I Palestinesi raccontano la loro storia | Vittorio Arrigoni, Stefanella Campana, Papa Francesco, Ada Lonni, Kami Kassis, Stephan Szepsi, Raed Saqadeh, Sahera Dirbas, Rajah Shehadeh, Susan Abulhawa, Walid Atallah, Jeff Halper
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Stefanella Campana   

I Palestinesi raccontano la loro storia | Vittorio Arrigoni, Stefanella Campana, Papa Francesco, Ada Lonni, Kami Kassis, Stephan Szepsi, Raed Saqadeh, Sahera Dirbas, Rajah Shehadeh, Susan Abulhawa, Walid Atallah, Jeff HalperA fine maggio Papa Francesco si recherà in Terrasanta dove parlerà di “giustizia, pace, riconciliazione, solidarietà”. La ministra degli Esteri Federica Mogherini ha annunciato che nelle prossime settimane intende recarsi in Israele e in Palestina “per sostenere gli sforzi del Segretario di Stato americano Kerry per mantenere le parti al tavolo del negoziato di pace”. Sforzi per ora vani visto che le richieste formulate a Israele – ritorno dei rifugiati palestinesi espulsi dalle loro terre nel 1948; confini esatti dello stato palestinese compromessi dagli insediamenti ebraici; destino di Gerusalemme considerata da entrambi la propria capitale – sono cadute nel vuoto. La questione palestinese uscirà dall’attuale cono d’ombra? E’ nata anche con questo intento “Cultura è libertà”, una campagna portata avanti da un’associazione nata a Roma per non disperdere un patrimonio di tradizioni e saperi, volta a valorizzare e promuovere la cultura e la creatività del popolo palestinese, non solo vittima ma protagonista della sua storia, contro l’oscuramento della questione palestinese in un momento di forte instabilità nell’area mediterranea, di negoziati di pace sempre più in bilico, di divisioni politiche e degrado economico. Innumerevoli le iniziative che si sono svolte in diverse città: Roma, Napoli, Salerno, Palermo. A Torino, la rassegna “Palestina Raccontata” ha portato nel cuore della città incontri, conferenze, letture, proiezioni, mostre, teatro e cibi palestinesi. Un viaggio tra paesaggi incantati e ricchi di storia nell’incontro con una cultura complessa, affascinante e unica attraverso le testimonianze di personaggi palestinesi di grande spessore, nonchè di studiosi e attivisti italiani.

I Palestinesi raccontano la loro storia | Vittorio Arrigoni, Stefanella Campana, Papa Francesco, Ada Lonni, Kami Kassis, Stephan Szepsi, Raed Saqadeh, Sahera Dirbas, Rajah Shehadeh, Susan Abulhawa, Walid Atallah, Jeff HalperScopo della rassegna, spiega Ada Lonni che l’ha promossa (docente ordinario di “Storia Contemporanea” presso l’Università di Torino, il suo ultimo libro “Caffè, Hammam e Caravanserragli”), era di capire, conoscere la Palestina, senza pregiudizi, preconcetti, falsi storici grossolani e raffinati, luoghi comuni legati a un approccio orientalista, spirito coloniale e crociato che non si è affievolito. Per questo i primi tre incontri si sono focalizzati su quel lungo periodo che va dai mitici tempi biblici alle nuove guide turistiche di viaggio palestinese del XXI° secolo. Viaggi compiuti e narrati da pellegrini, religiosi, autorità di stati o imperi occupanti, diplomatici, esploratori, turisti e cooperanti. Dai racconti che nei secoli hanno fatto i i viaggiatori occidentali emerge una costruzione geopolitica legata ai propri condizionamenti culturali, alla propria visione dei luoghi santi, di una terra delle tre religioni e dai diversi nomi: Palestina, Israele, Territori occupati, Terrasanta, Terra promessa. Un ruolo di primo piano hanno avuto alcune figure emblematiche come la regina Elena, madre dell’imperatore Costantino, la nobile spagnola Egeria, il cosiddetto Pellegrino di Bordeaux il cui diario può considerarsi la prima guida turistica, i Templari, Pietro Casola e altre figure chiave del pellegrinaggio medioevale. Il racconto di viaggio assume un ruolo di primo piano e nella maggior parte dei casi è conforme ai progetti espansionisti delle potenze europee. E questo emerge anche dallo sguardo femminile, quello di Lady Montague che ha avuto un ruolo pionieristico nella scoperta del mondo arabo musulmano; Lady Stanhope, l’affascinante artefice di uno dei primi salotti intellettuali interculturali e interetnici della regione; Sarah Barclay e Elisabeth Finn, testimoni della vita quotidiana a Gerusalemme, Matilde Serao, acuta e critica osservatrice.

