Palazzo di Vetro | Istico Battistoni
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Istico Battistoni   
Da dove cominciamo? Dalla fondazione dell’Organizzazione sionista mondiale a Basilea nel 1897, dalla conferenza nazista di Wannsee del 1942 che decide per lo sterminio sistematico degli ebrei, dalla creazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nel 1964, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 o dalla prima Intifada del 1987? Ouf, quante eredità legate a quei due minuscoli popoli, quanti riferimenti storici e quanta cronaca nera.

Troppo complicato. Andiamo ai discorsi pronunciati a New York negli ultimissimi giorni.
Alla fine, quello che appare l’uomo politico più dimesso, struttura da buon nonno di famiglia, con il pancione e due occhiali da vista spessi come il fondo di una bottiglia, ha fatto il discorso più ragionevole, più onesto e più esplicito: “Sono 63 anni che stiamo aspettando, dal giorno della nostra catastrofe”.
Palazzo di Vetro | Istico Battistoni
Palazzo Presidenziale della Moqata

Avevo incontrato Abu Mazen nell’autunno del 2004, con una delegazione del Parlamento Europeo, poco dopo la scomparsa di Yasser Arafat, mentre presidiava il palazzo presidenziale della Moqata, ancora storpiato e mutilato dai bombardamenti della seconda Intifada. L’uomo non mi aveva fatto una grande impressione, non parlava inglese, sembrava insicuro e comunque poco propenso alle manifestazioni di simpatia. Ieri, quando l’ho sentito invocare dignità e diritti al mondo intero raccolto nel Palazzo di Vetro, ho provato rispetto e ammirazione per quest’uomo, forse il più sottoposto a pressioni, sollecitazioni e ricatti dei cinque continenti. E chissà perché, ho pensato al nostro Signor Mortadella, e a quanto bisogno tutti noi abbiamo di Antipersonaggi come questi. Barack Obama ha la taglia e il passo di un modello, il Primo ministro israeliano l’espressione di un attore di Hollywood, i principi del Golfo il portamento di principi del Golfo, e tutti noi venerdì 23 settembre siamo rimasti incollati al video per uno che, se lo incontrassi al ristorante Maxim’s di Parigi, lo prenderesti per il custode dei gabinetti.

“Questo Stato palestinese non s’ha da fare (neanche sul 22% di quel che resta della Palestina storica)” – hanno assunto come massima i traffichini e i lobbysti di New York. Eppur vi dico che molti attivisti per la pace israeliani rispettano il successore di Arafat quasi fosse il loro rappresentante istituzionale. Combatants for Peace ed altri movimenti di solidarietà israelo-palestinesi, la sera del 22 settembre, la vigilia della presentazione della richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina a Ban Ki Mon, hanno addirittura organizzato un evento festivo comune dietro il Muro di Separazione; a Beit Jala, stretta tra le colonie israeliane di Gilo e Har Gilo.
Il giorno successivo, dopo i discorsi di Abu Mazen e Netanhiahu, mi sono sintonizzato su BBC World, ed ho ascoltato i commenti di Einat Wilf, una bella deputata dagli occhi chiari che siede alla Knesset con il Partito dell’Indipendenza, quello dell’onnipresente Ehud Barak. La giovane donna si diceva oltraggiata dalle parole del presidente dell’OLP, e annunciava una campagna per esautorare l’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi delle sue funzioni: “Se le Nazioni Unite accettano di riconoscere uno Stato palestinese a Gaza ed in Cisgiordania, non possono più finanziare i campi di rifugiati, in quanto il loro statuto cambia e diventano cittadini di quello Stato”. Il ragionamento non faceva una grinza, se escludiamo i rifugiati che stanno in altri paesi arabi o in altri continenti, ma l’astio e il fastidio con cui veniva espresso erano così palesi che ho preferito ritornare a decifrarmi un articolo di Al Aaswany su quello che provano gli italiani per la Rivoluzione egiziana, munito di due dei miei vocabolari.
Se volete che vi dica come vedo io la cosa, non posso nascondervi il mio pessimismo per la soluzione dei due stati contigui, quando più di 400.000 coloni vivono in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est, e milioni di palestinesi, rifugiati e discendenti di rifugiati, aspirano ancora al riconoscimento del diritto al ritorno.

Molte questioni restano aperte, come ricorda l’attivista israeliano Jeff Halper in un editoriale pubblicato recentemente ( Canadian Dimension , 16 settembre u.s.): se l’iniziativa di settembre si basa sul riconoscimento di uno Stato palestinese lungo le frontiere del 1967, che cosa negozierà Abu Mazen con Israele? Minimi aggiustamenti territoriali o il ritorno a lunghi ed inconcludenti colloqui di pace? Quale legittimità possiede Abu Mazen di fronte alla diaspora palestinese? Non comprometterebbe l’istituzione di uno Stato palestinese lungo le frontiere del 1967 il diritto al ritorno dei rifugiati e i diritti nazionali dei palestinesi con cittandinanza israeliana? Non comprometterebbe la possibilità della formazione di un’unico stato democratico e bi-nazionale sul territorio della Palestina storica? O, piuttosto, aprirebbe nuove opportunità in quella direzione?

