mese. Poi c'era la delegazione svizzera che ci riforniva a dovere", racconta Gaspare. Ogni campo aveva un cuoco, generalmente siciliano o napoletano, e i pasti giornalieri erano due, ma solo il secondo era degno di essere chiamato tale. "Per ben due anni ho pranzato con fagioli o lenticchie, meno male che il nostro cuoco, un napoletano, la sera ci faceva godere un po’ con le sue invenzioni culinarie!".
Gaspare, anche nel campo faceva il barbiere. "Ognuno di noi aveva un compito e si faceva pagare. Avevamo anche un falegname, che poi è morto impazzito. Per arrotondare, fabbricava braccialetti da vendere alle donne che venivano nei giorni di visita, ma, non potendo utilizzare il legno fornito dagli inglesi, si era procurato il contatto di un commerciante che glielo procurava, ovviamente in gran segreto. Quando gli inglesi lo scoprirono, lo misero in isolamento e lì, il povero Carmine, impazzì".
La tensione nei campi era spesso insostenibile. Gaspare si rifugiò presto nel lavoro per non pensare. Molti avevano tentato la fuga ed erano stati poi arrestati e fucilati: "Emblematico fu il caso dei fratelli Farina: riusciti a scappare oltre il filo spinato, una volta arrivati nel deserto avevano cercato un passaggio per allontanarsi dal campo. Avevano risparmiato soldi per un anno intero perché sapevano che quel passaggio gli sarebbe costato caro. Trovarono un camionista greco che si era dimostrato subito disponibile. Questo però, dopo aver intascato la somma, li riportò al campo, ricevendo una ricompensa dagli inglesi. I due fuggiaschi vennero subito giustiziati, la voce si diffuse e un gruppo di napoletani uscì fuori dal cancello e mise una bomba sotto il motore del camion. Allo scoppio, gli internati approfittarono del caos per fuggire, gli inglesi aprirono il fuoco e molti rimasero uccisi". Scappare era troppo rischioso, per cui molti cercavano di costruirsi una vita all'interno del campo, lavorando, facendo amicizie e divertendosi. "Avevamo organizzato dei teatrini con ingresso a pagamento. Gli attori tenevano i loro sketch, i cantanti cantavano e i poeti recitavano le loro poesie. Nel campo 5 era stato internato Baby Almaza, un famosissimo clarinettista. Si era esibito in Europa e negli Stati Uniti. E molte sere si esibì anche davanti a noi, al campo", racconta Gaspare con un fare divertito: "Ma lo spettacolo più gettonato della storia del campo è stato senza dubbio quello di “Essa”, un 'femminiello', come lo chiamavano i napoletani, che si travestiva da donna e ballava divinamente la danza del ventre. “Essa” ci ha fatto sognare. Ma dopo qualche mese è stato messo in isolamento, gli inglesi temevano degenerassimo nell'omosessualità. La guerra degli italiani d’Egitto | Michaela De MarcoTimore purtroppo fondato, dato che molti di noi non vedevano una donna da anni!". La mancanza di donne era la pena senz'altro peggiore al campo, e Gaspare lo ricorda spesso. "Molti di noi sfogavano la frustrazione nei dolcetti di Mandi, un pasticciere italiano che prima d'essere internato lavorava al Groppi, la più importante pasticceria di Cairo".
La fuga era un pensiero fisso. "Quando ti mettono in carcere sai quando le tue pene avranno fine (tra uno, due, vent’anni). Per noi invece era diverso: nessuno di noi aveva fatto niente di male per essere lì dentro e nessuno sapeva se mai avrebbe riabbracciato la propria famiglia".


MIchaela De Marco
(07/10/2009)



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