La protesta dei rivoluzionari di piazza Tahrir: il popolo è una linea rossa | Dina Kabil
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Dina Kabil   
La manifestazione del milione “dell’ultima chance”, del 25 novembre, è stata l’ultima possibilità offerta dai rivoluzionari alla giunta militare per passare i poteri ai civili, dopo gli scontri che hanno insanguinato piazza Tahrir nelle scorse settimane.
La protesta dei rivoluzionari di piazza Tahrir: il popolo è una linea rossa | Dina Kabil
I gruppi sono arrivati tutti insieme in piazza, rafforzati dall’energia della determinazione e dell’audacia, come se la forza scaturisse dall’esperienza della prima protesta e la risolutezza dalla pazienza avuta nei nove mesi di governo militare.
I manifestanti si trovano di fronte a una copia della politica del presidente destituito, ma più brutale e più violenta. Tantawi, capo del Consiglio Supremo delle Forze Armate, fa un discorso che non dice nulla di nuovo, ma i ribelli non gli danno importanza e organizzano la loro marcia dal sud del Cairo e dal nord di Giza in direzione di piazza Tahrir.
La giunta militare, dopo aver accettato le dimissioni del governo di Ossam Sharaf, affida a Kamal El-Ganzouli la formazione di un governo di salvezza nazionale, ma aumenta il dissenso dei manifestanti, che insistono nelle loro richieste.
“Bisogna ammettere che El-Ganzouli ha realizzato alcune cose quando era a capo del governo nel 1996, ma sono giorni che ormai appartengono al passato” dice Ahmad El-Said El-Naggar, scrittore ed esperto di economia, che era stato scelto dai rivoluzionari come membro del comitato consultivo per un governo di salvezza nazionale.
E aggiunge: “Perché non dare la possibilità al popolo che ha fatto la rivoluzione di scegliere il proprio governo, perché ci si ostina a volerne marginalizzare il ruolo?”. Le forze rivoluzionare si sono accordate su alcuni nomi per la formazione di un governo di salvezza nazionale presieduto dal dottor Mohammad El-Barada’i e composto da ‘Abd El-Mon’em Abu El-Futuh e Hamdeen Sabahy, tutti e tre potenziali candidati alla presidenza.

La protesta dei rivoluzionari di piazza Tahrir: il popolo è una linea rossa | Dina KabilLa densità della folla aumenta quando Mohammad el Barade’i, ex direttore dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, partecipa alla preghiera del venerdì tra la folla in piazza Tahrir, o quando passa Mohammad Abu El-Futuh, venuto dai ranghi della Fratellanza Musulmana, o Ahmad Harara, che conduce la marcia dalla moschea Mostafa Mahmoud fino alla piazza. Ahmad è un giovane dentista militante, che ha perso il primo occhio durante la battaglia dei cammelli del 28 gennaio scorso e il secondo durante gli avvenimenti del 19 novembre e che ha insistito, nonostante questo, a partecipare alle manifestazioni.
Nessuno di loro rilascia dichiarazioni, ma la loro presenza basta a simboleggiare il rifiuto del governo militare. Piazza Tahrir di questo novembre non è lo stesso posto dello scorso gennaio e febbraio, non è un posto per palchi e microfoni da propaganda politica: le forze rivoluzionarie hanno imposto il loro ritmo e le loro leggi alla piazza. Ci sono solo alcuni cartelloni che raffigurano il Feldmaresciallo Tantawi in divisa e con i lineamenti del viso che richiamano quelli dell’ex presidente, o un altro che contesta la giunta militare e reclama un governo civile plenipotenziario.

