In Turchia da 150 anni sognando l’Abkazia | Marta Ottaviani
In Turchia da 150 anni sognando l’Abkazia Stampa
Marta Ottaviani   
Sono abkazi, vivono in Turchia da 150 anni e vorrebbero tornare a casa. Dove casa, per loro, è l’Abkazia indipendente. Il Paese della Mezzaluna accoglie la parte più consistente della popolazione che nel 1870 si ribellò alle truppe dello zar e decise di emigrare. Una lontananza che oggi pesa come una lacerazione, aggravata dal fatto che il ritorno sembra ancora lontano e che, in alcuni casi, è seguito da una cocente delusione.
In Turchia da 150 anni sognando l’Abkazia | Marta OttavianiSono circa 50mila gli abkazi, conosciuti come makhadjiri, che da oltre 150 anni risiedono in Turchia. Dopo un iniziale stanziamento nella zona del Mar Nero, soprattutto a Trebisonda, dove sono presenti altre minoranze provenienti proprio dalla regione caucasica, si sono trasferiti nell’Anatolia occidentale, nel distretti di Bursa e Inegol, dove vivono sulle colline. In questa zona di siti abkazi se ne contano a decine, ma la capitale morale della Diaspora è senza dubbio il villaggio di Mezit, a 80 chilometri da Bursa e non lontano da Istanbul, dove abitano quasi mille persone e il ricordo della terra perduta sconfina a volte nell’idealizzazione. Un ritratto da cui però lo stesso Paese della Mezzaluna, spesso al centro di polemiche riguardanti le minoranze religiose, esce in una luce decisamente nuova per l’opinione pubblica europea.
“Il nostro più grande desiderio – spiega Nalan Uran, una signora di mezza età – è tornare nel luogo dove sono nati i nostri antenati e dove parlano la nostra lingua”. Mezit è un mondo a parte rispetto al resto della Turchia. Le scritte sono in turco ma per le strade si sente parlare solo in lingua abkaza e guai a chiamarlo dialetto. Le case sono piene di foto e suppellettili, quasi a ricreare un mondo lontano nello spazio e nel tempo, crocifissi ortodossi inclusi, anche se alcuni di loro, a furia di stare in Turchia, si sono convertiti all’Islam. Il bar principale del Paese si chiama Sukhumi, come la capitale dell’Abkazia. Le donne indossano copricapo colorati simili a quelli che si vedono sul Mar Nero, vicino al confine con la Georgia. Un luogo che a Mezit non si deve neanche menzionare. “Se qualcuno vuole andare in Abkazia – spiega Irfan Argun, una delle figure cardine della Diaspora – passa dalla Russia e raggiunge la nostra terra da Soci. La Georgia non viene vista nemmeno come un luogo da cui transitare”. E in effetti anche chi vive nella repubblica caucasica, percepisce il problema dell’Abkhazia, riconosciuta come repubblica indipendente solo dalla Russia, come una profonda lacerazione. C’è chi pensa che la regione dovrebbe andare per la sua strada e chi si oppone perché loro sono georgiani e non abkhazi, non differendo granché dalla Russia di una volta in questo ragionamento.
Se il periodo dell’Urss è stato vissuto con sostanziale indifferenza mista a rassegnazione per questa gente che si è rifugiata in Turchia, dopo la sua caduta le speranze di ottenere finalmente uno Stato indipendente si sono riaccese con forza propulsiva, da cui è derivato l’odio per Tbilisi. E adesso Mosca, l’antica matrigna, viene paradossalmente vista con una massiccia punta di scetticismo, come l’unica sponda a cui appoggiarsi per raggiungere il proprio scopo. Quello su cui si lavora, anche da espatriati, è il riconoscimento dell’Abkazia come repubblica indipendente, la casa per i makhadjiri, purché ci si possa vivere in pace.
“La Turchia ci ha dato tanto – spiega Turgut Cilo, un giovane che ha impiantato nella zona di Inegol una sua attività –. Viviamo in pace da più di 150 anni e conserviamo le nostre tradizioni. Io non sono fra quelli che vuole tornare in Abbazia a tutti i costi ma capisco quelli che stanno lottando per farlo. Anche se vivono qui è un altro il luogo a cui sono indissolubilmente legati”. Secondo Anzor Mukba, dagli anni ’90 sono stati circa 3.500 gli abkazi che dalla Turchia sono tornati a casa, aiutati anche con incentivi economici. “Il problema – spiega – è che finché la nostra terra non vivrà in pace non sarà possibile assistere a una migrazione di massa. Sono in pochi che lascerebbero un posto dove vivono bene per uno in stato di guerra permanente”. Ci sono poi le aspettative deluse. “Sono stata a vederla la mia terra – dice Sema, una ragazza di Mezit che adesso vive ad Ankara – mi avevano detto che l’Abkazia è la terra più verde del Caucaso e che è bellissima. Ma io quando sono arrivata a Sukhumi ho visto case diroccate e un sistema telefonico che era quello di 50 anni fa”. Una vicinanza morale e ideologica insomma, ma che spesso fa fatica a tradursi in esperienza definitiva. Un bilico fra esistenza ideale, che si presenta più difficile da come la si era immaginata, e vita reale, lontana dall’ideale ma che non desta problemi nel quotidiano, che ormai è diventato una costante degli Abkhazi che vivono in Turchia.
Storia di un popolo, stretto fra un nemico di nome Tbilisi e un alleato di cui non si fida chiamato Mosca. Nostalgici di una terra che non hanno mai visto e che forse stenterebbero a riconoscere da tanto se la sono immaginata perfetta. Ma con una certezza: le nuove generazioni devono crescere parlando abkazo. Non russo, né georgiano. E, per quanto riconoscenti, nemmeno turco. E soprattutto, devono crescere a casa, in Abbazia. Finalmente in pace.

Marta Ottaviani
(03/10/2009)


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