La rete abbatte anche Mubarak | Marco Cesario
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Marco Cesario   
Hosni Mubarak è al tappeto. Dal 1981 al potere, l’ottuagenario presidente egiziano ha ostentato sicurezza fino alla fine ma le fondamenta della sua longeva dittatura assomigliano oramai a quello che doveva essere il bunker di Hitler dopo i fragorosi bombardamenti alleati: un cumulo fumante di macerie e detriti. Migliaia di persone hanno manifestato in questi giorni nella capitale egiziana concentrandosi nella centrale piazza Tahrir per chiedere le sue dimissioni in quelle che passerano alla storia egiziana come le ‘Giornate della collera’. Nell’ultima settimana la capitale si è trasformata in un campo di battaglia con assalti a diversi edifici governativi, lancio di lacrimogeni, cariche della polizia e scontri violenti con i manifestanti che hanno lanciato una sorta d’intifada riprendendo simbolicamente gli slogan della rivolta tunisina “Pane, dignità e libertà”. Cortei e violente manifestazioni hanno anche sfidato il divieto imposto dal governo ad Alessandria, Suez, Ismailia e Rafah, dove le strade si sono trasformate in veri e propri campi di battaglia. Centinaia di morti e migliaia di feriti hanno costretto Mubarak alla resa. Secondo diversi specialisti della regione si tratta della più importante manifestazione anti-governativa dal 1977, quando l’improvviso aumento del prezzo del pane provocò una vasta sollevazione popolare.

Media imbavagliati, esplodono i social network
La rete abbatte anche Mubarak | Marco CesarioDa settimane le sedi di numerosi giornali erano state chiuse, alcuni giornali addirittura ricomprati dal governo, giornalisti egiziani arrestati, troupe di giornalisti stranieri espulsi o aggrediti da poliziotti in borghese. E’ il caso di Mohamed Effat , reporter per il Daily News , arrestato il 26 Gennaio scorso, o di Haridi Hussein e del suo cameraman Haitham Badry dell’ Associated Press Television News , arrestati entrambi il 26 Gennaio. Stessa sorte per Samuel Al-Ashy , dell’agenzia Reuters . Nasser Gamal Nasser , fotografo dell’ Associated Press , è stato colpito al viso da un sasso lanciato da un poliziotto mentre fotografava gli scontri. Arrestati giornalisti del Figaro , del Journal du Dimanche e del Guardian . Ahmed Bihnassawi , Ahmed Abdel Latif e Iman Hilal , reporter per il quotidiano Ash-Shourouq sono stati invece aggrediti fisicamente da poliziotti egiziani e i loro apparecchi sono stati confiscati. Arrestati i redattori capo dei magazine Al-Idhaa wa Al-Tilfaza e Al-Ahrar . Arrestati anche membri del Sindacato dei giornalisti come Abdul Quddus e Karim Mahmoud . La settimana scorsa era stata la volta delle troupe di Al-Jazeera che in seguito è stata completamente vietata in Egitto secondo il rapporto di Reporters sans Frontières . Il governo ha poi chiuso trasmissioni, vietato riprese live di altre televisioni satellitari ed ha imposto agli operatori telefonici (tra cui Vodafone , ripetutamente accusato di eseguire ciecamente gli ordini del regime) di avviare un meccanismo di controllo e di filtro preventivo degli sms. Con i principali media ammutoliti e i servizi di telecomunicazione sotto stretto controllo, la rabbia del popolo egiziano soffocato da un trentennio di dittatura è esplosa sul web. Gli specialisti dei media nel mondo arabo sono quasi tutti concordi nell’affermare che l’Egitto conta la blogosfera più attiva del mondo arabo (oltre 17 milioni di internauti), il numero più elevato di profili su Facebook (oltre dieci milioni) un utilizzo di Twitter superiore anche a diversi paesi europei. Solo nella giornata di lunedì 24 Gennaio oltre 90.000 persone avevano aderito su Facebook alla protesta contro il regime il quale ha immediatamente reagito alla sollevazione sul web e con un colpo di coda ha chiuso Twitter . Gli utenti egiziani di Twitter però sono riusciti ad aggirare la chiusura utilizzando il servizio attraverso gli sms, server proxy ed altre applicazioni ‘terze’ (ad esempio T weetDeck o HootSuite ). Molti internauti hanno invece superato il blocco imposto delle autorità attraverso reti VPN (virtual private network) con le quali inoltre hanno fatto credere alle autorità di stare accedendo da altri paesi. Secondo il sito Herdict.org nell’ultima settimana Twitter è stato bloccato quasi un centinaio di volte dal governo egiziano. Il giro di vite del governo è arrivato però anche sul web che a tratti è risultato inaccessibile in tutto il paese. Anche il sito del giornale Al Ahram è stato ripetutamente chiuso.

