Case a Gerusalemme Est: 13% per i Palestinesi, 35% per i coloni | Marie Medina
Case a Gerusalemme Est: 13% per i Palestinesi, 35% per i coloni Stampa
Marie Medina   
Case a Gerusalemme Est: 13% per i Palestinesi, 35% per i coloni | Marie MedinaUn rapporto pubblicato il 1° maggio dall'OCHA (Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari) denuncia la responsabilità delle autorità israeliane nella crisi degli alloggi che colpisce la popolazione palestinese di Gerusalemme Est, la parte araba della città annessa dallo Stato ebraico.
Tra i fattori che alimentano questa penuria di abitazioni: la mancanza di un piano urbanistico, una ripartizione diseguale del budget municipale tra quartieri ebraici e quartieri arabi e regole di costruzione più restrittive per questi ultimi. Risultato: almeno il 28% delle case palestinesi a Gerusalemme Est è costituito da costruzioni illegali e circa 60 mila persone rischiano di vedere la propria casa demolita, secondo una stima minima dell'OCHA. Seguendo criteri più larghi la valutazione supera il 45% per gli immobili illegali e i 102 mila abitanti minacciati di espulsione ( sui 225 mila che vivono a Gerusalemme).

Mentre non viene fatto nulla per risolvere la crisi degli alloggi, la municipalità di Gerusalemme ha invece promesso di infierire ancora, da qui a qualche settimana, contro le costruzioni illegali, sostituendo se necessario i bulldozer con la dinamite. L'OCHA teme le conseguenze di questa politica di demolizioni. I bambini sono “particolarmente colpiti” quando la loro famiglia viene sfollata; viene turbata la loro scolarizzazione, il loro accesso ai servizi e all'acqua potabile in parte interrotto, rileva l'agenzia dell'Onu. “In quanto forza d'occupazione, Israele deve assicurarsi che i servizi alla popolazione palestinese del territorio occupato vengano forniti”, ricorda il rapporto. Le autorità israeliane devono dunque intraprendere una pianificazione urbana “che risponda alla crisi di alloggi palestinesi a Gerusalemme Est”. E l'OCHA suggerisce come prima misura positiva “il congelamento degli ordini di demolizione in attesa di esecuzione”.

Dal 1967, duemila case palestinesi sono state rase al suolo a Gerusalemme Est per mancanza di permessi di costruzione. Nulla rispetto al periodo 2000-2008, in cui sono state 670 le strutture abbattute. Solo nel 2008, circa 400 palestinesi hanno perso la loro abitazione. E dall'inizio dell'anno l'OCHA ha recensito 19 strutture demolite, di cui 11 erano abitate: 109 persone sono quindi state sfollate, tra cui 60 bambini.

I Palestinesi costruiscono spesso senza autorizzazione a causa delle “difficoltà che incontrano nell'ottenere un permesso di costruzione da parte delle autorità israeliane”, osserva l'agenzia dell'Onu. La zona che viene chiamata Gerusalemme Est copre in pratica un territorio di 70,5 km² conquistato da Israele durante la guerra dei Sei Giorni nel 1967, poi unilateralmente annesso dallo Stato Ebraico, che l'ha posto entro i confini municipali di Gerusalemme.

La superfice di questo territorio è ripartita come segue:
- 35% (24,5km2) è stato espropriato per costruirvi colonie ebree. Attualmente più di 195.000 coloni abitano Gerusalemme Est.
- 30% (21,35km2) non è oggetto di alcuna pianificazione dal 1967. In alcune zone sono sotto esame alcuni progetti, ma non sono ancora stati approvati.
- 22% (15,5km2) è stato classificato “zona verde”, o naturale, e non vi è autorizzata alcun tipo di costruzione, pur se riservate a impianti pubblici come strade e altre infrastrutture.
- 13% (9,2km2) è edificabile dai palestinesi e per la maggior parte è già densamente costruito.

