Libertà d’associazione, ostacoli in Marocco | Medit, Rabat, legislazione marocchina, donne marocchine, Al Horia Al Ene, Badael el Maghrib, libertà pubbliche
Libertà d’associazione, ostacoli in Marocco Stampa
Jalal el Hakmaoui/Medit   

RABAT. La legislazione marocchina regola la vita associativa attraverso il decreto 376.58.1 del 15 novembre 1958, che definisce l’associazione “un accordo per una collaborazione tra due o più persone con lo scopo di utilizzare il loro sapere o la loro attività senza scopo di lucro”. In Marocco la libertà di associazione è considerata tra le più importanti libertà pubbliche, ovvero che definiscono i diritti e le libertà individuali e collettive di cui lo Stato è garante e di cui consente la libera pratica. Ciò conformemente all’articolo 2 dello stesso decreto che sancisce che “è permesso creare delle associazioni tra persone, e questo in tutta libertà e senza preavviso.”

//Rabat. Manifestazione di laureati disoccupati.Rabat. Manifestazione di laureati disoccupati.

Considerata l’importanza di questo diritto, il legislatore l’ha elevato a livello costituzionale inserendolo in tutte le costituzioni che il Marocco ha conosciuto.” È stato di nuovo confermato nella attuale Costituzione (promulgata nel 2011) che lo inserisce tra i diritti fondamentali, e lo considera come una delle libertà che i poteri pubblici sono tenuti a rispettare. La legge obbliga ogni associazione a presentare una dichiarazione ad un rappresentante amministrativo locale, sia direttamente sia tramite un ufficiale giudiziario che rilascia una ricevuta provvisoria. Questo significa che il legislatore marocchino ha adottato il sistema della dichiarazione, che si contrappone ad un sistema basato sulla concessione di autorizzazioni discrezionali dell’autorità amministrativa.

Sanae Benbelli dell’Associazione democratica delle donne marocchine precisa: “Quanto alla libertà di fondare delle associazioni, c’è una differenza tra il testo della legge e la pratica. In effetti, la legge garantisce questo diritto ma allo stesso tempo mette dei paletti che si manifestano al momento della creazione dell’associazione e dello svolgimento delle attività, sottoponendoli al controllo dello Stato; in molti casi, l’esercizio di questo diritto è subordinato all’approvazione del Ministero dell’Interno”. Nella pratica, l’esercizio di questo diritto può presentare una serie di difficoltà, come la possibilità che l’autorità pubblica non conceda l’autorizzazione a costituire l’associazione: in genere questo succede alle associazioni i cui obbiettivi vengono considerati contrari allo Stato o quelle composte da membri noti per le loro idee estremiste.

Ahmed Arehmouch, dell’Osservatorio delle libertà, sostiene che “malgrado i cambiamenti nel trattamento giuridico delle associazioni avvenuti nel 2002, le lotte, il riconoscimento di questo diritto nella Costituzione del 2011 e la serie di convenzioni internazionali dei diritti dell’uomo approvate o firmate dal Marocco, l’attività associativa è ancora ostacolata da problemi di carattere giuridico o amministrativo, o legati al finanziamento e alla fiscalità. Per le associazioni che operano nel campo dei diritti umani, e precisamente in quello delle libertà pubbliche, si è notata una recrudescenza degli ostacoli amministrativi al momento della costituzione dell’associazione, o al rinnovo dell’autorizzazione; questo accade sia per le associazioni marocchine che per quelle straniere”.

