Egitto, laboratorio di democrazia | Elisa Ferrero
Egitto, laboratorio di democrazia Stampa
Elisa Ferrero   
La rivoluzione egiziana del 25 gennaio è riuscita, in poco più di due settimane, a ottenere l’allontanamento di Mubarak dal potere, dopo trent’anni di governo autoritario e poliziesco. La nuova fase che si è aperta in Egitto, con la cacciata del dittatore, è caratterizzata da grandi potenzialità che, se sfruttate appieno, potranno certamente condurre il paese alla democratizzazione. Ma tale fase, naturalmente, è anche caratterizzata da grandi criticità, capaci di contrastare, o forse addirittura di bloccare, il processo di democratizzazione appena avviato.
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Piazza Tahrir

Per quanto riguarda le criticità, basti ricordare che alla rimozione di Mubarak non ha ancora fatto seguito quella dell’intero apparato del vecchio regime, sostanzialmente immutato per quanto riguarda i vertici politici, economici, istituzionali e culturali, ma soprattutto per quanto riguarda la polizia e le forze di sicurezza, vero braccio repressivo del vecchio regime. Mubarak, del resto, non ha firmato nessun documento ufficiale con le sue dimissioni e sono in molti a temere che possa ancora tirare i fili del governo da Sharm el-Sheykh, dove si è rifugiato. Alcuni dicono che abbia addirittura instaurato, nella città balneare, un piccolo regno dotato di tutti i comfort - abitazione, aeroporto, guardia privata – tanto da costringere le forze armate a emettere un comunicato per ribadire che Sharm el-Sheykh è in tutto e per tutto una città egiziana, sotto la loro giurisdizione.
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Gamal Mubarak
La famiglia di Mubarak, in particolare il figlio Gamal, a capo di un’élite affaristica e corrotta, accusata, tra le altre cose, di aver pagato dei mercenari armati per attaccare i manifestanti e compiere atti di vandalismo, è ancora libera di andare e venire dal paese. Oltre a ciò, non si sa quale sia il ruolo, adesso, del vice presidente Omar Suleyman, del quale poco si parla. Le preoccupazioni della piazza, tuttavia, sono soprattutto rivolte al governo di Ahmad Shafiq, nominato da Mubarak prima delle sue dimissioni e ancora in carica. La gente chiede a gran voce un nuovo governo tecnico, ma finora questa richiesta non è stata soddisfatta, c’è stato soltanto un ricambio di ministri che tuttavia non ha riguardato i ministeri chiave della repressione del vecchio regime: interni, difesa e esteri. Sono in tanti, inoltre, a credere che gli esponenti del vecchio regime stiano attuando una vera e propria campagna contro-rivoluzionaria che includerebbe diversi punti: la riabilitazione agli occhi dell’opinione pubblica per mezzo di mass media compiacenti; il tentativo di sottrarsi ai processi per corruzione e abusi, invitando a perdonare e voltare pagina; la diffusione di notizie di dubbia autenticità sulla salute di Mubarak per suscitare compassione e nostalgia nei suoi confronti; la denigrazione sistematica di personaggi-simbolo della rivoluzione come Wael Ghoneim, il manager di Google imprigionato per dieci giorni, subito dopo lo scoppio della rivolta; lo sfruttamento dei risultati conseguiti dalla rivoluzione per riconquistare il potere sotto vesti nuove; il danneggiamento della relazione di fiducia tra l’esercito e i giovani rivoluzionari, istigando, da una parte, numerose mini-rivolte dei lavoratori in ogni settore, con richieste impossibili da soddisfare, per poi darne la colpa alla rivoluzione, e alimentando, dall’altra, l’idea che l’esercito sia troppo lento a rispondere alle richieste della piazza. Naturalmente, c’è anche chi vede in questa sollevazione generale, in tutti i settori lavorativi, il semplice desiderio di dare adito alle proteste soffocate per anni.