Per aprire un cantiere nell'ultimo 25% dev'essere presentato e approvato un dettagliato piano di occupazione del suolo, precisando la ripartizione tra zone naturali, zone per le infrastrutture e i terreni edificabili. Una volta approvato questo, non viene rilasciato alcun permesso per costruire se le infrastrutture (strade, acqua, fognature) non esistono già sul terreno in questione. Ora, questi impianti pubblici, che sono a carico della municipalità, mancano disperatamente a Gerusalemme Est ”poiché le risorse finanziarie sono assegnate in modo iniquo”, sottolinea l'OCHA.

L'Associazione per i diritti civili in Israele (ACRI) si spinge più lontano, denunciando “politiche discriminatorie”, specialmente in termini di infrastrutture e alloggi. Amir Cheshin, un anziano consigliere municipale, spiega che la pianificazione urbana a Gerusalemme è guidata da un obbiettivo primario: mantenere una percentuale del 70% di ebrei contro il 30% di arabi. Questo imperativo politico, in una città rivendicata come capitale sia dai palestinesi che dagli israeliani, spiega lo scarto tra i limiti di altezza delle costruzioni consentiti nei diversi quartieri. Mentre a Gerusalemme Ovest si innalzano torri, gli immobili costruiti nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est non hanno il diritto di superare i sei piani. “La densità di abitazione ammessa è la metà (in alcuni casi molto meno) di quella che si trova nelle colonie israeliane vicine”, nota l'OCHA.

Facendo un po' di aritmetica, il costo del permesso di costruzione è più elevato per le famiglie palestinesi che costruiscono solo una casa o un piccolo immobile, rispetto ai costruttori israeliani che realizzano grandi progetti e possono ripartire questi costi tra i numerosi appartamenti creati.
La procedura per ottenere un permesso, oltre ad essere costosa è anche lunga e quasi la metà delle volte infruttuosa. Tra il 2003 e il 2007, mentre le domande per il permesso di costruire raddoppiavano, le concessioni restavano le stesse, oscillanti fra i 100 e i 150 per anno.

Le motivazioni dei rifiuti sono eloquenti. L'OCHA cita il caso di Mahmoud Alayyan, che abita una casa costruita dalla sua famiglia nel 1963 su una collina situata a nord del villaggio di Sur Bahir e a sud della colonia di Talpiot Est. Nel 1999 ha illegalmente allargato questa casa, in cui vive con sua madre, le sue due sorelle, sua moglie che è attualmente incinta e i loro quattro figli. L'anno seguente ha chiesto alla municipalità come regolarizzare la sua situazione e si è sentito rispondere che era impossibile, perché la sua abitazione era costruita nella “zona verde”. Convocato all'inizio del 2009 da un tribunale che esige la distruzione dell'estensione illegale, scopre, preparando la difesa al suo processo, che la colonia di Talpiot Est sta per siglare un accordo per la costruzione di 180 nuovi alloggi nella “zona verde” che circonda la sua casa. Il piano di estensione della colonia designa la sua residenza come “da demolire”. Il processo di Mahmoud Alayyan avrà luogo in giugno.

Il numero di permessi rilasciati è tre o quattro volte inferiore alla domanda. Nel 2008 sono stati concessi 125 permessi, corrispondenti a circa 400 alloggi. Dal canto suo, l'organizzazione israeliana Ir Amin stima che bisognerebbe costruire almeno 1550 alloggi all'anno a Gerusalemme Est, semplicemente per rispondere all'incremento della popolazione palestinese. L'alto tasso di natalità non è l'unico elemento che fa crescere questa popolazione. In questi ultimi anni, numerose famiglie originarie di Gerusalemme Est che vivevano in Cisgiordania o all'estero sono ritornate nella città, per evitare di ritrovarsi intrappolate nella parte sbagliata del Muro di Separazione o di perdere il loro status di residenti di Gerusalemme (le autorità israeliane possono ritirare questo status alle persone che non abitino nella città per tre anni di fila).


Marie Medina
Traduzione dal francese di Alessandro Rivera Magos
(09/05/2009)

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