A questo proposito, l’associazione “Al Horia Al Ene” (Libertà ora), fondata da un gruppo di giornalisti e di giuristi per difendere la libertà di stampa e di opinione, si è vista rifiutare l’autorizzazione da parte delle autorità. Senza una giustificazione legale di questo rifiuto, gli osservatori propendono per una spiegazione politica, tenuto conto che il comitato dell’associazione annovera al suo interno un membro del gruppo islamista non riconosciuto “Giustizia e carità”, noto per la sua opposizione al regime monarchico. Tuttavia, Driss Yazami, presidente del Consiglio Consultivo per i Diritti Umani (CCDU, istituzione del governo) ha fatto appello affinché le autorizzazioni siano rilasciate a tutte le organizzazioni, in modo da rafforzare il ruolo della società civile. Il CCDU ha inoltre presentato un progetto che mira a una maggiore apertura sulla libertà di associazione. Anche se la questione delle associazioni proibite in Marocco solleva ancora dei punti interrogativi nel Consiglio,Yazami non ha dubbi: “È meglio che lo Stato rilasci l’autorizzazione a tutte le associazioni. Lo Stato può ricorrere in seguito alla giustizia se delle associazioni compiono attività illecite”. Ahmed Arehmouch a sua volta precisa: “Gli ostacoli che le associazioni incontrano nel momento in cui depositano la pratica per l’autorizzazione, o al momento del rinnovo, si sono moltiplicati per motivi di ordine pubblico, soprattutto in assenza di basi giuridiche che regolino l’accettazione o il rifiuto del riconoscimento legale. Per non parlare dell’assenza di chiarezza per quanto riguarda il ritiro dell’autorizzazione. Gli stessi ostacoli possono essere rilevati nel momento dell’avviso relativo alle assemblee generali o riunioni dei membri dell’associazione e delle sue strutture, come pure nelle procedure della gestione finanziaria, mentre il mondo associativo è ancora in attesa di un quadro legislativo sul finanziamento delle associazioni”. E aggiunge: “Ciò che caratterizza la realtà della vita associativa in Marocco in questi ultimi due anni è che numerose associazioni sono private del loro diritto di esistere o di rinnovarsi. D’altronde, invece di agire nel rispetto dell’indipendenza del movimento associativo nel paese, il governo, rappresentato dal ministro incaricato delle relazioni con il Parlamento e la società civile, nell’aprile 2012 ha fatto delle dichiarazioni ostili nei confronti delle associazioni mettendo in dubbio la loro credibilità e la trasparenza della loro gestione. Questa campagna è stata preceduta dalla pubblicazione di due decreti ministeriali nel gennaio 2012 e nel gennaio 2013, nei quali il ministro si arroga prerogative come il controllo della società civile e l’emendamento del quadro giuridico del lavoro associativo”.

Il ministro in questione, Habib Choubani, nel 2012 segnalava 50 mila associazioni, salite a 90 mila secondo l’ultimo dato aggiornato. Di queste, sono essenzialmente le associazioni islamiste e separatiste (ad esempio il Fronte Polisario), comunque una minoranza, quelle sottoposte ai controlli amministrativi. Il governo islamista del partito Giustizia e Sviluppo sembra intenzionato a porre dei vincoli alle attività delle associazioni che si occupano dei diritti della persona.  Ha infatti accusato le associazioni – in particolare quelle che operano in questo ambito – di essere finanziate dall’estero e di obbedire a un’agenda straniera. Il ministro Choubani ha denunciato questi finanziamenti e le associazioni che ne hanno beneficiato: nel 2011 l’ammontare di questi finanziamenti è stato di circa 1,25 miliardi di euro versati a 235 associazioni (nel 2010 ancora circa 1,24 miliardi di euro distribuiti a 279 associazioni, nel 2009 968 milioni di euro a 98 associazioni). Tra i beneficiari di questi finanziamenti ci sono associazioni che operano soprattutto nel campo dei diritti umani, del sociale, dell’educazione. Le più importanti sono: “Lotta contro l’aids”, l’“Associazione marocchina dei diritti della persona”, l’“Associazione Giustizia”, “Beit al Hikma (Casa della Saggezza)” e l’“Associazione Badael el Maghrib (Alternative marocchine)”. Tra le misure annunciate dal ministro vi sono l’adozione dell’informatizzazione delle dichiarazioni dei finanziamenti stranieri e l’applicazione del decreto relativo allo scioglimento delle associazioni per via giudiziaria nel caso non vengano dichiarati i finanziamenti dall’estero.

//Rabat. Laureati disoccupati davanti al ParlamentoRabat. Laureati disoccupati davanti al Parlamento

In un intervento diffuso in diretta sulla televisione pubblica nazionale, il ministro dell’Interno ha accusato gli “organismi che agiscono al soldo di paesi stranieri”. Evocando la minaccia terrorista che arriva dall’Iraq e dalla Siria e alludendo ai combattenti marocchini tra le fila dell’Isis, ha precisato che le forze di polizia “si scontrano con organismi interni che operano sotto la copertura dei diritti umani e ricevono soldi dall’estero”, e ha precisato che questo finanziamento costituisce oltre il 60% del sostegno pubblico consentito ai partiti marocchini.

Ha poi accusato questi organismi di sfruttare il clima di apertura e di libertà che prevale in Marocco. L’“Associazione marocchina dei diritti della persona”, la più grande in questo ambito, ha risposto che “la lotta contro il terrorismo non deve in alcun modo giustificare le violazioni dei diritti umani né le restrizioni ai diritti e alle libertà dei cittadini, al di fuori di ogni controllo” . Aggiungendo, poi, che come tutte le altre associazioni dei diritti umani, “([l’Associazione] non riceve né soldi né regali da nessuno, ma si accontenta di stabilire delle convenzioni sullo stesso piano di parità con organismi governativi o stranieri”.

