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Mai Al Kaila: «A Gaza una barbarie. Fatti dall’ONU, non parole» Stampa
Marco Cesario   

//Mai Al KailaMai Al KailaOtranto (LE). Gli echi dei dolorosi conflitti e delle tragedie che insanguinano il Mediterraneo risuonano tra le antiche mura della città di Otranto che ha fatto da suggestiva cornice, la settimana scorsa, alla sesta edizione del Premio Giornalisti del Mediterraneo (vincitrice assoluta del premio Tamara Ferrari del settimanale Vanity Fair). Dopo 50 giorni di bombardamenti intensivi e la distruzione di circa 16 mila abitazioni che ha lasciato per strada centinaia di migliaia di persone occorre ricostruire Gaza. Ne abbiamo parlato con l'ambasciatrice dell’Autorità Palestinese in Italia, Mai Al Kaila, che è stata anche tra i protagonisti di un dibattito nel castello aragonese della città al quale hanno partecipato, tra gli altri, la ministra della cultura albanese Mirela Kumbaro Furxhi. Intanto il coordinatore ONU per il Medio Oriente Robert Serry ha dichiarato che le autorità palestinesi ed israeliane si sono appena messe d’accordo su un “meccanismo provvisorio”, con la supervisione dell’ONU, per accelerare la ricostruzione (il cui costo è stato stimato attorno ai 4 miliardi di euro).

« A Gaza è stata una catastrofe – ha detto Mai Al Kaila – Israele non ha soltanto violato le leggi internazionali ed i diritti umani, si è trattata di una vera e propria pulizia etnica, una barbarie inaccettabile. Il 22 Settembre prossimo ci sarà l’Assemblea Generale dell’ONU a New York ed io spero che vengano prese decisioni efficaci, non bastano più le dichiarazioni. Vogliamo iniziative sul campo, basta, (in italiano ndr), siamo stanchi dell’inefficacia della comunità internazionale».

Dopo i bombardamenti ora occorre ricostruire un paese distrutto

Duemiladuecento palestinesi sono stati uccisi sotto i bombardamenti. Oggi ci sono centinaia di migliaia di persone senza tetto che vivono per strada. C’è tanta rabbia a Gaza. Cosa ci si aspetta anche come reazione da gente ridotta a vivere per strada perché ha perso la casa, senza acqua né cibo, gente che ha perso la speranza, senza futuro, cosa ci si aspetta dalla gente di Gaza? Le Nazioni Unite, il 22 Settembre prossimo hanno una grande responsabilità: agire in maniera efficace per mettere fine ad una situazione insostenibile.

La guerra e i media a Gaza: una scia di sangue

I vostri colleghi nella Striscia di Gaza sono stati uccisi mentre facevano il proprio mestiere ed anche questa è una violazione della libertà di stampa e delle leggi internazionali perché i giornalisti, dovunque nel mondo, dovrebbero essere protetti. Uno di loro è stato ucciso direttamente mentre stava indossando il suo giubbotto antiproiettile con la scritta “Press”. Dovreste protestare per difendere i vostri colleghi. In tutta la Palestina i giornalisti sono costantemente minacciati da Israele.

Per Israele un governo di unità nazionale con Hamas continua ad essere un problema.

Il problema reale non è Hamas ma l’occupazione. Hamas è un partito politico radicato nel contesto sociale della società palestinese, Hamas è stato eletto democraticamente e fa parte del popolo e del sistema dei partiti del panorama politico palestinese esattamente come il Likud o Shas ed altri partiti estremisti ed ultraortodossi fanno parte del sistema politico israeliano. Perché si parla di Hamas e non del Likud o di Netanyahou che ha dato l’avallo ad una brutale operazione di guerra contro il popolo palestinese? Hamas ha la sua ideologia, che sia accettabile o meno, ma è un partito che vive sotto l’occupazione. Se non ci fosse l’occupazione vivremmo tutti in pace. Noi vogliamo uno stato palestinese con le sue istituzioni ma ogni volta che intraprendiamo iniziative e cerchiamo di sviluppare un embrione di stato veniamo puntualmente bombardati.

Secondo lei può reggere ancora la tregua?

E’ stato così per un mese, io spero che continui a lungo. Ma ora la situazione è particolarmente difficile, ci sono numerose violazioni da parte israeliana. Come ad esempio la confisca di ben 400 ettari di territorio a sud di Betlemme ed Hebron da usare come terra per edificare nuove colonie. Questo territorio appartiene ai Palestinesi, si tratta di una grave violazione. Tra l’altro le colonie sono il principale ostacolo nel processo di pace. Un’altra violazione è compiuta ai danni dei pescatori di Gaza, che vengono costantemente presi di mira e sparati dalla marina israeliana.

I palestinesi chiedono l’apertura del porto, dell’aeroporto e del valico di Rafah

Il porto e l’aeroporto sono stati costruiti e poi bombardati. In seguito, non ci hanno più permesso di avere l’aeroporto. In quanto palestinese o vado in Giordania oppure all’aeroporto di Ben Gurion a Tel Aviv, non ho altra scelta. Ma io ho tutto il diritto in quanto palestinese ad avere un aeroporto, nessuno stato può impedirmi di averlo. Questo è un momento cruciale, il momento giusto perché la comunità internazionale prenda decisioni concrete sul futuro della Palestina. Noi Palestinesi vogliamo la pace ma fare la pace significa avere la sovranità sul nostro territorio e per avere ciò è necessaria la fine dell’occupazione. Io sono nata e cresciuta in Palestina ed ho rinunciato al 78% del territorio storico del mio paese. Sì dunque alla pace, ma fine dell'occupazione israeliana ed uno stato palestinese con i suoi confini.

 


Marco Cesario

18/09/2014

 

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