Pinar Selek, la voce della coscienza che non tace | Marco Cesario, Pinar Selek, Haki Selek, Sansür, Nazim Himet, AKP, Milliyet, Hasan Cemal, inchiesta Ergenekon, PKK, Alp Selek, Università Mimar Sinan
Pinar Selek, la voce della coscienza che non tace Stampa
Marco Cesario   

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Ho incontrato per la prima volta Pinar Selek al Salone del Libro di Parigi. Portava i capelli ricci lunghi, un maglione verde, eleganti collane di pietre. Mi ha accolto con un grande sorriso. Il tono della voce grave, quasi spezzato, di chi ha vissuto la gogna mediatica nel proprio paese ed è costretta all’esilio per sfuggire ad una macchina della giustizia cieca, che la insegue da decenni per un attentato che non hai mai commesso. Appena seduto mi ha offerto dei pasticcini per mettermi a mio agio. Sociologa, scrittrice, antimilitarista e militante per i diritti delle donne, Pinar Selek nasce ad Istanbul nel 1971. Suo padre è avvocato ed attivista per i diritti umani, sua madre farmacista che utilizza la farmacia di notte per incontri politici. Suo nonno Haki Selek, fu un pioniere della sinistra rivoluzionaria e cofondatore del Partito dei lavoratori Turchi (TIP). Con il colpo militare del 1980 suo padre Alp Selek viene arrestato ed imprigionato per ben 5 anni. Nel 1992 s’iscrive alla Facoltà di Psicologia dell’Università Mimar Sinan d’Istanbul per “analizzare le ferite della società e poterle guarire”, come lei stessa dice. Col piglio curioso dello spirito sensibile ed indomito, Pinar decide di dedicarsi a coloro che vivono ai margini dell società, agli orfani, ai barboni. Più tardi quest’esperienza la spingerà a creare l’Atelier degli Artisti di Strada i cui attori principali sono bambini, prostitute, transessuali, i cosiddetti “scarti della società”. Approfondirà l’argomento nella sua tesi in sociologia “La via Ülker, un luogo d’esclusione”. Ma non è solo quest’argomento ad interessarla. Fa ricerche approfondite sulla questione curda, viaggia in Kurdistan, Francia, Germania per portare avanti il suo progetto di storia orale dei curdi. Il 9 Luglio del 1998 una bomba esplode nel mercato delle spezie d’Istanbul facendo 9 morti e centinaia di feriti. Nonostante un rapporto che dimostra che non si tratta di un attentato ma dell’esplosione accidentale di una bombola di gas, Pinar Selek viene arrestata due giorni dopo e torturata. La polizia vuole i nomi delle persone intervistate nel corso dei suoi viaggi. Si fa due anni e mezzo di prigione durante i quali scrive molto ma tutto ciò che scrive viene confiscato dalle autorità. E’ l’inizio di un calvario, di un accanimento politico-giudiziario che dura tutt’oggi. Testimoni che l’hanno accusata l’hanno fatto sotto tortura ed in seguito ritrattano. L’ultima condanna per i fatti del 1998 risale al Marzo scorso. La Corte Penale d’Istanbul, in un memoriale di 400 pagine l’ha condannata annullando le sentenze del 2006, 2008 e 2011.

“E’ la prima volta che vengo condannata – mi dice - non sono mai stata condannata. Quando ho saputo della decisione del tribunale, ho detto ai giornalisti: “Per me è come se mi fosse morta una persona cara”. Adesso continua l’iter processuale ma io ne ho abbastanza, voglio continuare la mia vita, voglio voltare pagina. Anche se le autorità turche continuano a voler che io abbia un ruolo principale nel loro film idiota, un film di finzione e di cattivo gusto, io resisto. Ho sempre resistito, ho sempre seguito il mio cammino. Sono scrittrice, sociologa, militante e voglio altro. Vogliono darmi in pasto all’opinione pubblica attraverso un processo ipocrita. So che non sono sola, c’è una grande solidarietà attorno a me. Non sono sola e non sono l’unica. Ci sono tantissime persone che sono in prigione per le loro idee, per le proprie opere. E tutte a causa di una sola ragione: “il terrore”. Dicono che in Turchia la libertà d’espressione stia migliorando ma alla fine si utilizzano sempre gli stessi pretesti per imprigionare le persone, per accanirsi sulle persone, e tutto ciò avviene per mezzo della legge sull’antiterrorismo. Sei accusato con prove assurde, ci sono molti giornalisti in prigione che non sanno nemmeno perché sono stati imprigionati. Io sono solo un piccolo frammento di un affresco più vasto. Riesco a resistere solo grazie ad una solidarietà internazionale. In quanto donna sono molto mediatica e mediatizzata, ma sono costantemente minacciata e soprattutto condannata per qualcosa che non ho mai fatto. Non si è trattato di un attentato ma dell’esplosione accidentale di una bombola di gas. Mi hanno condannato come una criminale, per me è troppo duro accettare tutto ciò. Ora sono diventata un obbiettivo per i veri criminali. E’ la stessa cosa che successe a Hrant Dink. Prima fu condannato per aver offeso la nazione turca, poi i giornali lo infangarono ed infine gli assassini si sono mossi per eliminarlo. E’ molto difficile per me. Io resisto perché scrivo, perché sono una militante, perché non entro nel loro sporco gioco.