Per secoli le guide turistiche sono state scritte dagli occidentali, e in tempi recenti dagli israeliani che in gran parte detengono il controllo del viaggio e dei viaggiatori in tutta la Palestina storica. Solo nel 2006 si ha la prima guida scritta interamente dai palestinesi che spiegano la loro terra, la loro visione del loro mondo, del loro passato e del loro futuro: “Palestina e palestinesi”, prodotta da ATG (Alternative Tourism Group) di Beit Sahur, tradotta in 7 lingue (anche in italiano), ricca di spunti e di itinerari basati su un turismo sostenibile e responsabile. “Colma un vuoto con aspetti storici e religiosi e anche con la realtà che vive la gente attraverso interviste a palestinesi – dice Kami Kassis, di ATG – La guida incoraggia a fermarsi per conoscere aspetti meno noti. La Palestina è per chi ama camminare”. Non mancano altri contributi, come il recentissimo volume di Stephan Szepsi “Alkin Palestine” con utili consigli su possibili escursioni, turismo rurale, ricerche naturaliste e sulla cultura materiale locale e sui suoi prodotti artigianali della tradizione. Per Raed Saqadeh, di Community Based Tourism, “ è molto importante dare empowerment, cioè rendere autonome le persone, attraverso strumenti di conoscenza, con la formazione. Abbiamo delle sfide da superare: la frammentazione, la divisione del palestinesi, la separazione persino tra membri di una stessa famiglia e superare la percezione negativa sulla Palestina. Progettiamo tour diversi. La Palestina è piccola ma ha molti punti di forza con un’incredibile stratificazione storica, ma tutti conoscono solo l’aspetto cristiano. Questi i punti fermi del nostro programma: le guide devono essere native e saper creare un legame emozionale e intellettuale, la comunità deve essere coinvolta nelle proposte turistiche; salvaguardare le nostre risorse. Tra i tour possibili: il sentiero di Ibrahim, Sufi trails, siti culturali locali, itinerari cittadini”.

I Palestinesi raccontano la loro storia | Vittorio Arrigoni, Stefanella Campana, Papa Francesco, Ada Lonni, Kami Kassis, Stephan Szepsi, Raed Saqadeh, Sahera Dirbas, Rajah Shehadeh, Susan Abulhawa, Walid Atallah, Jeff HalperCi sono poi i viaggi che i palestinesi compiono sul loro territorio, alcuni alla ricerca delle tracce del passato nei luoghi espropriati da Israele, nelle case abbandonate nel 1948; altri, su sentieri rurali un tempo amati e frequentati, oggi sfigurati dall’occupazione con muri, filo spinato, posti di blocco e deviazioni forzate e spesso inaccessibili. Difficile riconoscere i luoghi di un tempo così stravolti. Il racconto “Ritorno ad Haifa” di Ghassan Khanafani evoca efficacemente l’intreccio straziante di emozioni vissute da quei palestinesi che dopo la guerra dei Sei Giorni ritornarono a vedere le case perdute nel 1948 e occupate dagli ebrei che arrivavano dall’Europa. “Sono venuto a dare un’occhiata alla mia casa. Questo posto in cui abiti è casa mia, e il fatto che tu ci stia dentro è una triste commedia del destino”, scrive Ghanafani. Viaggi sulle tracce della memoria personale raccontati non solo con la scrittura ma anche con la cinepresa. Il documentario “Straniero in casa mia”, della regista Sahera Dirbas affronta queste tematiche con quattro storie di quattro famiglie che ritornano alle case di Gerusalemme ovest da loro abitate prima del 1948 e ora occupate da israeliani immigrati. Viaggi a ritroso nel tempo e nello spazio per riscoprire la propria identità e le tracce del proprio passato in un confronto con l’altro, l’occupante, l’israeliano.

