Impresa tessile senza capi rivoluziona le norme di genere in Turchia | Özgür Kazova, modello di impiego, Corno d’Oro, fabbrica
Impresa tessile senza capi rivoluziona le norme di genere in Turchia Stampa
Paul Benjamin Osterlund   

Disteso sulla pendici estreme del Corno d’Oro, il distretto di Eyüp a Istanbul è noto soprattutto come luogo santo. Deriva il suo nome da Abu Ayyub al-Ansari, un compagno del profeta Maometto, che si crede sia stato sepolto nel luogo lambito dalle acque dove nel XV secolo sorse la trionfale Moschea del Sultano Eyüp. Una funicolare sale dalla costa, passa sopra un vasto cimitero, per raggiungere la Collina Pierre Loti, così chiamata in ricordo dello scrittore francese che a fine Ottocento passava il tempo quassù con lo sguardo perso sull’ampio panorama digradante verso il mare. Per la gente di Istanbul, Eyüp è una meta favorita per gite e uscite serali lontano dal caos cittadino.

Impresa tessile senza capi rivoluziona le norme di genere in Turchia | Özgür Kazova, modello di impiego, Corno d’Oro, fabbrica

 

Poco oltre, verso l’interno, si stende il quartiere di Rami, una giungla industriale in cui venditori di uova all’ingrosso si alternano a fabbriche tessili collocate in edifici a più piani. Nonostante sia vicinissima a Eyüp, una delle zone più frequentate di Istanbul, Rami è sempre rimasta nell’ombra. Ma è qui, in un anonimo edificio sulla cima di un colle che domina la vallata densamente urbanizzata, che sta prendendo forma un nuovo modello di lavoro, dopo anni di intense lotte.

Tutto è cominciato all’inizio del 2013, quando Mustafa e Ümit Somuncu, i proprietari dell’impresa tessile Kazova, informarono il personale che avrebbe avuto una settimana di riposo. Erano mesi che operai e operaie non ricevevano lo stipendio. Ma alla fine di quella settimana, anziché tornare al lavoro e ottenere gli stipendi arretrati, tutti e 94 gli/le operai/e vennero licenziati/e in tronco senza tante cerimonie.

“Abbiamo cominciato a manifestare tre giorni alla settimana: il mercoledì davanti alla fabbrica, il sabato a piazza Taksim, la domenica davanti alla casa degli imprenditori”, racconta Serkan Gönüs, 43 anni, uno degli operai licenziati.

Intanto i fratelli Somuncu si erano resi irreperibili e avevano trasferito materiali e macchinari della fabbrica in nuovi locali nel centrale distretto di Sisli. I lavoratori avevano reagito occupando l’ingresso della loro ex fabbrica, piantando delle tende e mantenendo l’occupazione per oltre 70 giorni, in coincidenza con le proteste in corso a Gezy Park che avevano scosso il paese per settimane.

La battaglia dei lavoratori aveva finito per mescolarsi con le richieste delle proteste, incentrate sulla gestione consensuale dello spazio pubblico e il diritto a una città vivibile, in cui l’aria fosse respirabile. Ed è stato grazie al sostegno ricevuto da simili iniziative della società civile, che è nata l’idea di dar vita a un’impresa collettiva e senza padroni.

“Ero una persona che ammirava lo stato. Ma in questo paese i diritti dei lavoratori non sono tutelati per niente”, sostiene Aynur Aydemir, 36 anni, anche lei impiegata nella fabbrica, arrivata alla politica attiva proprio in virtù della lotta per difendere il posto di lavoro.

Ben presto però lo spirito delle proteste in corso si rivelò una fonte di distrazione per una parte dei lavoratori, più interessati a partecipare a incontri e manifestazioni che a riconquistare il posto di lavoro. Un lungo periodo di discussioni e divergenze portò il gruppo iniziale, composto da 12 persone, a dividersi in due fazioni.

Una di queste, le cui richieste erano in sostanza limitate a un incremento dei salari e a migliori condizioni di lavoro, piano piano perse forza, mentre tre operai - Gonüş, Aydemir (l’unica donna) e Muzaffer Yiğit – diedero vita al minuscolo collettivo che ha portato alla nascita di Özgür Kazova (Kazova Libera), impresa che produce maglioni e T-shirt di alta qualità e borse da donna in 100 % puro cotone o lana.

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“Maglioni senza padroni” è lo slogan trionfante del gruppo, composto solo da 3 dei 94 operai/e che un tempo lavoravano per la Kazova, la maggior parte dei quali si è rapidamente dispersa per trovare lavoro altrove. Nonostante oggi il personale sia molto più ridotto, grande è la soddisfazione per essere riusciti a far sequestrare i macchinari ai vecchi proprietari. E all’inizio dell’anno la Özgür Kazova ha ufficialmente comprato la vecchia fabbrica.

