“Un muro contro l’immigrazione. Evros, porta orientale d’Europa” | Mauro Prandelli, fiume Evros, Alexadroupolis, Orestiada, Alba Dorata, WALLS, Federica Araco, area Schengen
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Federica Araco   

//©Mauro Prandelli©Mauro Prandelli 

 

Confine naturale tra Turchia e Grecia dal 1922, il fiume Evros è da molti considerato la porta d’Oriente e segna la fine del territorio europeo e l’inizio del continente asiatico. Largo una trentina di metri e lungo circa 170 chilometri, questo corso d’acqua è per migliaia di migranti l’ultimo grande ostacolo da superare prima di entrare nell’area Schengen. Nell’agosto 2011 il governo di Atene aveva cominciato a scavare un fossato attorno ai suoi argini per rendere impraticabile l’attraversamento a nuoto. Per la spesa elevata e gli scarsi risultati, nel 2012 è stato deciso di costruire un muro, inaugurato nel dicembre dello stesso anno. Questa doppia barriera di reticolato e filo spinato, lunga 15 metri e alta 4, segna un confine ideologico oltre che politico e culturale tra i due paesi ed è costata alla Grecia, già paralizzata da una profonda crisi economica e sociale, più di 3 milioni di euro.

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Mauro Prandelli nel suo reportage fotografico Un muro contro l’immigrazione. Evros, porta orientale d’Europaracconta la vita dei migranti che tentano di attraversarlo.

250 persone ogni giorno, secondo i dati di Eulex, senza contare i centinaia di corpi restituiti dai flutti dal 2007 a oggi. Si tratta perlopiù di giovani magrebini, subsahariani, ma anche famiglie in fuga dalla guerra in Siria, con donne e bambini al seguito, richiedenti asilo curdi, turchi e iraniani, afgani e bengalesi.

“Una mattina dalla nebbia ho visto spuntare alcune persone che non avevano lineamenti africani e nemmeno asiatici”, ricorda l’autore. “Parlando con loro ho scoperto che provenivano dalla Repubblica Dominicana. Avevano speso circa duemila euro per arrivare fino a Mogadiscio e da lì a Istanbul, per poi spingersi verso il confine. Uno di loro stringeva a sé la Bibbia, confidando che le preghiere lo avrebbero aiutato nel viaggio, benché non sapesse bene in che direzione andare. Una ragazza che era con loro ha rischiato di morire di ipotermia: aveva attraversato il fiume a nuoto insieme ad altri migranti ma avevano sbagliato il punto di passaggio così sono dovuti tornare indietro e riattraversarlo. Era notte e soffiava un vento gelido. Quando l’ho incontrata aveva le gambe e le braccia immobilizzate”.

Il lavoro, realizzato nel marzo 2012, è stato presentato in diverse città italiane e recentemente anche al Festival della Fotografia Etica di Lodi, con una mostra curata da Sandro Iovine.Venticinque foto a colori ritraggono mani che coprono volti per non farsi riconoscere o per proteggersi dal freddo pungente dell’inverno, oggetti abbandonati durante la fuga, corpi estenuati da ore di cammino per raggiungere, al di là del fiume, le prime città greche di Orestiada, Kastanies e Alexandroupoli. Gli scatti ci restituiscono in un modo molto chiaro e diretto le atmosfere emotive che si respirano lungo il confine: la paura di cadere nelle mani degli agenti che pattugliano il fiume e la tensione di chi sta per rischiare la propria vita immergendosi nelle sue gelide e turbinose acque. “Molti sono richiedenti asilo, altri profughi, altri migranti per motivi economici”, spiega il fotografo. Poi continua: “Ho conosciuto un giovane curdo siriano di 26 anni, Johan. Laureato in economia all’università di Homs, è fuggito dal suo paese dopo aver disertato l’esercito di Assad ‘per non sparare sui fratelli curdi’, mi ha detto. Se tornasse in Siria rischierebbe la pena di morte”.