La libertà d’espressione all’epoca dell’AKP, che s’era nondimeno avvicinato all’Europa, non migliora affatto. Anzi, negli ultimi anni il governo s’è particolarmente prodigato per soffocarla, mettendo in prigione un numero incredibile di giornalisti. Il problema non è l’AKP. Le limitazioni della libertà di stampa vengono da molto più lontano. Il negoziato con il PKK è un atto coraggioso da parte dell’AKP. In Turchia abbiamo una storia antidemocratica, piena di colpi di stato, militarista sin dalla fondazione della Repubblica Turca. Dall’inizio della nostra storia repubblicana, non abbiamo mai conosciuto la libertà d’espressione. Quando ero piccola, i grandi poeti che ho letto, i grandi scrittori erano stati tutti in prigione, in esilio. La storia della loro vita era così. Se sei scrittore e scrivi qualcosa che non piace alle autorità la prigione è una cosa normale. La prigione è come una scuola in Turchia. Tutti ci devono prima o poi passare. Ad esempio Nazim Himet, il grande poeta turco, il più conosciuto nel mondo, si è fatto 12 anni in prigione. Quando hanno deciso di montare questo complotto contro di me nel 1998 c’erano molti giornalisti che scrivevano sul caso. Non erano neppure di sinistra, erano giornalisti ‘main stream’. Eppure le autorità accusavano pure loro di essere pro-PKK. Tre colpi di stato ci hanno traumatizzato, ferito. Nel corso del primo colpo di stato, le autorità sembravano avere una posizione un po’ più a sinistra ma poi hanno assassinato il primo ministro e due ministri. Nel corso del secondo colpo di stato, di stampo fascista, hanno invece ucciso il leader del Movimento della Gioventù. In seguito, il 12 Settembre 1980 circa un milione di persone è passato per la prigione. Abbiamo vissuto molta violenza di stato. Nonostante ciò, noi abbiamo una cultura di resistenza, non siamo sottomessi, continuiamo a resistere. A Diyarbakir c’erano un milione e mezzo di persone a protestare. Non riescono a farci tacere, a farci paura.

Un esempio di questa resistenza lo riporto anche nel mio libro “Sansür”. Giornalisti che spediscono articoli dalla prigione, il sindacato che li raccoglie e li pubblica in un giornale dal titolo ironico “la Gazetta del Prigioniero”. I giornalisti resistono ed in generale la società civile turca non si lascia schiacciare.

In Turchia c’è una vera cultura della resistenza all’autoritarismo. Abbiamo un vero e proprio repertorio grazie al quale diventiamo sempre più creativi. Inventiamo, creiamo nuove forme di resistenza perché siamo abituati a vivere in queste condizioni, siamo abituati a sopravvivere e continueremo a resistere. Per questo io sono ottimista.

Non solo la stampa curda e la stampa di sinistra anche la stampa kemalista vive momenti difficili. Un caso per esempio quello di Hasan Cemal, scrittore, editorialista di punta del quotidiano Milliyet ed autore del bestseller “1915. Il Genocidio Armeno” che s’è visto rifiutare un suo editoriale dopo una “sospensione” forzata di due settimane per aver difeso il giornale dagli attacchi virulenti del premier turco. Hasan Cemal ha annunciato poi le dimissioni..

E’ scandaloso. E’ scandalosa la pressione che c’è sui giornalisti. Ma credo che questo sia valido anche al di fuori della Turchia, ad esempio in Europa. A voi giornalisti europei non è la prigione a minacciarvi. Non vi pagano, ecco tutto. Ricercatori, giornalisti, non ricevono soldi e non possono fare ricerca o scrivere. Vi escludono. E’ un problema globale. Esra Arsan, docente e specialista dei media, quando la incontrai all’Istanbul Bilgi University mi parlò di un altro problema, ovvero quello dell’autocensura. I giornalisti non scrivono certe cose per paura di perdere il proprio posto. Non parlo dei giornalisti di sinistra che rischiano la prigione ma di quelli “main stream”, che guadagnano bene, che hanno molte opportunità e non vogliono perderle. Hanno visto colleghi perdere tutto, anche se hanno raggiunto le sommità. Dunque l’autocensura è evidente, per la maggior parte delle persone è diventata una cosa quasi normale.

