Radicalizzazione Sud-Sud, lo stato marocchino è razzista? | Hicham Houdaïfa
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Hicham Houdaïfa   
Radicalizzazione Sud-Sud, lo stato marocchino è razzista? | Hicham HoudaïfaCasablanca. Piazza Mohammed V. La terrazza del bar Don Quichotte è uno dei luoghi d'incontro preferiti dai migranti subsahariani che abitano nella città. Senegalesi, Maliani, ma anche Nigeriani e Guineani che occupano per la maggior parte case abbandonate dell'antica medina. Altri abitano nei quartieri periferici della capitale economica del paese: Oulfa, Hay Mohammadi o anche Sidi Bernoussi. «Esistono due tipi di Africani. I musulmani francofoni e i cristiani anglofoni. Con i primi c'è un'intesa quasi perfetta mentre con i secondi totale incomprensione», spiega Chouaïb, impiegato del bar. I commenti di questo Casablanchese riassumono i rapporti tra la popolazione marocchine e questa comunità subsahariana divenuta in questi ultimi anni sempre più visibile. Una comunità dove si trovano studenti, uomini d'affari, ma anche chi chiede asilo e migliaia di persone che hanno percorso centinaia di kilometri per arrivare in Marocco, ultima tappa prima di raggiungere l'Europa, l'eldorado tanto sognato. «Non si può parlare di razzismo istituzionale in Marocco, evocherei piuttosto un razzismo primario, culturale. Al contrario di ciò che accade in Europa, i pregiudizi che hanno i Marocchini non sono strumentalizzati e non fanno parte di alcun programma di qualche partito politico.», afferma Colombe, coordinatrice del programma Migration Solidarité.

Un transito che si perpetua
Radicalizzazione Sud-Sud, lo stato marocchino è razzista? | Hicham HoudaïfaPer questa militante dei diritti dei migranti, le testimonianze raccolte presso costoro sono di due nature. Vi è chi sostiene che sono ben integrati. Altri evocano casi ove sono stati vittime di atti razzisti, hanno subito lanci di pietre... «Quando un migrante subsahariano arriva in Marocco, inizialmente è per una durata determinata prima di tentare il grande viaggio verso l'Europa. Non ha dunque alcun desiderio di integrarsi in Marocco. Quando il transito diventa perpetuo, allora inizia a intravedere il piano B, cioè installarsi in Marocco», analizza Colombe. Un piano B sinonimo di sconfitta, poiché la maggioranza dei Subsahariani che vivono nel Regno «si ritengono intrappolati nel paese». «Alcuni bambini sono nati in Marocco durante questo periodo di attesa. È stato provveduto a integrarli nel sistema sanitario, ma non possiedono alcuna esistenza giuridica», lamenta Colombe. Il fatto è che i bambini che nel Regno non possono ottenere altro che un certificato di nascita. Non sono quindi registrati all'anagrafe. I migranti che arrivano in Marocco strappano i loro documenti perché non vogliono essere identificati e quindi espulsi. Rachid, operatore sociale presso l'Associazione degli amici e famiglie vittime dell'immigrazione clandestina (Afvic), lavora nell'ambito del programma per la sensibilizzazione della popolazione marocchina. Secondo lui, la società marocchina non è fondamentalmente razzista. «Coloro che si rendono autori di atti riprovevoli nei confronti dei Subsahariani sono in maggioranza giovani di meno di 20 anni. Lo fanno per divertimento: Non sono coscienti di ciò che questi atti possono costituire come impatto sui migranti», spiega. Il Congolese Paulin Kuanzambi, presidente del Consiglio dei migranti subsahariani in Marocco, è, invece, un po' più categorico. «I Marocchini non sono tutti razzisti, ma io stesso sono stato vittima di discriminazioni, come ad esempio con dei conducenti di taxi che hanno ripetutamente rifiutato di farmi salire.». Il Consiglio è venuto alla luce il giorno successivo ai tragici fatti di Ceuta e Melilla in autunno 2005. Quattordici migranti clandestini avevano trovato la morte sotto i proiettili delle forze dell'ordine marocchine ed elementi della guardia civile. Avevano tentato di abbattere le reti di protezione innalzate tra il Marocco e i quartieri spagnoli di Melilla e Ceuta. I media marocchini non sono stati sempre professionali nel trattamento di questa situazione. Nella prima pagine dell'edizione del 12 settembre 2005, dopo qualche giorno dagli avvenimenti di Ceuta e Melilla, il settimanale regionale marocchino «Ashamal» pubblica il seguente titolo: «Le cavallette nere invadono il nord del Marocco». Altri articoli seguiranno, associando i subsahariani alla prostituzione, all'accattonaggio, ai furti e all'AIDS.

Radicalizzazione statale
Radicalizzazione Sud-Sud, lo stato marocchino è razzista? | Hicham HoudaïfaI fatti di Ceuta e Melilla sono stati seguiti da una grande operazione di repressione per via aerea, ma anche terrestre. Numerose persone sono state deportate verso Dakhla, Guelmin e Assa Zagh, e in seguito abbandonate senza viveri nel deserto a Sud del paese. Altre sono state condotte alla frontiera con l'Algeria, che il Marocco accuserà inoltre di «passività» nella gestione della situazione. La maggioranza dei subsahariani che entrano in Marocco lo fanno effettivamente partendo dalla frontiera algerina. I migranti hanno parlato di casi di stupro, di furti e di sevizie fisiche commesse dai poliziotti marocchini. Gli anni seguenti, le autorità marocchine hanno moltiplicato gli arresti e le repressioni in tutte le città del paese. «Anche quelli che richiedevano asilo e i rifugiati statutari sono stati deportati. Le forze dell'ordine non prendevano in considerazione i visti dell'HCR. Solo recentemente, sotto la pressione della società civile, i rifugiati sono più o meno risparmiati», racconta un rifugiato politico guineano.
Anche l'anno 2008 ha portato la sua dose di drammi, ma anche di radicalizzazione. «Eravamo seguiti dalla marina, e, per fermare il battello, ha utilizzato uno strumento tagliente, una lama attaccata a un bastone, che ha perforato il canotto, provocando l'annegamento di 29 persone. Il battello non si è fermato, la marina reale ci seguiva alla stessa velocità, i soldati, muniti di un bastone al quale avevano attaccato un oggetto tagliente, hanno volontariamente perforato il battello pneumatico». Sono testimonianze raccolte dall'Afvic circa i fatti che hanno avuto luogo la notte dal 28 al 29 aprile 2008, al largo delle coste di Al-Hoceima. Queste testimonianze denunciano alcuni membri della marina reale, accusati dai migranti di aver perforato un canotto pneumatico, causando così la morte di 29 persone, tra cui quattro bambini e quattro donne. L'Afvic ha preteso l'apertura di un'inchiesta pubblica affinché tutti quanti ritenuti responsabili di questi annegamenti vengano assicurati alla giustizia. L'associazione biasima l'Europa per questo processo di radicalizzazione delle autorità marocchine. «Le pressioni europee hanno spinto il Marocco a diventare il gendarme del vecchio continente. Gli aiuti europei sono oggi condizionati dal grado di collaborazione dei Marocchini nell'ambito della migrazione», conclude uno dei membri dell'Afvic.

* Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. E’ stato redatto nell’ambito del progetto DARMED, realizzato dal Cospe e sostenuto dall’UE.


Hicham Houdaïfa
(traduzione Marco Ceccarelli)

(11/09/2008)


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    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 

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