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Molti di loro sono stati abbandonati a un tragico destino dalle politiche di controllo delle frontiere di un paese incapace di affrontare il fenomeno in modo adeguato. A Sidirò, a trenta chilometri dall’Evros, sorge l’unico cimitero islamico della regione. Con un piccolo contributo del governo greco, il muftì Mohammed Sharif e sua moglie Fatme vi seppelliscono i corpi senza vita dei migranti musulmani, o presunti tali, recuperati dalle acque del fiume o ritrovati nelle campagne circostanti. “Fino al 2010 c’era solo una grande fossa comune non conforme alle normative europee”, spiega Prandelli. “Chi invece riesce a sopravvivere ma, ferito o ammalato, va in ospedale per farsi curare deve essere obbligatoriamente segnalato alla polizia e viene schedato e piantonato durante tutta la degenza”.

In un rapporto pubblicato nel settembre 2011, "The EU’s Dirty Hands: Frontex Involvement in Ill-Treatment of Migrant Detainees in Greece", Human Rights Watch (HRW) denunciava il netto peggioramento delle condizioni di vita dei migranti nel paese dopo il dispiegamento della squadra di intervento rapido “RABIT” lungo il fiume Evros tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Secondo i dati rilevati dall’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione ( Frontex) l’operazione ha abbassato la percentuale degli attraversamenti irregolari del 76 per cento. Da allora, ogni notte il confine turco è pattugliato dai militari di Frontex che dalle colline sopra l’Evros scrutano il territorio con termo-camere ad altissima definizione.

Questi minuziosi controlli, denuncia HRW, hanno anche aumentato considerevolmente i trasferimenti nei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) greci, tristemente noti per le condizioni di degrado e per le numerose denunce di violazione dei diritti umani fondamentali.

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“Nelle settimane in cui ero lì il governo ha annunciato l’apertura di trenta nuovi centri progettati per ospitare circa 30mila persone”, racconta l’autore. “Molte strutture erano state chiuse o erano in ristrutturazione dopo la mobilitazione di Médicins Sans Frontières e Human Right Watch. I migranti ci restano da un giorno a tre mesi, il tempo necessario per verificarne la provenienza o per risolvere problemi burocratici, mi ha spiegato il portavoce della polizia di Alexandroupoli. Dopo i controlli, i detenuti vengono liberati a qualche chilometro dalla prima città fornita di mezzi pubblici”.

Per l’identificazione, sono costretti ad abbandonare cellulari e beni personali fuori dalla caserma. Vengono divisi in gruppi, visitati e schedati. Non c’è differenza tra richiedenti asilo, profughi e migranti economici, scrive Prandelli nel catalogo della sua mostra. “Ma la questione dei CPT in Grecia è anche un business per dare lavoro a molta gente in un momento di particolare crisi economica”, aggiunge.

“Molte persone che abitano vicino al confine, poi, approfittano della situazione offrendo passaggi in auto fino ad Atene, ovviamente a pagamento. Si tratta perlopiù degli agricoltori dei villaggi vicino all’Evros o di pescatori, gli unici ad aver accesso al fiume. Tra gli anziani, invece, c’è più supporto e solidarietà, perché molti di loro ricordano ancora il proprio passato di emigrazione”.

In queste zone la propaganda politica xenofoba e populista di estrema destra è molto presente. “Ero lì quando, il 28 marzo, il partito Alba Dorata ha organizzato un corteo in sostegno di un disegno di legge che dava il via libera alle forze dell’ordine per aprire il fuoco contro chi cerca di passare la frontiera e per posizionare mine antiuomo lungo il confine”, racconta il fotografo.

La proposta non è stata approvata ma la tensione è alta e il livello di violenza e razzismo nel paese desta forte preoccupazione. Gli ampi consensi raccolti finora dalla formazione neofascista ne sono un segnale evidente.

 

Per vedere lo slide show completo del lavoro:

http://www.youtube.com/watch?v=3mDewqrReVA&feature=youtu.be

 


 

Federica Araco

14/11/2013