La pace secondo Leyla Zana | Cristina Artoni
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Cristina Artoni   
La pace secondo Leyla Zana | Cristina Artoni
Leyla Zana
“Nella nostra casa non verranno chiesti i documenti. Sarà un luogo aperto a tutti”. Leyla Zana parla come se avesse davanti agli occhi l’Accademia della Pace, il progetto che racconta partendo dalle fondamenta più importanti: lasciare al di fuori delle mura il clima di repressione che si respira contro il suo popolo. L’ex parlamentare, parla ostinatamente in curdo, malgrado abbia già pagato, per questo, con 10 anni di carcere.
Negli anni novanta, Leyla Zana nonostante l’immunità parlamentare, è stata condannata alla prigione per aver pronunciato frasi in curdo all’insediamento dell’Assemblea Nazionale turca. Nel 1995 le viene assegnato il premio Sacharov e nel 2001 la Corte europea per i diritti umani condanna la Turchia. Sono pressioni che inducono Ankara al suo rilascio, che avverrà nel giugno del 2004. Dopo la scarcerazione, l’ex parlamentare, fonda il nuovo partito DTP.
“La Turchia è paese membro della Nato, dell’Fmi e anche dell’Onu, ma utilizza le risorse finanziarie in modo sbagliato – non si stanca di ripetere - Se fossero investite per promuovere cultura, per educare alla pace, le cose andrebbero diversamente. Per questo ho pensato di creare l’Accademia della pace, qui a Dyarbakyr”.
E’ dalla principale città della regione del sud est del paese, dal Kurdistan turco, che Leyla Zana, vuole ripartire per fondare le radici per il futuro: “Sappiamo tutti - dice - che una Turchia pacificata sarebbe la più grande garanzia di sicurezza in Europa, in Medioriente e nel mondo. Trovo che sia motivo di grande imbarazzo per Ankara - prosegue - che centinaia di persone continuino a subire processi perché si esprimono nella loro madrelingua”. Nelle zone curde la campagna per il diritto a parlare in curdo è sempre in primo piano: ci sono sistematicamente proteste e iniziative nelle scuole, i sindaci curdi sfidano quotidianamente (come gli studenti e la popolazione) le autorità.
Leyla Zana da tempo non rilascia più interviste. Preferisce intervenire in pubblico di modo che le sue parole non siano manipolate. “Trascorro molto del mio tempo nelle Corti di giustizia del paese a difendermi. In passato ho scontato molto tempo in carcere. Ora lo Stato turco sta cercando di infliggermene altri 45 per propaganda terroristica”. Con gli occhi che ridono per il sapore amaro della battuta che sta per formulare, aggiunge: “Il risvolto positivo, è che se sconto tutti questi anni significa che vivrò ancora per molto tempo”. Non ha voglia di soffermarsi troppo sulle conseguenze, anche fisiche, che la detenzione le hanno lasciato. Arrivata a 50 anni, Leyla Zana non ha bisogno di enfasi per andare avanti. Parlano i fatti di un conflitto che ha portato 40 mila morti e migliaia di profughi. Ankara prova con operazioni di maquillage a rendere la propria politica meno dura agli occhi dell’Europa: “Il governo turco sta modificando alcune leggi. E’ come se mettesse delle toppe. Ad esempio è stata autorizzata la pubblicazione di un giornale in lingua curda. Ma è continuamente preso di mira con cause giudiziarie per i contenuti. Così il giornale è costretto a spendere molti soldi per difendersi. La sopravvivenza diventa difficile.” Nei mesi scorsi, per volontà del governo turco, è stato aperto un nuovo canale televisivo in lingua curda. “In realtà – ha denunciato l’artista curdo Ozan Yusuf – su Trt6 non è possibile dire quello che si pensa”. Durante la sua partecipazione ad un programma gli è stato persino esplicitamente chiesto di non utilizzare termini quali per esempio “Amed” (Diyarbakyr, in curdo) e “Berfin” (fiore), perché utilizzati da organizzazioni politiche. “Trt6 – ha detto l'artista – ci usa per tenere in vita la politica di assimilazione da sempre portata avanti in questo paese”.
Leyla Zana riporta in poche parole la centralità di una battaglia che coinvolge migliaia di vite: “La questione fondamentale è che il popolo curdo non è riconosciuto e non viene accettato. Secondo i turchi, i curdi non esistono. Nella nostra Accademia della pace, cercheremo di abbattere le barriere” conclude Leyla Zana, con occhi che sembrano guardare lontano.


Cristina Artoni
(15/04/2009)







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