Percorrendo la Palestina a piedi | Mashallah News, Ebticar, Bassam Almohor, Beduini, za’atar, mashtoob, Paul Salopek
Percorrendo la Palestina a piedi Stampa
Bassam Almohor   

//© Bassam Almohor© Bassam AlmohorCammino perché il mio paese è piccolo, e sta diventando sempre più piccolo, si restringe fin quasi a scomparire. Sempre più frammentato, ridotto in pezzi sparsi e sconnessi, o collegati da stretti corridoi. Cammino per renderlo più grande. Attraverso valli e burroni per sentire la terra estendersi intorno a me. Cammino per far sembrare il mio paese più vasto, più largo. Cammino, per metterci settimane ad attraversarlo. Cammino per scattare foto, respirare aria pura, abbronzarmi, sentirmi libero, riposare le orecchie, ascoltare i suoni della natura. A piedi, sento tutto il mio paese come se fosse il mio terrazzo. Quando cammino, la Palestina mi sembra un continente.

Certo, cammino anche per stare in forma. Eppure oggi anche i Beduini hanno smesso di camminare. Solo i pastori continuano a farlo. Recentemente ho attraversato la Palestina e ho incontrato solo due pastori, due ragazzi che raccoglievano za’atar e una manciata di escursionisti. Tutti gli altri si muovevano in auto. C’è un servizio di taxi in ogni villaggio. Una donna prende il taxi anche per andare a trovare un’amica che abita nella strada vicina. Quanto è grande il villaggio? È piccolo, in realtà.

Ci sono pochissimi sentieri in Palestina. La maggior parte dei vecchi bellissimi percorsi attraverso la natura è stata trasformata in strade asfaltate, allargate a dismisura dai bulldozer, senza riguardo per gli oliveti o la distruzione dell’habitat naturale. È ovvio: le nostre automobili mashtoob hanno bisogno di strade. “Posso stare più a lungo alla fattoria, anche dopo il tramonto, ora”, dice Abu Mahmoud, di Jammalah, mentre accende il motore del suo vecchio furgone. Il suo asino è andato in pensione, e torna in servizio solo quando il furgone resta senza gasolio, o quando si scarica la batteria.

Ci sono pochissime persone lungo le strade, sedute sugli scalini dei portoni o affacciate ai balconi, agli angoli dei vicoli, a bere the, caffè o Coca Cola in bottiglia. Ci sono pochissimi caffè nei villaggi, sono scomparse le tipiche sedie di legno. Non c’è più Abbas, il nostro uomo del caffè. È morto. Me lo ricordo, con il suo grembiule blu, il suo viso sempre imbronciato, mentre serviva ai vecchi che giocavano a tarneeb la loro tazza di miscela arabica scura. Questa è l’era di Internet. Ciò che chiamiamo “social” sta prendendo il sopravvento. Incontriamo delle persone, scambiamo due parole, e la prima domanda è: “Sei su Facebook?”. Cioè, loro chiedono letteralmente: “Hai un face, una faccia?”. Certo che ho una faccia, e una lingua anche, e parlo arabo, sono di bell’aspetto e posso raccontarti migliaia di storie, vieni, siediti vicino a me, lascia da parte i tuoi aggeggi smart. Non abbiamo solo smesso di camminare: abbiamo anche smesso di parlare. Quello che Paul Salopek chiama “cervello macchina” io lo chiamo “cervello telefono cellulare”.

Cosa ci è successo? Perché le persone hanno smesso di camminare? È così faticoso? È difficile camminare? È pericoloso? C’è un coprifuoco generalizzato? O i coloni ci circondano da ogni parte, tagliano le nostre strade e le nostre valli, spaventano i nostri bambini, e noi dobbiamo prendere ogni precauzione per non sporgerci dalle nostre finestre, per non calpestare i loro territori? Perché abbiamo smesso di camminare?

//© Bassam Almohor© Bassam AlmohorLa triste verità è che camminare, in Palestina, è pericoloso. Grazie a Google Maps ora posso vedere dove passa il confine degli insediamenti ebraici: traccio il mio itinerario virtualmente, salvo il percorso da Google Earth su un file .kml, poi uso un sito gratuito per convertire il file .kml in un file .gpx, lo carico sul mio IPhone. Ecco fatto! Sono al sicuro. Ora posso consultare il mio IPhone per sapere dove si trova il più vicino insediamento, dove comincia il suo confine, così da evitarlo. E ringrazio ogni elemento metafisico, ogni volta che riporto il mio gruppo indietro sano e salvo, là dove è il suo “habitat naturale”.

Ma, dai! Non abbiamo davvero bisogno di un Gps per fare un’escursione! Questo posto è troppo piccolo: basta salire su una terrazza panoramica, guardarsi intorno, e si può quasi toccare ogni villaggio, ogni fattoria, ogni valle, la piccola cittadina giordana di Shooneh, le torri di Tel Aviv, i tetti rossi degli insediamenti. Beh, questi no, rischiamo di scottarci. Quella parte è chiusa per noi: ci entriamo solo se siamo operai, se dobbiamo andare a riparare una finestra, o costruire un’unità immobiliare.

Camminare è pericoloso perché siamo noi stessi a renderlo tale. Perché le persone pensano che io sia un colono ebreo ogni volta che passo vicino al loro villaggio palestinese? Perché dicono: “Shalom”, “Mi efo atem”, “Rotse maym”? ogni volta che li incontro? Perché un pastore e suo figlio, alla mia vista, scappano sulla collina verso il villaggio di Fandaqomieh con le loro ottantacinque pecore? È per via della nostra pacifica coesistenza? È per via dei coloni, che mi assomigliano quando vado in giro con il mio zaino sulle spalle, con la mia giacca “North Face” e con la mia macchina fotografica Canon? Eppure non ho un fucile al mio fianco.

Perché camminare fa male? È a causa delle vesciche sui piedi? O delle scottature del sole? Forse è difficile perché dobbiamo arrampicarci: la nostra Palestina è piena di colline, e per ogni discesa c’è una salita.


Bassam Almohor

12/10/2014

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