Marocco: noi vogliamo di più! | Kenza Sefroui
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Kenza Sefroui   
Marocco: noi vogliamo di più! | Kenza SefrouiIn Marocco, la nuova Moudawana festeggia i suoi 5 anni. La cantante Najat Atabou ne ha fatta propria la causa e riprende con convinzione il suo celebre ritornello: “Wach fhemtou lmoudawwana oula nchara likoum ana?”* Tuttavia, non celebriamo tutte e tutti questo anniversario con lo stesso entusiasmo. Perché nella nostra società a diverse velocità, la condizione della donna è ben lontana dall'essere vissuta allo stesso modo ovunque.
In primis, la legge. Si può dire che la legge marocchina è una delle più progressiste dei paesi arabi riguardo alle donne. La Moudawana ha sicuramente permesso dei progressi indiscutibili: l'interdizione del ripudio, che impedisce a un marito di buttare per strada sua moglie e i suoi figli, la facilitazione dell'accesso delle donne al divorzio, rendere i coniugi egualmente responsabili della famiglia… La riforma del Codice della nazionalità dà anche la possibilità alle donne marocchine di trasmettere la loro nazionalità, cosa inedita nei paesi vicini. L'unico problema è che la legge è applicata disugualmente e le preoccupazioni delle donne, a seconda degli ambienti in cui vivono, sono spesso lontane anni luce da essa.

Marocco: noi vogliamo di più! | Kenza Sefroui Incoerenze del sistema giuridico
In un acuto documentario intitolato Je voudrais vous raconter (Vorrei raccontarvi), la regista Dalila Ennadre realizzava un'inchiesta in ambiente rurale sull'impatto del nuovo Codice di famiglia e chiedeva alle donne se esse sapessero di avere nuovi diritti: “Ma di che parla questa?” se ne usciva una di esse. Oggi, malgrado il notevole lavoro delle associazioni femministe, tra cui l'AMDF e la LDDF, che contano diverse decine di migliaia di aderenti, la legge è lontana dall'essere uguale per tutti, in tutto il territorio. Un'inchiesta recente del Journal hebdomadaire segnalava che in alcune zone remote dell'Alto-Atlas, villaggi interi vivono senza il minimo documento di stato civile. I matrimoni si celebrano in presenza di testimoni, senza la firma di alcun atto pubblico. In questo modo l'età da matrimonio, specialmente quella delle donne, sfugge completamente al controllo delle autorità. Se il matrimonio dei minori è proibito, nondimeno i giudici sono autorizzati a consentire delle deroghe. E lo fanno con manica larga: circa il 10% dei matrimoni conclusi l'anno scorso riguardava minori di 18 anni.
D'altronde, all'approvazione della Moudawana non ha ancora fatto seguito l'armonizzazione del sistema giuridico. Una persona che ospiti una donna che ha lasciato il tetto coniugale, anche per sfuggire a un marito violento, è ancora passibile, secondo il Codice penale, di una condanna da due a cinque anni di prigione e ad un'ammenda. Per averla aiutata a “sottrarsi all'autorità alla quale è legalmente sottomessa”. Mentre tale sottomissione non esiste più nel nuovo Codice di famiglia. Questa disposizione costituisce un grave handicap per le associazioni che lottano contro la violenza sulle donne, perché l'asilo che esse offrono dipende sempre dal ben volere delle autorità locali e non è protetto per legge. Lo stesso Codice penale dà la possibilità a un violentatore di sfuggire alla legge sposando la sua vittima. C'è ben da dubitare che una famiglia costituita in queste condizioni presenti tutti i fattori di rischio per sviluppare violenza. In più, il concetto di stupro coniugale non esiste: altra fonte di violenza. Le recenti campagne di sensibilizzazione e di lotta contro la violenza sulle donne hanno mostrato cifre allarmanti.
Le associazioni femministe continuano a lottare per adattare il sistema legislativo, ma la strada è ancora lunga.