Al di là di queste ovvie difficoltà, che sempre fanno seguito alle rivoluzioni, ciò che fa ben sperare per il futuro dell’Egitto è la nuova consapevolezza emersa nella società civile, al cui cuore si collocano i ragazzi di piazza Tahrir. È la consapevolezza di essere in grado, tutti uniti nella diversità - di religione, classe o orientamento politico - di decidere delle sorti del paese. È la consapevolezza di chi ha riconquistato la dignità, accompagnata dall’assunzione della propria responsabilità individuale nel gestire il paese. Le grandi manifestazioni susseguitesi ininterrottamente per settimane, con momenti di alta tensione e pericolosità, si sono distinte poi per non violenza, auto-disciplina, e perfetta organizzazione, e hanno evidenziato, persino nel modo di protestare, maturità democratica e compattezza. I manifestanti hanno sistematicamente represso le reazioni violente e gli slogan islamici discriminatori. Hanno reagito alle iniziali misure repressive della polizia, resistendo con pacifica determinazione. Si sono difesi attivamente, per lo più con pietre, in unica occasione, cioè quando sono stati attaccati dai baltagheya , i mercenari del regime che hanno fatto diverse vittime tra i giovani di piazza Tahrir, e vale la pena ricordare che, senza la resistenza di quelle poche migliaia di giovani (poche solo se si considerano i milioni di persone delle manifestazioni più grandi), non saremmo qui a parlare del dopo-Mubarak. Quando la polizia è stata ritirata dalle città, lasciate in balia di bande di criminali, probabilmente sguinzagliate dal regime in difficoltà, la gente si è prontamente organizzata in comitati per difendere le proprie case e i propri quartieri. Per non parlare dei cordoni umani attorno a musei, chiese e moschee, spontaneamente formati dai manifestanti che, nel bel mezzo degli scontri, non si sono dimenticati di proteggere il proprio patrimonio culturale e storico.
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Habib el-Adly
Questo “senso democratico” della rivoluzione del 25 gennaio, condiviso – è giusto dirlo – anche dai Fratelli Musulmani, si sta evolvendo, nella fase post-rivoluzionaria, in un grande “senso civico” ritrovato. Tutti hanno potuto vedere le immagini dei cittadini egiziani che puliscono e ricostruiscono i luoghi danneggiati durante scontri e manifestazioni, ma l’appello più diffuso su giornali e social network non è di impegnarsi a ricostruire il proprio paese solo materialmente, bensì anche moralmente. Ai “nuovi” cittadini, ad esempio, si chiede di rifiutare il pagamento di tangenti e di denunciare i casi di corruzione. Tre ex ministri, tra cui Habib el-Adly, il famigerato ex ministro dell’interno, sono stati incarcerati e attendono il processo. La società intera è in fermento ed è diventata un vero e proprio laboratorio di sperimentazione democratica. Si discute della nuova Costituzione, delle regole per votare, della formazione di nuovi partiti e, allo stesso tempo, si indaga sulle ricchezze sottratte al paese da Mubarak e dalla sua corte, sui monopoli editoriali, sulla vendita di terre dello stato a personaggi collusi con il vecchio regime. Insomma, si vuole riformare la politica, la società e la coscienza delle persone. Yusuf al-Qardawi, durante la sua predica in piazza Tahrir, in occasione della festa per la vittoria, ha appropriatamente citato il versetto del Corano che afferma: “Dio non cambia nessun popolo, se prima non cambiate voi stessi”. Gli egiziani stanno in primo luogo cambiando se stessi, e in questo, forse, risiede l’unicità della loro rivoluzione, che è già diventata, anche in ambiente internazionale, materia di studio di grande interesse. Gli egiziani, anche in virtù di un radicato senso di unità nazionale che li distingue tra i popoli arabi, hanno dunque tutti i numeri per realizzare un vero processo di democratizzazione. Per non fallire, tuttavia, hanno anche bisogno del nostro sostegno.


Elisa Ferrero
(01/03/2011)


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