Arresti, minacce, torture. Così il governo turco impone il silenzio stampa | Özgur Gundem, Zana Kaya, Fırat Topal, Serpil Berk, Hasan Akbaş, Evrensel, Hayatın Sesi TV
Arresti, minacce, torture. Così il governo turco impone il silenzio stampa Stampa
Cristiana Scoppa   

Arresti, minacce, torture. Così il governo turco impone il silenzio stampa | Özgur Gundem, Zana Kaya, Fırat Topal, Serpil Berk, Hasan Akbaş, Evrensel, Hayatın Sesi TV

L’ultimo a essere chiuso in ordine di tempo, il 17 agosto scorso è stato il quotidiano curdo di opposizione Özgur Gundem, accusato di diffondere propaganda del PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, considerato un’organizzazione terroristica e messo fuori legge. Subito dopo l’annuncio della chiusura, la polizia ha fatto irruzione nella redazione e posto momentaneamente sotto arresto il direttore Zana Kaya e 23 giornalisti.

Lo stato di emergenza decretato dopo il fallito golpe del 15 luglio è diventato il pretesto per intervenire massicciamente proprio contro i media: sono oltre 130 i giornali, siti, radio e stazioni tv che sono state chiuse, e più di 50 giornalisti sono stati arrestati.

Ma l’attacco contro i media era iniziato già mesi prima. Al punto che proprio Özgur Gundem aveva lanciato il 3 maggio scorso, in occasione della Giornata mondiale per la libertà di stampa, la campagna “Editors-in-chief on duty”, “Caporedattori al lavoro”, invitando altri giornalisti a fungere da caporedattori di Özgur Gundem a rotazione, con il dichiarato intento di difendere la libertà di espressione e l’indipendenza dei media. La reazione del governo non si era fatta attendere, e tre dei giornalisti che per primi avevano aderito alla campagna e assunto la funzione di caporedattori di Özgur Gundem – Sebnem Korur Fincancı, Erol Önderoğlu e Ali Nesim – erano stati arrestati con l’accusa di “fare propaganda al terrorismo” e rilasciati dopo oltre 10 giorni di carcere, e sono ora in attesa di giudizio.

Contro l’attacco sistematico a giornalisti e giornali in Turchia è scesa in campo immediatamente la Federazione internazionale dei giornalisti (IFJ), che ha sede a Bruxelles, e che ha contribuito a mantenere alta l’attenzione, e la mobilitazione, contro gli arresti arbitrari di giornalisti seguiti al fallito golpe. Il 16 agosto la FIJ ha rilasciato un comunicato con le testimonianze di quattro giornalisti – Hasan Akbaş, Fırat Topal e Serpil Berk (l’unica donna del gruppo) del quotidiano di ispirazione socialista Evrensel, uno dei pochi a seguire con costanza le lotte sindacali, e Sertaç Kayar, che collabora con l’agenzia Reuters: un racconto di prima mano dei metodi intimidatori, quando non di vera e propria tortura, usati dalla polizia nei confronti dei giornalisti.

Per un caso, i quattro si trovavano nello stesso caffè il 10 agosto, quando una bomba è esplosa vicino al ponte Dincle, nella periferia di Diyarbakır, nell’Anatolia sudorientale, la città che i curdi considerano un po’ come la loro “capitale”. Sospettati di essere coinvolti nell’attacco, per il fatto di trovarsi immediatamente sul posto, i quattro sono stati arrestati e detenuti per tre giorni.

Fırat Topal, corrispondente da Diyarbakır per Evrensel e per Hayatın Sesi TV

“Dopo l’esplosione siamo andati sul posto a abbiamo cominciato a scattare delle foto, come avrebbe fatto qualsiasi giornalista. Abbiamo mandato le foto in redazione e ci siamo allontanati. Dopo aver camminato per un po’, siamo arrivati a un posto di blocco: la polizia ha controllato le nostre carte di identità e ci ha permesso di proseguire. In quel momento è passata una macchina e ne abbiamo approfittato per chiedere un passaggio. Il conducente ha accettato e in macchina siamo arrivati al secondo posto di blocco. Hanno di nuovo controllato i nostri documenti e ci hanno lasciato passare. Ma al terzo posto di blocco ci hanno obbligato a scendere dalla macchina, ci hanno fatto sdraiare per terra e ci hanno costretto ad aspettare stesi con la faccia a terra per un’ora e mezza.

Poi ci hanno presi uno per uno e ci hanno condotti in una stanza per essere interrogati. Mi hanno proposto di diventare un loro informatore “come un amico”, dicendomi che se li avessi aiutati, loro avrebbero aiutato me. Io mi sono rifiutato, ma i poliziotti mi hanno detto che ‘ci avrei ripensato’ la prossima volta che me lo proponevano.

La mattina dopo ci hanno portato in cella. C’erano già 6 o 7 persone, anche se la cella era fatta per ospitarne solo 2. Una volta chiusa la porta, era difficile anche respirare. Non ci era permesso ricevere visite, fare telefonate, né fumare. E nemmeno fare una doccia. C’erano persone che non avevano potuto fare una doccia da una o due settimane. Siamo stati rilasciati grazie al sostegno dei nostri colleghi fuori”.