 

Che pensa dell’inchiesta Ergenekon? All’inizio erano implicati generali ora ci sono in mezzo avvocati, giornalisti ed altri rappresentanti della società civile

Per me questa inchiesta è importante esattamente come lo fu quella su Gladio in Italia. In queste macchinazioni è vero che non ci sono solo generali e burocrati. L’operazione certo può essere più larga ma visto che in Turchia non esiste un sistema giudiziario realmente giusto ed indipendente allora non credo sia possibile portare avanti questo tipo di maxi-processi. Per questo motivo Ergenekon sta diventando un’inchiesta arbitraria. Se non c’è un sistema obbiettivo e giusto il processo può essere manipolato e diventa dunque arbitrario. Il sistema giudiziario turco è l’elemento più debole della nostra società. Bisogna cambiare l’acqua. L’acqua sporca non può lavare la sporcizia.

Anche l’inchiesta detta KCK è piena di anomalie..

L’inchiesta KCK è un’operazione contro il movimento curdo e contro tutti coloro che sostengono la causa curda. Da un lato c’è un processo di pace, ci sono accordi, dall’altro c’è questa inchiesta. In realtà si vuole la morte del popolo curdo. Anche in Turchia succede un po’ quello che succede in Italia. Lo Stato non è omogeneo. Se sei al governo non vuole dire che hai il potere ma c’è una resistenza ontologica dei fascisti che sono al potere in Turchia. Il potere giudiziario che ha cercato di pulire il governo turco dai fascisti non può andare lontano, né ha prospettive. In tutto questo la sinistra non gioca un ruolo di primo piano. Non partecipa, non lotta. Non esiste una vera socialdemocrazia, ne avremmo davvero bisogno. La sinistra è divisa, fragilizzata, colpita e non può dunque giocare un ruolo politico da questo punto di vista, non può partecipare a questa lotta e dunque lascia tutto nelle mani del governo. Invece dovrebbe intervenire in questo processo di democratizzazione, essere attrice. Il processo di pace ora concerne solo il governo ed il PKK, è una questione che viene risolta soltanto da due contendenti. La sinistra in Turchia dovrebbe scendere per strada e manifestare in favore della pace, ma in realtà non interviene. Per migliorare le cose in Turchia avremmo bisogno di una sinistra più forte. In Turchia i movimenti sociali diventano sempre più forti, sempre più presenti. Purtroppo la sinistra non s’interessa a queste cose.


Il tentativo di demonizzare l’aborto, cosa che ha provocato le veementi proteste di gran parte della società ma anche delle giornaliste - un esempio è la protesta della rete di giornalisti indipendenti Bianet – sembra che l’AKP voglia spingere la Turchia verso una visione più conservatrice della società. E ciò avviene attraverso la manipolazione del corpo della donna

Purtroppo sì, il patriarcato è ancora troppo forte in Turchia. In realtà il conservatorismo che si è ben sposato con il liberalismo è diventato più forte un po’ ovunque, non solo in Turchia. Influenza ovviamente anche le forze interne in Turchia. Qui si fa di tutto per mantenere lo status quo ma in Turchia c’è un movimento femminista molto forte. Siamo molto vicini ai media, al mondo accademico istituzionale. Nonostante i proclami di moralizzazione del governo oramai non si può più tornare indietro. C’è un clima più conservatore è vero ma è artificiale perché la società cambia, ha un’altra velocità. Le donne sono troppo resistenti in Turchia per farsi sottomettere da questo tipo di moralizzazione della società.

Pensa di poter tornare un giorno in Turchia?

Quando leggerai il mio libro “La casa sul Bosforo” capirai. Ho lasciato la Turchia nel 2009, poi ho vissuto 2 anni a Berlino. In seguito sono venuta in Francia ed ora vivo qui. Ho scritto questo libro presa dall’amore di ritornare a casa mia. Non posso dirti come soffro. Tutti i mei amori, tutti i mei amici, tutto il mio attivismo è in Turchia. Non è facile, ma resisterò. E’ come in prigione. Non si devono contare i giorni che ti separano dalla liberazione. Ora vivo qui, faccio tante cose, sono attiva ma tornerò. Tornerò perché sono mediterranea, figlia del mare e debbo ritornare.

 


 

Le ultime parole di Pinar Selek prima di congedarmi da lei sono rotte da un pianto velato. L’abbraccio e lei mi sorride. “Tornerai”, le dico. Prima di andarmene le mostro il mio libro Sansür sulla censura e le limitazioni della libertà di stampa in Turchia. Non legge purtroppo l’italiano, le spiego brevemente il contenuto che già conosce. Guarda le foto del libro, riconoscendone la maggior parte degli attori. Mi dice: “Hai fatto un grandissimo lavoro, devi tradurlo in francese ed inglese. Bisogna che tutti sappiano cosa accade nel mio paese”.


Marco Cesario

10/05/2013