I Palestinesi raccontano la loro storia | Vittorio Arrigoni, Stefanella Campana, Papa Francesco, Ada Lonni, Kami Kassis, Stephan Szepsi, Raed Saqadeh, Sahera Dirbas, Rajah Shehadeh, Susan Abulhawa, Walid Atallah, Jeff HalperLa distruzione del paesaggio rimasto inviolato per secoli, reso inaccessibile ai suoi abitanti, uno dei tanti problemi causati dall’occupazione israeliana della Palestina, è messo a fuoco nel libro “Il pallido dio delle colline. Sui sentieri della Palestina che scompare“ scritto da Rajah Shehadeh: “Quando ho cominciato a fare passeggiate sulle colline palestinesi non mi rendevo conto di attraversare un territorio che stava scomparendo”. Un viaggio simile a quello che Yehya compie incamminandosi verso ‘Ain Hod, il villaggio abbandonato durante la nakba, raccontato nel romanzo di Susan Abulhawa “Ogni mattina a Jenin”: “Quella terra ce l’ho nel sangue” proclamo. Conosco ogni albero e ogni uccello. I soldati no”. Susan Abulhawa, nata in Kuwait da una famiglia di profughi della guerra dei Sei Giorni è cresciuta anche a Gerusalemme est. Ora vive negli Stati Uniti. Autrice di vari saggi e antologie, è tra i fondatori di Playgrounds per la Palestina, una ong che costruisce parchi giochi per i bimbi palestinesi nei territori occupati e nei campi profughi. Susan parla con tristezza di un cimitero, quello di Mamilla, il più antico, dove riposano personaggi importanti, come il governatore musulmano di Zfat del XIII° secolo e anche crociati cristiani, a testimonianza di una Palestina multiculturale e tollerante: “Gli israeliani hanno distrutto quasi tutto questo cimitero, designato come patrimonio storico durante il protettorato britannico, per costruire un parcheggio”. Anche lo scrittore Elias Sanbar parla della multi-identità dei palestinesi: “Si definivano i figli della Terra Santa: sono arabi, cristiani , ebrei, con una molteplicità di appartenenze. Non esiste una identità pura palestinese. E questo vale per tutti i popoli”. Elias Sanbar, nato a Haifa, vive a Parigi dove insegna ed è tra l’altro fondatore di Etudes Palestiniens. Impegnato in politica nelle negoziazioni per la pace come rappresentante della Palestina a Madrid e Washington e dal ’93 osservatore permanente e ambasciatore all’Unesco per la Palestina, Sanbar parla di una situazione “totalmente bloccata. Gli americani adottano i soliti metodi di potere. La pace si fa sulla debolezza della Palestina che ha sopportato 24 anni di sacrifici e quindi alle condizioni volute dagli israeliani. Non ci sono orizzonti. Purtroppo l’Europa non ha voce in capitolo perché la questione è un monopolio assoluto degli americani”.

Anche Walid Atallah, professore di Scienze politiche e Direttore dell’Humanities Department presso l’Università di Betlemme, è pessimista: “La situazione politica è molto complicata: Israele rifiuta il ritorno dei profughi e non è disponibile ad alcun compromesso, continua con gli insediamenti e a considerare Gerusalemme come capitale ebraica. Non penso che possano esserci cambiamenti nell’immediato futuro”. Atallah è anche preoccupato rispetto ai giovani: “Il popolo palestinese ha sempre lottato per difendere la propria identità, ma negli ultimi anni si registra una regressione a tutti i livelli. I giovani hanno meno interesse a coltivare la memoria storica perché delusi. Vivono il grave problema della disoccupazione, anche tra i laureati, la mancanza di libertà di movimento e di sbocchi per la situazione economica. Teoricamente potrebbero andare all’estero ma solo pochi lo fanno e se hanno borse di studio; non c’è libertà di movimento persino all’interno della Palestina e ad avere i visti”. In Palestina ci sono 13 università, 20 istituti universitari e 15 collegi universitari con 230 mila studenti; le donne sono in maggioranza, il 75%. Le tasse variano a seconda della facoltà, da 1500-2000 euro. “Israele controlla tutto, anche l’istruzione – aggiunge Atallah - A Gerusalemme tutto il sistema scolastico è influenzato da Israele, in Cisgiordania invece incide poco perché storicamente le università sono controllate dalle realtà locali, a differenza dei licei”.

