Essere artisti a Gaza | babelmed
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Murales a Gaza
Qualche giorno fa eravamo con tre pittori alla caffetteria di un sopravissuto Centro Culturale europeo, scattando foto a dei clowns improvvisati da loro stessi nel bel mezzo di foglie secche, rametti e fiori.
La loro seduta di foto aveva un che di patetico, un po’ come la testa di questo clown in riposo, funereo, al suolo. Davanti a noi, un muro bianco, con un graffito rosa e blu leggermente sbiadito. Uno degli artisti si mette a parlare del pittore che lo aveva realizzato: “Chi lo ha dipinto è morto. Una sera, gli israeliani si trovavano ancora nella Striscia, è rientrato un po’ tardi. Dei soldati sono piombati su di lui e l’hanno arrestato. Ha detto delle brutte parole: l’hanno torturato, è morto con dei ferri tra le mani. Un amico che è riuscito a fuggire ha raccontato: “Ho guardato il murale con le sue forme naïf e i colori infantili. La vista della tortura nel mezzo della notte mi ha agghiacciato fin nelle ossa”.

Oggi, dopo il piano del disimpegno, gli artisti subiscono ciò che tutto il mondo subisce: isolamento totale, impossibilità economica, una tensione permanente non perché una cosiddetta organizzazione terrorista che è arrivata al ‘potere’, ma poichè le persone di questa parte del Mondo subiscono da cinquant’anni la colonizzazione e la guerra.

L’arrivo di Hamas al governo non impedisce agli artisti di lavorare presso di loro e al tempo stesso continuare a pensare. L’Intifada ha bloccato i concerti già da sei anni. Di rivincita, essi vorrebbero poter cantare e esporre altrove, vorrebbero essere liberi di passare la frontiera, condividere il loro lavoro con altri artisti e un pubblico. La sola prospettiva: andare altrove, partire, ma anche tornare.

Dopo il 25 giugno 2006, la situazione si è ancor più aggravata, poiché l’unico luogo d’uscita possibile è costituito dal check point di Rafah, a sud della Striscia di Gaza. Ora, da questa data, gli europei ‘hanno abbandonato’ il controllo del passaggio e Israele ne ha domandato l’immediata chiusura nelle sole tre mezze giornate in cui il check point ha riaperto. Non sappiamo quando sarà di nuovo riaperto, anche solo un po’. Quest’estate della gente vi è morta, i malati non possono passare, sono in attesa migliaia di persone. Il 25 giugno a Gaza ha avuto luogo un concerto presso il Centro Shawa, organizzato dallo stesso Centro Culturale ‘in sopravvivenza’ e dal suo tenace direttore. Ha preceduto il concerto una forte tensione, poiché eravamo a conoscenza del rapimento del soldato israeliano e si supponeva che il concerto potesse essere annullato da un momento all’altro. 450 persone sono venute ad ascoltare il concerto e la Festa della Musica ha potuto aver luogo anche a Gaza. L’indomani, gli artisti europei hanno atteso 7 ore al check point d’Eres a nord della striscia di Gaza. Hanno mancato il loro volo di 17 ore, ma con molta filosofia si sono messi a suonare davanti ai soldati. Il giorno dopo, pensavano agli artisti palestinesi incontrati e quello che essi attendevano: una pioggia estiva… bella, magnifica, piena di Comètes Apaches1, Aeromobili, Jets, Incursioni di Carri Armati, indimenticabili Motori F16, Ministri prelevati, Ministeri soffiati, Economia scoppiata, bambini uccisi, donne uccise, resistenti uccisi.

Prima di quel famoso 25 giugno alcuni artisti palestinesi erano in tournée o presentavano una mostra. Sono dovuti rimanere nei pesi che li avevano accolti, per la più parte senza denaro e senza possibilità di alloggi. Altri sono qui a Gaza, hanno dei progetti al di fuori del paese, ma non possono realizzarli. Con certezza, sappiamo che una cantante e un pittore palestinesi sono bloccati in Francia da due mesi, un musicista è obbligato a rimanere in Italia dallo stesso periodo.
D’altra parte, tre pittori e un cantante palestinese al momento devono andare a Londra, Roma, Bruxelles. I concerti e le mostre degli artisti palestinesi vengono annullati. Essi subiscono, come tutti, l’enorme restrizione economica del paese, con l’impossibilità di guadagnare qualche shekel, dollaro o euro all’esterno delle frontiere, così ben controllate.

E’ dunque difficile definire la visione e, pur amando la terra a cui appartengono, essi vorrebbero staccarsi da questa realtà. Il gravoso presente rattrappisce ogni visione, solo l’oggi è importante salvare. Alzarsi e agire, malgrado tutto.
La vista verrà più tardi. La visione politica rumoreggia troppo: può essere che essa un giorno essa arriverà, insieme alla Storia che non riesce ad apprendere le sue lezioni, tuttavia, per ora, si deve assumere il quotidiano con i suoi ritagli di luce e le voci di guerra; le sue tensioni e le sue restrizioni.

Qui a Gaza, i colori sono ombre nel quadro e le forme difformità, appiattite o in esplosione, come un big bang supersonico che dichiara il terrore, la paura tra le due sponde, lo spasmo del cuore. I canti sono melanconici, profumano dell’odore della terra e dello spirito o non spirito di Dio, del rombo di bombe, di ponti saltati e bambini zuppi del loro sangue. Le fotografie mostrano che un tempo ha fermato la sua corsa. Un po’ di pittura, qualche nota, le parole hanno dovuto mal sopravvivere, ma sopravvivono. Senza visioni, con la pesantezza della dura realtà e nell’assenza di speranza. Ogni voglia di costruzione, ogni piccolo progetto viene sconfitto da una distruzione, una chiusura o una minaccia di morte, nello stallo di non sapere dove va questa striscia di terra sovrapopolata, ma con l’idea che il tempo curi la profonda depressione che invade Gaza e porti giustizia. Aspettando questo tempo, aspettando che una visione appaia, gli artisti vorrebbero prendere il volo o tornare a loro, vorrebbero essere liberi. Non una libertà ideale e ‘vendicatoria’, una libertà reale. Mostrare il proprio passaporto e recarsi, senza soldati egiziani armati, all’aeroporto più vicino; vale a dire quello del Cairo, vale a dire dieci ore di strada in autobus dal centro della città di Gaza.

(BA Gaza 08 08 2006, rivisto il 20 08 2006)
(traduzione dal francese di Maddalena De Bernardis)

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