Società disuguale
A parte il quadro giuridico inefficace, bisogna constatare che le donne sono ancora massicciamente vittime del sistema sociale. Le ragazzine, specialmente nelle zone rurali, sono troppo spesso ritirate prematuramente dalla scuola, malgrado l'insistenza di certi istitutori che cercano di convincere i loro genitori a farle continuare. Troppe ragazzine in giovane età sono portate nelle famiglie abbienti per servire come domestiche, con la compiacenza di una borghesia senza scrupoli e malgrado la crescente mobilitazione delle associazioni che denunciano questo fenomeno. Per queste bambine, al posto della scuola, c'è la precoce esperienza della violenza fisica, psicologica e a volte sessuale. Ancora in ambiente rurale, troppe bambine abbandonano la scuola semplicemente perché le strutture, in rovina, non prevedono i bagni per loro.

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Questa disparità d'accesso alla scuola e al sapere ha delle conseguenze ineluttabili sull'indipendenza economica delle future donne. Nel corso della loro vita coniugale, le donne sono troppo spesso costrette ad accettare delle situazioni che esse subiscono per mancanza di indipendenza economica: per esempio, alcune sono obbligate a dare il loro consenso a che il marito prenda una seconda moglie, perché la poligamia non è stata abolita. Anche se, stando a un recente sondaggio, questa pratica è caduta in disuso e pochi genitori accetterebbero che loro figlia fosse “co-sposa”.
Una serie di piccoli dettagli della vita quotidiana indicano che i recenti progressi della legge a favore della donna non sono ancora entrati nella mentalità comune: per esempio, per iscrivere un bambino a scuola è richiesta l'autorizzazione del padre, quando, di fronte alla legge, i genitori sarebbero congiuntamente responsabili...
E soprattutto, le donne sono danneggiate in materia di eredità, non avendo diritto che alla metà della parte di un uomo. “Quando compro una Coca, non la pago mica a metà prezzo!” si indigna Malika, maggiore di tre figli. Questa questione suscita più reazioni che dichiarazioni a favore dell'aborto. Sono numerosi i romanzi e i films che affrontano questo tema. Les Enfants de la Chaouia , di Mouna Hachim, che è diventato un best-seller malgrado le sue mediocri qualità letterarie, perché ha commosso: una madre di cinque figli deve combattere contro il fratello del suo defunto marito per conservare la loro casa di famiglia.
Non insisterò sull'assenza del diritto all'aborto, che spinge coloro che possono pagare a subire un'operazione clandestina in condizioni sanitarie deplorevoli e umilianti e riempie le arterie delle grandi città di coloro che la mancanza di mezzi ha spinto a scappare dalle loro famiglie, ad abbandonare i neonati, cadendo a volte nella prostituzione – e il numero è impressionante. Senza parlare delle ragazzine abbandonate a se stesse e alla violenza della strada. L'aborto costituisce una scelta individuale solo per un'infima minoranza di donne: è prima di tutto una questione di sanità pubblica.
Non insisterò ancora sul divieto per le donne marocchine di sposare un non musulmano, mentre un uomo non deve preoccuparsi di questo criterio: in una società profondamente musulmana troppo poche donne indicano questa come un'ingiustizia.
Gli aspetti che ho evocato non coinvolgono tutte le Marocchine. Se noi, donne istruite e con un lavoro che ci garantisce l'indipendenza economica e intellettuale, possiamo permetterci di teorizzare le nostre scelte e riuscire a viverle, quante altre donne si pongono solamente la questione? Per troppe fra noi, in assenza di tutto, in condizioni sanitarie catastrofiche, non si tratta di scegliere un modo di vita, ma di affermare dei sentimenti, avere di che mangiare, vestirsi e abitare decentemente, curarsi, non morire di parto...Si tratta semplicemente di sopravvivere.
In questi giorni si è festeggiato il quinto aniversario della Moudawana. Se ci si accontenta di spegnere le candeline e autocongratularsi, senza però dotarsi dei mezzi per applicare realmente questa buona riforma a tutte le donne del Marocco, questo non sarà altro che l'ennesimo fallimento politico. E noi vogliamo ben altro...


Kenza Sefrioui
Traduzione dal francese Alessandro Rivera Magos
(17/03/2009)
(*)“Avete capito la Moudawana, o ve la devo spiegare?”


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