La vulnerabilità degli aleviti turchi nella crisi siriana | Deniz Naki, Numan Kurtulmuş, Cemil Tonbul, Antalya, Aziz Abu Sarah, Recep Tayyip Erdoğan, Antalya, William Eichler, Al Monitor, Aleviti, Alevi, Övgü Pınar
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Övgü Pınar   

La vulnerabilità degli aleviti turchi nella crisi siriana | Deniz Naki, Numan Kurtulmuş, Cemil Tonbul, Antalya, Aziz Abu Sarah, Recep Tayyip Erdoğan, Antalya, William Eichler, Al Monitor, Aleviti, Alevi, Övgü Pınar

Deniz Naki ha due tatuaggi sugli avambracci. In uno si legge “Dersim”, nell’altro “Azadi” (“libertà” in curdo). Entrambi rimandano alla storia della sua famiglia e del suo popolo.

Il venticinquenne è infatti originario di Dersim, un paese curdo-alevita nell’est della Turchia dove, tra il 1937 e il 1938, ebbe luogo un massacro in cui migliaia di persone furono uccise dall’esercito.

Quando le città siriane sono state minacciate dall’IS, Deniz Naki ha espresso il suo supporto ai combattenti e il suo disprezzo nei confronti dei jihadisti in alcuni post su Facebook. In un primo momento ha ricevuto minacce e aggressioni verbali da parte dei sostenitori dell’IS. Poi queste minacce sono diventate realtà.

Il 2 novembre, il calciatore è stato aggredito da tre uomini per strada ad Ankara. I suoi aggressori hanno gridato contro di lui insulti razzisti e poi lo hanno picchiato brutalmente. Il movente apparente dell’attacco è stata l’aperta opposizione di Naki all’IS e il suo supporto a Kobanê, la città curda in Siria che sta combattendo contro gli uomini del califfato.

Secondo quanto riferito da Naki, gli aggressori lo hanno chiamato “sporco curdo” e hanno continuato a minacciarlo dicendo: “ Questo è l’ultimo avvertimento. Lascia questa città, lascia questo Paese!”.

E così ha fatto. Pochi giorni dopo l’episodio ha lasciato la Turchia per trasferirsi in Germania, dove è nato e cresciuto. Non per paura, ha detto, ma perché era preoccupato per la sua famiglia e per i suoi amici. Naki sostiene che i suoi genitori in Germania fossero così in ansia per lui da non riuscire più nemmeno a dormire. Lui era anche convinto che i suoi amici potessero essere in pericolo se sorpresi in sua compagnia.

Riguardo ai suoi progetti per il futuro, dice di non voler più tornare in Turchia “perchè non c’è tolleranza lì”. Questo episodio può essere considerato come un evento isolato oppure è la prova del crescente supporto della Turchia all’IS? Alcuni analisti propendono per la seconda ipotesi.

Il professore di scienze politiche ed editorialista turco Pınar Tremblay ha raccontato la storia di Naki in un articolo intitolato “Turks increasingly sympathetic to Islamic State” (I turchi sempre più solidali con lo Stato Islamico) sul sito Al Monitor (10 novembre 2014). “Benché i leader del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) non abbiano dichiarato nulla di ufficiale riguardo al califfato, i social media sono pieni di riferimenti sulle profezie di Maometto riguardo l’avvento dell’IS”, ha scritto.

Deniz Naki stesso ha dichiarato al sito che “l’aggressione non è stata un incidente sporadico, perché lui è stato sistematicamente preso di mira dai sostenitori dell’IS nei sette mesi che l’hanno preceduta”. E ha espresso la sua convinzione che in Turchia ci sia un largo supporto per le milizie jihadiste.

Cosa significhi per gli Alevi in Turchia questo crescente appoggio della popolazione agli estremisti islamici emerge chiaramente dalla risposta di Naki alla domanda di Al Monitor sulla ricerca di una protezione giuridica nel Paese: “Quanta fiducia potrebbe nutrire un Alevita curdo nello Stato, se consideriamo che tutti i bambini morti a Gezi [Park] sono Aleviti? Lo avete dimenticato?”.

Gli Aleviti in Turchia, una minoranza di almeno 15 milioni di persone, sia curde che turche, sono uno dei gruppi etnici e religiosi che risente maggiormente della crisi siriana. Il 4 novembre l’articolo di William Eichler intitolato Gli Aleviti arabi della Turchia e il conflitto siriano provava a chiarire un po’ la questione:

“Il conflitto siriano è una lotta democratica contro un governo tirannico. Tuttavia, a causa delle macchinazioni di Assad e per l’avanzata di movimenti estremisti sunniti come l’IS, sono emerse spinte settarie. Gli Aleviti della Siria, intimoriti da ciò che potrebbe accadere loro in uno Stato dominato dai sunniti, si sentono legati alla sopravvivenza del regime. Questo li rende facili bersagli delle fazioni dell’opposizione prevalentemente sunnita che, a sua volta, sembra confermare la convinzione alevita che solo Assad potrebbe salvarli dalla distruzione della loro comunità.