Ahmed Arehmouch precisa: “le difficoltà incontrate dall’Osservatorio delle libertà pubbliche dopo la creazione sono legate agli impegni amministrativi e istituzionali, che necessitano di un budget cospicuo per garantire la continuità dell’associazione di fronte all’enormità delle violazioni commesse dalle autorità pubbliche. Infine, segnaliamo il mancato riconoscimento dell’apporto sociale dell’elemento associativo il cui contributo economico nella gestione degli affari pubblici è trascurato”. Se le associazioni dei diritti umani sono condizionate da restrizioni burocratiche e finanziarie (dato che lo Stato le sostiene molto poco), le associazioni a carattere sociale, educativo e culturale soffrono degli stessi ostacoli strutturali.

La conferma arriva da Said Hansali, presidente dell’associazione APTET, impegnata nella difesa delle persone affette da sindrome di Down: “Le difficoltà sono soprattutto di ordine materiale poiché il costo delle cure mediche, paramediche ed educative è molto elevato. Per non parlare delle istituzioni che non s’impegnano a fornire l’infrastruttura necessaria e ad assicurare un clima sociale che preservi la dignità della persona portatrice di handicap. Nell’ambito scolastico, ad esempio, teoricamente tutti i bambini hanno diritto all’insegnamento pubblico o privato. Attualmente, in realtà il tasso di bambini con handicap che non hanno accesso alla scuola è dell’ordine del 68% e questo a causa dei fallimenti dell’infrastruttura scolastica negli ambienti rurali o dell’esclusione praticata dai direttori o dagli insegnanti che si giustificano per l’insufficiente preparazione nella gestione dei diversi handicap”. Le autorità non si assumono seriamente questo problema e si limitano ad emettere delle circolari senza seguito, senza infrastrutture che garantiscano una scolarità di qualità.    

Anche altre associazioni si imbattono in problemi. Sanae Benbelli, dell’Associazione democratica delle donne marocchine, spiega: “Noi soffriamo soprattutto per la mentalità fallocratica della società, dell’assenza di una politica integrata e intersettoriale che garantisca la parità e si adoperi per trattare la questione di genere come questione trasversale in tutte le politiche sociali. Anche noi abbiamo il problema della mancanza di finanziamento”.

Quanto al mondo del cinema, e culturale in generale, Hichem Fellah, direttore generale del Festival internazionale del documentario, sottolinea: “Gli scogli principali per il nostro lavoro associativo nell’ambito del festival riguardano il tempo prezioso che perdiamo con le istituzioni pubbliche o private per avere il loro sostegno. Nonostante il ruolo che giocano i documentari nel radicamento dei valori della democrazia e della cittadinanza e nonostante queste istituzioni abbiano firmato delle convenzioni di sostegno annuale, noi passiamo il tempo a bussare alle loro porte. La soluzione? Avere una rete di amicizie e appoggi nei centri di interesse. Un altro problema è la mancanza di controlli a posteriori. Dopo aver ricevuto troppo tardi le sovvenzioni e presentato alle parti in causa un rapporto generale delle attività, nessuno viene a controllare se gli obbiettivi della sovvenzione ottenuta sono stati realizzati o no. Il risultato è un circolo vizioso. Non si può impegnare una équipe permanente per il festival né contare su un finanziamento annuale permanente che consenta di portare avanti il proprio compito nei quartieri, nelle case della gioventù, nelle istituzioni scolastiche e universitarie come in tutta la città come stabilito nella convenzione cittadina”.

In conclusione, nonostante la nuova Costituzione del 2011 lo spazio delle libertà è ancora in Marocco, secondo le associazioni dei diritti umani, pieno di ostacoli. Questi derivano dal carattere autoritario del Ministero dell’Interno, e più in generale dell’atteggiamento del governo islamista del partito Giustizia e Sviluppo. Per questo il Marocco deve ancora, considerato il suo ruolo di avanguardia in materia di libertà pubbliche rispetto al mondo arabo e all’Africa, mettere in pratica pienamente la Costituzione del 2011, affinché i cittadini marocchini possano avere una vita in cui prevalgano i valori di dignità, cittadinanza, eguaglianza, e contribuire al progresso del loro paese.

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Libertà d’associazione, ostacoli in Marocco | Medit, Rabat, legislazione marocchina, donne marocchine, Al Horia Al Ene, Badael el Maghrib, libertà pubblicheJalal el Hakmaoui

(scrittore, traduttore e giornalista indipendente)

Traduzione dal francese di Stefanella Campana

Dicembre 2014