Serpil Berk, corrispondente da Diyarbakır per Evrensel e Hayatın Sesi TV

“Quando siamo stati arrestati, abbiamo sperimentato un vero attacco contro la nostra professione. Appena abbiamo detto che eravamo giornalisti, l’intensità della pressione e gli insulti nei nostri confronti sono aumentati immediatamente, e siamo stati oggetto di abusi verbali e fisici. Siamo stati ammanettati dietro la schiena e ci hanno caricati in un’auto blindata. Siamo stati portati alla sezione anti-terrorismo di Diyarbakır. Ci hanno lasciato ammanettati e ci hanno vietato di stare vicini e di parlare tra noi.

Siamo stati condotti in una stanza buia e ci hanno obbligato a stare in piedi con la faccia al muro. Anche durante gli interrogatori non dovevamo alzare la testa e continuavano a ripeterci ‘Non pensate nemmeno ad alzare la testa, tenete gli occhi al pavimento. Questi qua non devono parlare tra loro, il primo che parla è un uomo morto’. Mentre controllavano le fotografie nel mio cellulare, il mio collega mi ha chiamato e mi hanno permesso di rispondere. Così tutti hanno saputo che eravamo stati arrestati circa quattro ore dopo.

Ci hanno tolto le manette verso le 3 del mattino, e ci hanno tolto i vestiti per ispezionarli e registrarli. Poi verso le 6 del mattino mi hanno portata nella palestra del carcere insieme ad altre donne perché non c’era spazio nelle celle. Il giorno dopo abbiamo potuto finalmente parlare con i nostri avvocati”.

Hasan Akbaş, corrispondente da Diyarbakır per Evrensel e Hayatın Sesi TV

“Siamo rimasti ammanettati dietro la schiena per oltre 8 ore, mentre i poliziotti continuavano a urlarci addosso: ‘Sparate a chiunque alzi la testa. Quando avremo ripulito questo posto, vedrete!’. Siamo stati caricati come sardine in un autoblindo e portati alla stazione di polizia. Lì abbiamo dovuto aspettare per sei ore ammanettati dietro la schiena, la faccia al muro vicino a un mucchio di immondizia. Siamo stati interrogati da diversi poliziotti, alcuni dei servizi di sicurezza. Uno mi ha detto: ‘Sei venuto da Ankara. Sappiamo tutto sul tuo lavoro di giornalista, sulla tua vita e la tua famiglia. Allora, mi sono chiesto: che è venuto a fare qui? Ora lo chiedo a te. Cosa fai con queste persone?’. Ho risposto: ‘Il giornalismo è un lavoro che si fa ovunque e in qualsiasi condizione. Sono qui per fare il mio lavoro’. Allora lui mi ha minacciato: ‘Guarda, grand’uomo, questa è Diyarbakır. Qui le persone vengono uccise con un colpo dietro la testa. la gente viene aggredita in casa e uccisa durante la notte, non si sa da chi. Se sei disposto a fare il giornalista in queste condizioni, allora benvenuto a Diyarbakır. Altrimenti, vattene’.

Quando ci hanno tolto le manette, ho potuto muovere i polsi per la prima volta. Erano pieni di lividi viola, blu, neri. I poliziotti ci hanno accompagnato all’ambulatorio dell’ospedale pubblico, ma non siamo stati visitati. Il medico ci ha chiesto: ‘Siete feriti?’. Quando gli ho fatto vedere i polsi, il dottore mi ha mandato via dicendo: ‘Questo non è niente. Se non c’è altro puoi andare’.

La sofferenza delle manette è stata presto sostituita da quella delle condizioni di detenzione. Anche se ci davano i tre pasti al giorno previsti per i detenuti, le condizioni di igiene erano al limite. C’erano circa 70 detenuto che non erano stati visitati da un medico da quando erano arrivati. Mancava l’aria e molti erano malati. Non c’era spazio per sdraiarsi, si poteva solo stare in piedi o sedersi sul pavimento, e alla fine il dolore era in tutto il corpo”.

Sertaç Kayar, giornalista freelance, collaboratore di Reuters

“Poiché eravamo così vicini al luogo dell’esplosione, anche noi eravamo sconvolti. Ma abbiamo cercato lo stesso di fare il nostro lavoro, di informare il pubblico dei fatti. Quando siamo stati fermati dalla polizia, siamo stati coperti da insulti, botte e minacce di morte. Ci hanno sequestrato i telefoni per impedirci di comunicare, e ci hanno costretti a stare in ginocchio per quattro ore con le mani ammanettate dietro la schiena. E per tutto il tempo ci minacciavano e ci schernivano: ‘Se emettete anche il più piccolo suono, vi facciamo saltare la testa! Che state facendo qui? Pensate di fare i giornalisti?’. E di tanto in tanto ci colpivano con violenza.

Mentre eravamo in carcere, continuavano a proporci di diventare informatori: ‘Se ci aiutate, vi liberiamo’. Quando ci siamo rifiutati, ci hanno minacciato di buttarci in galera. Ci hanno tolto pantaloni, scarpe, camicia e cintura, e hanno confiscato i nostri computer, i cellulare, le schede delle macchine fotografiche e i modem portatili”.

 


Cristiana Scoppa

19/08/2016