Perché nuove strutture statuali possano emergere in quella regione, non sarà sufficiente dividere le popolazioni per etnia o ridisegnare i confini geografici; sarà necessario eliminare certe ideologie e politiche che hanno permesso a occupazione militare, terrorismo, pulizia etnica, odio razziale e colonialismo di radicarsi. La sfida della candidatura al riconoscimento della Palestina da parte delle Nazioni Unite rappresenta certamente un’acceleratore del cambiamento, e rimette in discussione una situazione incancrenitasi gravemente, grazie alla vacuità dei negoziati di pace condotti finora ed all’immunità di cui hanno goduto le autorità israeliane di fronte al diritto internazionale. Per questo, anche se l’iniziativa diplomatica palestinese dovesse fallire nel breve termine, la cronaca riprenderà velocità nel medio termine, le idee a rifiorire, e la storia ad essere riscritta.

I palestinesi che hanno vissuto queste ultime settimane nel fermento hanno attraversato un’esperienza di catarsi nazionale. Volevano sognare, e si sono concessi questa gioia. Come i giovani di Maydan at-Tahrir. Il mio amico Tareq Tamimi ha organizzato a Betlemme una veglia notturna a lume di candela per il riconoscimento della Palestina. A Ramallah, le autorità hanno installato un palco scenografico con luci e ballerini, circondato da gente festante con le bandiere alzate. Anche a Gaza, moltissimi sono rimasti attaccati allo schermo televisivo come per una finale dei Mondiali di calcio. Le televisioni arabe che contano, emettevano da New York il discorso di Abu Mazen a reti praticamente unificate, e quell’uomo dagli occhiali spessi parlava a nome di milioni di arabi e musulmani.
Il 4 giugno del 2009, molti arabi avevano seguito con trepidazione un’altro discorso annunciato come storico: quello di Barack Obama dal Cairo. Quella volta disse:

" Sono venuto qui per aprire una nuova era tra gli Stati Uniti e i musulmani del mondo intero, basata su interessi comuni e rispetto mutuo, basata sul principio che l’America e l’Islam non si escludono a vicenda, e non sono in competizione. [...] È innegabile che il popolo palestinese, musulmani e cristiani, abbia sofferto nella ricerca di una patria. Per più di sessant’anni, hanno subito il dolore della dislocazione. Molti aspettano ancora nei campi di rifugiati della Cisgiordania, di Gaza e dei paesi vicini quella vita di pace e sicurezza di cui non hanno mai potuto godere. Sono sottoposti alle piccole e grandi umiliazioni quotidiane dell’Occupazione. Per cui, non vi sono dubbi: la situazione per il popolo palestinese è intollerabile. L’America non girerà le spalle alle legittime aspirazioni palestinesi a dignità, opportunità e ad uno Stato proprio”.

Questa volta, nel suo discorso al Palazzo di Vetro, Obama ha superato George Bush Junior, secondo l’analisi di Marwan Bishara ( Al Jazeera International , 22 settembre u.s.), abbracciando la filosofia del rifiuto delle legittime rivendicazioni nazionali palestinesi propria delle correnti sioniste più radicali.

“Un anno fa, da questo podio ho richiesto una Palestina indipendente. Credevo allora, e credo tuttora, che il popolo palestinese meriti uno stato per sè. Ma ho anche detto che la vera pace può essere realizzata solo dagli stessi israeliani e palestinesi. Un anno dopo, nonostante gli sforzi dell’America e di altri, le due parti non hanno colmato le divergenze. […] So che molti sono frustrati dall’assenza di progressi. Così lo sono io. La questione, tuttavia, non sta nell’obbiettivo a cui aspiriamo, bensì nel come raggiungerlo. E sono convinto che non vi siano scorciatoie ( there is no short cut ) per porre fine ad un conflitto che dura da decenni”.

Why? Il ragazzo di Chicago è molto intelligente. La ragione più veridica che mi dò è questa: vuole essere rieletto. Punto e a capo. I presidenti americani sono tutti filo-palestinesi nei primi due anni, e pro-israeliani nei secondi due anni, quelli che contano. Non c’è santo che tenga. E allora, se è vero che il conflitto israelo-palestinese è la minaccia più grave alla pace ed alla stabilità del mondo intero, allora lasciatemi prendere il toro per le corna e dirvi qual’è la vera cosa che bisogna cambiare: il sistema elettorale americano. Chiediamo ai nostri amici di Boston, San Francisco e Chicago, qualunque sia la loro fede o cultura di origine (negli Stati Uniti, diceva Obama dal Cairo, vi sono più di mille e duecento moschee) di organizzare una campagna per cambiare le regole del gioco, come cerciamo di fare noi con i nostri rompicapi (Mattarellum, Porcellum...). Un mandato presidenziale alla Casa Bianca di otto anni non rinnovabile. Basta.

Vi assicuro che le cose cambierebbero. La prossima Intifada, forse, scoppierà nei quartieri del Bronx.

Istico Battistoni
(25/09/2011)


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