La lunga battaglia legale, i conflitti interni e i consistenti investimenti necessari comunque a dar vita alla nuova fabbrica hanno solo aumentato la determinazione del trio a dar vita a modello di lavoro collettivo, basato sui pilastri della parità di genere e del mutuo aiuto.

“La stragrande maggioranza delle donne che lavora in questo settore è relegata ai margini”, spiega Aydemir. Del resto la posizione delle donne, nella forza lavoro turca, non è molto diversa. Le donne costituiscono appena il 30 per cento della forza lavoro del paese, secondo statistiche ufficiali. A queste deve aggiungersi un allarmante 29,2 per cento di donne che lavorano senza stipendio in imprese familiari, con orari che vanno anche oltre il tempo pieno. Appena l’1,1 per cento occupa posizioni dirigenziali o è imprenditrice. Una grande fetta delle lavoratrici è confinata in lavori stagionali nel settore agricolo, che d’abitudine sono lavori informali, cioè pagati ‘al nero’. I turni di lavoro sono spesso massacranti, sotto il sole, e le donne devono anche prendersi cura dei bambini in cambio di un misero salario senza contributi.

Il governo però non vede con favore donne lavoratrici forti e indipendenti. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha detto recentemente che una donna che sceglie di lavorare anziché mettere al mondo dei figli “nega la sua femminilità”. La bassa partecipazione delle donne alla forza lavoro è il risultato di una società imbevuta di valori patriarcali, che in Turchia persistono ostinatamente. Inoltre, la maggior parte delle donne che lavorano, soprattutto nel settore agricolo, proviene dalle fasce più povere della società, dove a vincere sugli stereotipi di genere alla fine è il bisogno di sopravvivenza.

La famiglia di Aydemir era inizialmente contraria al suo impegno politico, dopo che i lavoratori erano stati licenziati. “Il mio fratello maggiore, mia mamma, tutti erano contrari”, ricorda Aydemir. “Mi dicevano: ‘Sei una moglie e una madre, e non dovresti impicciarti di queste cose, pensa al futuro dei tuoi figli’”. Aydemir ha tenuto duro, e ora è probabilmente l’unica lavoratrice tessile che può dire di essere il suo capo.

“Non c’è nessun altro in questa situazione in Turchia. Le donne non si sono ancora viste in questo genere di lotte. Da noi donne e uomini fanno lo stesso lavoro, non c’è la mentalità del tipo ‘lavoro da uomini/lavoro da donne’. Facciamo tutto, tutti insieme”, spiega. Gönüş conferma con un cenno della testa.

Aydemir è stata recentemente a una manifestazione a Parigi, organizzata per promuovere la solidarietà internazionale tra lavoratori. È stata invitata a partecipare per raccontare la storia della Özgür Kazova, perché possa ispirare altri lavoratori che si trovano a fronteggiare situazioni simili.

Nonostante i suoi prodotti siano venduti in diversi paesi europei, oltre che in un buon numero di negozi a Istanbul, Ankara e Izmir, la Özgür Kazova deve ancora raggiungere il livello di vendite che le permetterà di continuare con agio. Sia Gönuş che Aydemir devono ancora far riferimento al sostegno finanziario delle rispettive famiglie, e finora sono riusciti a guadagnare solo circa 400 lire turche (135 dollari) nell’arco di un paio di mesi. Ma nonostante tutto questo, sono determinati non solo a continuare, ma anche a espandere l’impresa.

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“Sembra che due amici si uniranno presto alla compagnia”, dice Aydemir.

E tanto per tagliare un altro traguardo nel settore tessile turco, la Özgür Kazova ha recentemente ospitato dei concerti, e Gönüş e Aydemir annunciano che organizzeranno altri eventi in futuro. Nel quartiere di Rami, che rigurgita di fabbriche tessili, dove i lavoratori sono costretti a lavorare con orari lunghissimi, in pessime condizioni e con paghe ben al di sotto del minimo, il collettivo della Özgür Kazova spera che la loro storia possa servire da incoraggiamento per spingere anche altre fabbriche a cambiare.

“La fabbrica di fronte ci tiene sotto osservazione”, nota Gönüş. “Se gli operai mi vedono lavorare felice per sei ore al giorno e stare a casa nel fine settimana, se mi vedono portare mia moglie e i bambini al cinema due volte alla settimana, se mi vedono prendere sei settimane di ferie all’anno… È per questo che abbiamo fatto tutti questi sacrifici”.

 


Paul Benjamin Osterlund

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