Le forze di sicurezza vogliono vendicarsi

All’ingresso di via Mohammad Mahmoud, che ha assistito al massacro da parte delle forze di sicurezza ai danni dei manifestanti, predomina un cartellone con su scritto “gli occhi della rivoluzione” in riferimento ai giovani che hanno offerto i loro occhi come sacrificio per la patria, e nella piazza si vedono camminare ragazzi e ragazze con gli occhi bendati che portano le scritte “no al governo militare” e “vogliamo uno stato civile”.
L’offensiva portata avanti dalle forze di sicurezza contro i dimostranti per cinque giorni si è placata, dopo aver causato 41 morti e circa duemila feriti. Negli attacchi sono stati utilizzati proiettili veri e proiettili di gomma, cartucce, lacrimogeni illeciti o scaduti contro manifestanti inermi che avevano solo le pietre per difendersi.
Via Mohammad Mahmoud ha riconquistato nuovamente la calma dopo che alcuni componenti delle forze armate hanno messo in sicurezza la zona, e rimane una domanda ad opprimere alcuni “benpensanti ” che restano delusi dalla giunta militare: “perché il consiglio militare non ha provveduto dall’inizio evitando questo spargimento di sangue?”.
La risposta arriva dalle parole di un medico dell’ospedale della piazza, la dottoressa Hala, che è stata colpita da numerosi lacrimogeni e che non ha potuto portare a termine il suo lavoro nel quinto giorno di dimostrazioni per la stanchezza: “Le forze di sicurezza hanno usato fumogeni e cartucce in modo violento e maldestro e per questo abbiamo dovuto medicare le vittime su tutto il corpo. Sembra che sia in corso una vendetta tra le forze di sicurezza e i rivoluzionari. I membri delle forze di sicurezza hanno fatto irruzione perfino nell’ospedale da campo allestito dai miei colleghi nell’ingresso di un palazzo per i casi chirurgici, e i medici sono stati arrestati”.
La dottoressa grida: “Anche i prigionieri durante le guerre hanno il diritto di essere curati ai sensi della convenzione di Ginevra, ma questo non vale qui per i figli della patria”. La dottoressa Mona Fath El-Bab, che mercoledì sera ha visto sparare proiettili veri contro i manifestanti, che ha assistito alla violazione da parte delle forze di sicurezza della tregua a cui erano giunti gli sheikh (gli anziani, n.d.T.) di Al-Azhar con le due parti e ai lanci di lacrimogeni durante la preghiera, che ha visto la gente morire intorno a sé e sparare alle ambulanze con proiettili veri, dice: “è diventata una vendetta tra noi, i delinquenti di piazza Tahrir o i rivoluzionari, e loro, i militari. Può dire ciò che vuole ma per noi non cambia niente… la soluzione è una: o va via lui o andiamo via noi”.

Nove mesi senza cambiamento
Alcune forze contro-rivoluzionarie hanno definito, nei canali di informazione ufficiali, i ribelli, che hanno offerto la loro vita per la libertà, come “delinquenti di Tahrir”, affermando “che non rappresentano tutto il popolo egiziano”. L’artista e sceneggiatore Mohammad El-Adel commenta queste affermazioni dicendo: “In ogni paese del mondo coloro che scendono per strada sono i ribelli e non tutta la società. E coloro che non vengono considerati come rappresentanti del popolo egiziano sono gli stessi che hanno fatto cadere il sistema del presidente destituito”.
La protesta dei rivoluzionari di piazza Tahrir: il popolo è una linea rossa | Dina Kabil
Kamel Janzouri
Nura Nigm, giornalista e attivista, aggiunge: “Non voglio vedere i carri armati disorientati per strada investire i cittadini come negli avvenimenti di Maspero, e non voglio vedere la gente intorno a me morire o perdere gli occhi. La giunta militare mantiene il potere da nove mesi e continua a dire che non ci ha sparato, ora è il momento che i militari rientrino nelle loro caserme e proteggano i confini egiziani”.
La rivoluzione, che è già costata molte vite, non ha cambiato il sistema, il controllo è ancora in pieno vigore, la repressione continua e si coalizza con l’apparato militare, che resta al di sopra della legge, e non presenta in tribunale i propri criminali – che hanno ucciso ottocento manifestanti a gennaio.
E, nonostante i fuochi d’artificio sparati nel cielo di piazza Tahrir da gruppi di ultras delle squadre dello Zamalek e dell’Ahly per celebrare il “diritto del martire”, nonostante sia tornato il sorriso sui volti di molti ribelli, anche se siamo seduti su un vulcano, c’è un equilibrio precario tra ciò che resta del sistema, che vuole continuare a reprimere la rivoluzione fino al punto di convocare dei veterani (come la nomina di Kamal al Ganzoury da uno dei governi del passato), e tra le forze rivoluzionarie che restano in piazza e vogliono imporre il cambiamento.
Questo equilibrio non ha mostrato differenze negli ultimi mesi dalla caduta di Mubarak, e ogni volta che i rappresentanti del vecchio sistema hanno provato a reclamare il controllo (come nell’aggressione alle famiglie dei martiri che facevano un sit-in l’8 luglio scorso e durante l’attacco alla manifestazione copta a Maspero, dove sono state uccise ventotto persone), la battaglia è continuata e ha portato i rivoluzionari a rompere l’apparato di sicurezza e a imporre la loro volontà sulla storia. L’equilibrio dunque rimane in bilico, l’apparato di sicurezza non è stato abbattuto e si presenta sotto forma di organizzazione civile, e i rivoluzionari non si accontentano di nient’altro che non sia “dignità, libertà e giustizia sociale”.
Cosa succederà dopo questa prima fase delle elezioni parlamentari? Nessuno sa cosa porterà l’immediato futuro. Le elezioni riusciranno a presentare una soluzione di cambiamento o la democrazia delle piazze sarà essa stessa il cambiamento dello situazione attuale?



Dina Kabil
Traduzione dall’arabo di Lucia Gustato
(01/12/2011)


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