Queste divisioni settarie vengono in parte rispecchiate al di là del confine. In Turchia le comunità degli Aleviti e degli Alevi (una setta sciita anatolica, spesso considerata identica agli Aleviti) vedono aggredire i loro compagni di fede (e a volte anche famigliari) e quindi c’è una sorta di solidarietà che spesso implica simpatia per Assad. Come un Alevita residente ad Antakya ha sottolineato, ‘Dopo gli eventi in Siria, la maggior parte di noi in Turchia ha supportato Assad e si sente costantemente minacciata. In realtà quasi a nessuno interessa la personalità del dittatore e nemmeno cosa abbia fatto”.

//Le conseguenze degli attentati di ReyhanlıLe conseguenze degli attentati di Reyhanlı

Intanto, la politica del governo turco “pro-sunnita” e il supporto agli estremisti islamici non migliora la situazione degli Alevi. Dato che le autorità turche hanno chiuso un occhio permettendo ai combattenti siriani dell’opposizione di usare il loro territorio come base, le città vicine al confine sono diventate un facile bersaglio dell’esercito di Bashar. A parte occasionali incursioni in territorio turco, 53 persone sono state uccise dai bombardamenti a Reyhanlı nel maggio 2013.

L’attacco e l’immediata reazione di Recep Tayyip Erdoğan hanno ulteriormente alimentato le tensioni. “53 dei nostri cittadini sunniti sono diventati martiri”, ha detto l’allora premier, a riprova delle sue politiche settarie che creano spaccature all’interno della società. La tensione che la crisi siriana crea in Turchia va comunque al di là dei problemi legati al settarismo. Quando il numero dei rifugiati nel Paese ha raggiunto un milione e seicentomila persone, l’iniziale ospitalità dei cittadini turchi ha cominciato a scemare lasciando spazio a risentimento e disordini sociali.

//Rifugiati siriani verso la Turchia. (Photo: AP)Rifugiati siriani verso la Turchia. (Photo: AP)

Dei rifugiati totali, solo 220mila vivono nei campi profughi. Il resto è ammassato in città lontane dal confine o a Istanbul. Mentre le Nazioni Unite si congratulano con la Turchia per l’ospitalità che garantisce a così tanti siriani e i campi sono spesso definiti “a cinque stelle”, il reporter del National Geographic Aziz Abu Sarah ha detto che “i campi non offrono alcuna possibilità di lavoro e, proprio come in prigione, i residenti ricevono la loro razione giornaliera di acqua e cibo ed è richiesto loro di aspettare, senza speranza e passivamente”.

Secondo recenti stime, circa 200mila rifugiati attualmente vivono a Istanbul. È piuttosto comune incontrare per le strade della città bambini siriani, o anche intere famiglie, che chiedono le elemosina. L’afflusso nel contesto urbano alimenta la tensione con i locali che si lamentano del fatto che i nuovi arrivati siano disposti a lavorare per meno soldi, riducendo le loro opportunità di impiego e di salario e intaccando le risorse. I rifugiati, dall’altro lato, denunciano discriminazioni e abusi.

Recentemente, una località turistica sul Mediterraneo, Antalya, ha chiesto alle autorità di impedire l’accesso ai siriani. Il capo della polizia della città, Cemil Tonbul, ha dichiarato: “Non accettiamo rifugiati qui, a meno che non siano arrivati legalmente. Chi rifiuta di andarsene, lo porteremo noi fuori dalla città o nei più vicini campi profughi”. Tonbul ha anche detto di aver chiesto l’esenzione per Antalya dell’applicazione di un decreto governativo che garantisce alcuni diritti a tutti i rifugiati siriani, incluso l’accesso all’educazione e alla salute, e anche permessi lavorativi.

La “crisi turca dei rifugiati siriani”, come l’ha definita un giornalista, non accenna a finire. Come ha dichiarato il 6 novembre scorso il vice primo ministro Numan Kurtulmuş,1,6 milioni di rifugiati siriani intendono restare. Kurtulmuş in un discorso alla Commissione Planning e Budget del Parlamento ha dichiarato: “sfortunatamente, abbiamo pensato ai rifugiati siriani come a un fenomeno temporaneo, credendo che sarebbero venuti e che nel giro di pochi mesi se ne sarebbero anche andati via. Ma dopo 3 anni e mezzo di guerra civile sembra che rimarranno qui”.

 


 

Övgü Pınar

19/11/2014

Traduzione dall’inglese di Federica Araco