//Ramat Shlomo a Gerusalemme Est Ramat Shlomo a Gerusalemme Est

Con la nascita dello stato di Israele e soprattutto dopo la guerra dei Sei Giorni, la conseguente espansione dell’occupazione e colonizzazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza – in spregio alle risoluzioni ONU e alle Convenzioni internazionali - i protagonisti del viaggio in Palestina sono soprattutto donne e uomini che portano solidarietà, che agiscono per una pace giusta, che offrono forme di cooperazione. Provengono da realtà diverse e vogliono capire e condividere la quotidianità della popolazione palestinese dei villaggi e dei campi profughi. Sono anche cittadine e cittadini di Israele che non si riconoscono nelle politiche e nelle pratiche governative e militari contro il popolo palestinese. Uno di questi è Jeff Halper, antropologo israeliano, direttore del Comitato Israeliano contro le Demolizioni di case (ICAHD), autore di numerosi libri e nominato al Nobel per la Pace nel 2006, che denuncia la “ebraicizzazione di Gerusalemme e della Cisgiordania. Dal 1967 circa 29 mila abitazioni palestinesi e strutture vitali sono state demolite nei Territori Occupati e recentemente il governo israeliano ha approvato altre 1500 unità abitative nell’insediamento illegale di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est e altre 3500 in Cisgiordania. La mancanza di accesso all’acqua o a terre coltivabili e l’espropriazione di terre necessarie al modo di vita comunitario dei palestinesi è il vero scopo della politica delle demolizioni. Come ebreo israeliano vivo in un Paese che appartiene anche a qualcun altro. Gli israeliani devono riconoscere che vivono in Palestina perché senza questo riconoscimento non c’è una soluzione. Chiediamo agli oppressi di comprendere gli oppressori. Dobbiamo restituire l’identità, la storia dei palestinesi e in questo processo Israele deve partecipare per la riconciliazione”.

//Vittorio ArrigoniVittorio ArrigoniNegli ultimi anni il racconto sulla Palestina si è arricchito di progetti, obiettivi mirati attorno a cui si sono costruite relazioni, forme di sostegno e scambio. Viaggi che possono contare su modalità tecnologiche innovative. Basti pensare alle testimonianze affidate alla rete, come quella preziosa di Vittorio Arrigoni durante l’operazione “Piombo fuso”. “E’ stato un testimone, un reporter per forza di quel massacro, considerato una questione interna avvolta nel silenzio. Vittorio, ucciso a Gaza il 1° dicembre 2011, ma prima ancora incarcerato, malmenato, poi espulso, ha reso onore alla verità al grido ‘restiamo umani’ ”, racconta la madre Egidia Beretta, diventata testimone del figlio fra i giovani e nelle scuole.

Il piatti della tradizione palestinese, i vini di Betlemme, le mandorle di Jenin, i datteri della valle del Giordano, le erbe e le spezie, il tahini nero, sono stati i protagonisti della festa conclusiva della rassegna torinese con la presenza di Fidaa Abuhamdiya, famosa chef palestinese che ha studiato per diversi anni anche in Italia “scienze e cultura della gastronomia”, tornata da due anni in Palestina “per lavorare sulla gastronomia palestinese, connetterla all’identità del mio popolo e renderla il più possibile sana e naturale. Israele ha scippato anche la nostra cucina, spacciando molti nostri piatti come israeliani”. Pure Slow Food fa la sua parte in Palestina, sostenendo i presidi conservativi di queste piccole produzioni di qualità, anche loro un patrimonio culturale della Palestina da difendere.    


Stefanella Campana

20/04/2014