I blog al centro della rivolta
La rete abbatte anche Mubarak | Marco CesarioIl cuore della protesta ruota attorno al sito Elma7rosa.net - coordinato dalla blogger ed attivista Esraa Abdel Fatah Ahmed - che conta diversi blog ed una radio che da notizie non stop sugli assembramenti. Dopo settimane di censura il sito è risultato a tratti accessibile. Alcuni giornalisti, imbavagliati dal governo, si sono trasferiti sul web. E’ il caso di Ibrahim Mansour , ex-redattore capo di Al Dostour , giornale liberale che aveva più volte denunciato la corruzione del governo di Mubarak. Il giornale è stato misteriosamente ricomprato da un uomo d’affari egiziano giusto un mese prima delle elezioni legislative di Novembre scorso. Mansour ed il direttore del quotidiano sono stati licenziati. Assieme ad altri membri della sua redazione, Mansour ha deciso dunque di trasferire il “suo” giornale sulla rete ( Dostor.org ). Nel 2005 Wael Abbas è stato il primo a pubblicare le foto delle torture inflitte ai manifestanti all’interno delle caserme egiziane in concomitanza con ciò che avveniva ad Abu Graib. Tra l’altro la pratica della tortura nelle prigioni (soprattutto a danno dei Fratelli Musulmani), è stata indirettamente confermata da un cablogramma pubblicato solo qualche giorno fa da Wikileaks . L’impatto all’epoca è stato ovviamente enorme. Con il suo atto di insubordinazione, Abbas aveva messo per la prima volta in discussione l’establishment al potere. Da allora, Wael Abbas è diventato uno dei più prolifici blogger ed attivisti d’Egitto. Secondo Abbas è stato proprio grazie ai blog che anche i giornali d’opposizione, fino ad allora troppo prudenti su quanto avveniva, hanno preso coraggio ed hanno cominciato a criticare più apertamente l’operato del presidente Mubarak. Mahmoud Abdel Monem è blogger e specialista dei Fratelli Musulmani . Nel suo blog, uno dei più famosi d’Egitto, ha raccontato la sua esperienza e quella di migliaia di Fratelli Musulmani nelle carceri egiziane. Monem si è anche interessato alla sorte dei militanti del movimento Kefaya (in arabo ‘Basta’). Anche lui ha raccontato nei dettagli le torture e la vita dei circa 1.500 Fratelli musulmani in prigione. Oggi guarda alla protesta egiziana come ad una reazione logica nei confronti di una dittatura violenta e brutale che ha ridotto al silenzio la società civile egiziana per decenni. Gigi Ibrahim , blogger ed attivista egiziana, ha fornito foto, video ed articoli non stop sulla situazione egiziana utilizzando Twitter, Facebook, Flickr . Nel corso delle convulse giornate degli scontri, Ibrahim è riuscita addirittura a fare un’intervista via skype con il New York Times . Il suo è stato definito come ‘social newsgathering’ in quanto mescolando skype , twitter e blog, la blogger è riuscita a sfuggire alla censura e a far trapelare notizie preziose sull’evolversi della situazione nelle strade del Cairo ai media di tutto il pianeta.

La protesta si allarga a macchia d’olio in tutto il mondo arabo
In un’intervista a France Info , Vincent Gessier, ricercatore al CNRS di Parigi e specialista del mondo arabo-musulmano, parla di nuova speranza democratica che attraversa i cittadini del mondo arabo. “La parola si libera in un mondo arabo costretto in regimi politici autoritari – ha spiegato Gessier – la Giordania è stata la prima a seguire l’esempio della rivolta tunisina con manifestazioni contro il caro-vita mentre migliaia di sindacalisti e deputati di partiti all’opposizione hanno protestato davanti alla sede del parlamento ad Amman”. Anche Amr Hamzawy, direttore di ricerca presso la Fondazione Carnegie in Medio-Oriente, è dello stesso avviso. Ma per quest’ultimo dopo la Tunisia e l’Egitto la questione non è più “a chi tocca ora?” ma “quale regime resterà ancora in piedi?” Per Hamzawy le manifestazioni popolari potrebbero espandersi a macchia d’olio a tutti i paesi arabi ad eccezione forse delle monarchie petrolifere del Golfo in quanto in paesi come l’Egitto, l’Algeria, la Giordania o lo Yemen, nonostante regimi repressivi, è prassi dei cittadini scendere in strada per manifestare il proprio dissenso o reclamare i propri diritti.

Teoria del domino della democrazia

La rete abbatte anche Mubarak | Marco CesarioIn un editoriale apparso sul quotidiano francese Libération , François Sergent ha invece avanzato la seducente ipotesi della “teoria del domino della democrazia” riprendendo un’antica teoria del politologo statunitense Nicholas John Spykman ma applicandola al contesto geopolitico arabo-musulmano. “Un popolo – scrive Sergent – è riuscito a rovesciare un dittatore che si credeva eterno, forte del sostegno dei suoi amici occidentali, forte del suo apparato di repressione e censura. Oggi tutti i popoli del mondo arabo-musulmano – ma anche al di là – si dicono che possono, che devono emulare i loro fratelli tunisini. E’ la teoria del domino della democrazia”. La rivolta tunisina e le proteste in Algeria sono state seguite da vicino in tutto il mondo arabo. Seguendo l’esempio tunisino infatti in Mauritania (a Nouakchott) un uomo si è immolato davanti alla sede del Senato per protestare contro la situazione politica ed il regime mauritano. In Algeria le sommosse sono cominciate il 5 Gennaio e si sono arrestate solo dopo una riduzione drastica del prezzo delle derrate alimentari di base. La tensione persiste in tutto il paese dopo che diverse persone si sono trasformate in torce umane per protestare contro le politiche economiche del governo. Nel giorno della fuga di Ben Ali però i media algerini hanno scarsamente seguito l’evento spingendo numerosi giornalisti e ‘facebookers’ a cercare informazioni più approfondite in rete e a denunciare attraverso i social network la censura di un evento storico in tutto il Maghreb.

In Marocco tre persone hanno cercato d’immolarsi tra il 21 ed il 25 Gennaio. Per tutta risposta, e di fronte al timore di sommosse, il governo marocchino ha annunciato l’acquisto di ingenti quantità di cereali per evitare penurie che possano appesantire il già teso clima sociale. Intanto la stampa marocchina avverte che ciò che è successo in Tunisia avrà un peso determinante sui destini politici di tutto il Maghreb. Alcuni specialisti dei media fanno però notare che nel giorno della fuga di Ben Ali la televisione satellitare Medi 1 TV - che si spaccia ufficialmente come la “televisione d’informazione di tutto il Maghreb” - ha offerto una copertura minimalista della rivoluzione del gelsomino ricordando più i meriti di Ben Ali - la stabilità, l’emancipazione della donna ed una politica sociale basata sulla solidarietà – che i suoi demeriti. La paura di un contagio in Marocco è evidentemente forte.

In Libia Gheddafi ha rilasciato nelle settimane scorse aspre dichiarazioni di condanna nei confronti di quanto accaduto in Tunisia, dichiarazioni che denotano una non velata preoccupazione che anche il proprio regime possa essere rovesciato come un castello di carte. Il paese resta una prigione a cielo aperto ma le notizie che giungono dalla rete inquietano i già tumultuosi sogni del leader libico. Le proteste si allargano anche oltre i confini del Maghreb e dell’Africa. In Kuwait diversi parlamentari hanno salutato il coraggio del popolo tunisino mentre in Sudan il 16 Gennaio scorso i partiti di opposizione avevano chiesto le dimissioni del ministro delle finanze sudanese in quanto responsabile dell’aumento dei prezzi delle principali derrate alimentari. Un uomo si era poi immolato nel mercato di Omrdurman , vicino Karthum. Moubarak al-Fadil, uno dei principali oppositori al terrore di Omar Al-Bashir, aveva subito dopo parlato di un paese “pronto per una grande sollevazione popolare”.

Nello Yemen dopo la manifestazione degli studenti nell’università di Sanaa il 17 Gennaio scorso, migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale il 27 per chiedere le dimissioni Ali Abdullah Saleh che, come i suoi omologhi Ben Ali e Mubarak, è al potere da oltre trent’anni. Per calmare i malumori e prevenire altri scontri il governo yemenita ha già annunciato un aumento dei salari. Nell’Oman oltre duecento persone hanno manifestato a Mascate contro il caro-vita. Un corteo sicuramente modesto ma molto raro in una monarchia del Golfo ed indicativo del fatto che le proteste tunisine e egiziane hanno dato coraggio a molti altri popoli solitamente ‘più docili’ (ma questa era anche la definizione che nel mondo arabo si dava ai tunisini) anche lontani migliaia di chilometri. In Giordania il 14 Gennaio, giorno della fuga di Bel Ali, migliaia di persone hanno manifestato contro l’inflazione e la politica economica del governo. Nonostante l’annuncio tempestivo di nuove misure per agevolare i ceti meno abbienti, le manifestazioni proseguono tutt’ora nella capitale Amman. Anche in Siria un decreto presidenziale ad hoc per aiutare le famiglie più povere è stato frettolosamente approvato per evitare il peggio. Dopo il virtuoso esempio del popolo tunisino, che ha rovesciato un tiranno che opprimeva il proprio popolo da oltre vent’anni, in tutto il mondo arabo-musulmano sembra espandersi la stessa identica fragranza. E’ la fragranza del gelsomino che significa la riconquista di tutte le libertà.


Marco Cesario
(31/01/2011)

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