Le ragioni della collera  | Kenza Sefrioui, Najib Chaouki, Federica Araco
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Kenza Sefrioui   
Venerdì 25 novembre, il Partito Justice et Développement (Partito Giustizia e Sviluppo, PJD) arriva in testa alle elezioni legislative con il 27 percento di eletti e 107 seggi su 395 in Parlamento e, tre giorni dopo, il suo segretario generale, Abdelilah Benkirane, è nominato capo del governo. Qualche settimana dopo la Tunisia, e poco prima dell’Egitto, il Marocco vede arrivare per la prima volta al potere un partito portavoce di un islam politico. Il PJD, che per molti anni è stato all’opposizione, sin dalla sua fondazione, nel 1998, si è rafforzato nelle grandi città attraverso una rete molto ampia di assistenza sociale, e si presenta ora come un gruppo di uomini nuovi e non compromessi nella gestione degli affari pubblici, il cui discorso sulla moralizzazione della vita pubblica ha convinto molte persone.

Manifestazioni e riforme istituzionali

Queste elezioni sono la conseguenza paradossale del movimento di contestazione che ha investito nell’ultimo anno il Marocco. Le rivoluzioni tunisina ed egiziana, e le loro rivendicazioni di dignità, giustizia sociale e democrazia, hanno in effetti avuto un forte impatto nel regno, un regime autoritario afflitto da problemi di corruzione, dove i giovani (gli under 25 sono il 51 percento della popolazione) sono colpiti da una pesante disoccupazione, con picchi più alti nelle città (31,7 percento). Il politologo Mohamed Darif ricorda che “il Marocco aveva avviato delle riforme istituzionali lo scorso decennio, ma il movimento del 20 febbraio e la primavera araba hanno accelerato questo processo”.

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A fine gennaio, un gruppo di giovani indipendenti dalla politica lancia sui social network un video che invita a manifestare domenica 20 febbraio, giornata della dignità, per denunciare la corruzione, rivendicare una scuola e una sanità pubblica di qualità e una costituzione democratica (1). Il Movimento del 20 febbraio coinvolge molti giovani e raccoglie il consenso dei partiti di sinistra e di estrema sinistra, come il partito socialista unificato e Annahj Addimocrati, sindacati e associazioni per i diritti umani. Immediatamente, i giovani vengono accusati di voler mettere in discussione la monarchia e un video di protesta circola per incitare la gente a non uscire di casa il 20 febbraio. “Ci hanno accusato di qualsiasi cosa pur di screditarci, anche di essere vicini al Fronte Polisario”, racconta, Najib Chaouki, uno dei leader del movimento. Il governo tenta di calmare la tensione sociale ordinando 255mila tonnellate di grano e distribuendo olio e zucchero per fare abbassare i prezzi.

La prima giornata di manifestazione si tiene il 20 febbraio in 53 prefetture. Si tratta di manifestazioni pacifiche ed è subito battaglia sui numeri: 37mila manifestanti, secondo la polizia, 238mila, secondo gli organizzatori.(2) Dopo la fine delle manifestazioni, in alcune città si tentano sabotaggi per tentare di screditare il movimento, che prova a organizzare altre mobilitazioni settimanali. Il 9 marzo, in un discorso televisivo, il re annuncia la creazione di una commissione incaricata di redigere una nuova costituzione che dovrà condurre il paese verso una monarchia costituzionale capace di riconoscere le minoranze e garantire una giustizia indipendente rafforzando il ruolo del governo. La commissione rappresenta diverse tendenze politiche ma viene boicottata dall’estrema sinistra, dall’Associazione marocchina dei diritti dell’uomo e dai giovani del Movimento del 20 febbraio. Dopo il suo discorso, le manifestazioni e i sit-in sono dispersi con violenza e la repressione della polizia fa decine di feriti. Il 20 marzo, i manifestanti (50mila a Casablanca, 6mila a Rabat e qualche centinaia in più di ottanta città) riaccendono la tensione e reclamano altre riforme. In aprile il governo promette un aumento del 15 percento del salario minimo e aumenta di 600 dirhams il salario dei funzionari.
L’attentato a Marrakech del 28 aprile, che ha causato la morte di 17 persone, non ha minato le capacità organizzative del Movimento del 20 febbraio, che continua a contrastare una repressione sistematica e numerosi tentativi di intimidazioni e di discredito dei suoi leader. Il 2 giugno, a Safi, Kamal El Omari, picchiato dalla polizia, muore. Tuttavia Mohamed Darif sottolinea che nel paese non c’è stata nessuna esplosione violenza: “Certo, ci sono stati morti, ma non si può fare il paragone con la Tunisia, l’Egitto e la Libia”. Il 17 giugno, il re annuncia un referendum sulla nuova costituzione, e si pronuncia per il sì.

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Il referendum è fissato per il primo luglio, tempo record in un paese dove l’analfabetismo supera il 40 percento, ma si presenta quasi come un plebiscito sul re: i sostenitori del “no” faticano a esprimersi nei media, la propaganda è ovunque negli spazi pubblici, i manifestanti a favore del sì, pagati, secondo il collettivo associativo per l’osservazione delle elezioni, cercano un confronto con il Movimento del 20 febbraio, che propone di boicottare il voto. Perché anche se, nel nuovo testo, Parlamento e governo hanno maggiori poteri, anche se il re rinuncia al titolo di Comandante dei credenti eccetto che per le questioni religiose e rinuncia alla sua sacralità e l’amazigh è riconosciuta come lingua ufficiale, il re resta comunque il depositario supremo di ogni decisione politica. Per Mohamed Darif, la nuova costituzione è “una tappa della transizione democratica” perché “rompe con la monarchia esecutiva, anche se non presenta ancora una vera a propria monarchia parlamentare. Ma come è possibile avviare questa transizione senza partiti forti? Eppure il Movimento del 20 febbraio ha criticato il modo in cui sono stati screditati i partiti politici”. Il primo luglio, il testo è accolto dal 97,58 percento degli elettori, con una partecipazione record del 75,50%. “Un punteggio a favore dell’autorità”, commenta Moulay Hicham, cugino del re: “è stato subito chiaro che l’obiettivo era non tanto realizzare una riforma sostanziale del sistema, ma piuttosto smorzare la minaccia della primavera araba sulla monarchia” (3) Il Collettivo associativo per l’osservazione delle elezioni rileva molte irregolarità (votanti sprovvisti di documento elettorale, voti di gruppo, pressioni sugli elettori durante gli scrutini, elettori privati del diritto al voto perché non hanno mai ricevuto i loro documenti, schede bianche…). Sulla scia del referendum, vengono organizzate elezioni legislative anticipate.

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Najib Chaouki
“Campo politico in rovina”
Le elezioni hanno avuto un tasso di partecipazione del 45 percento, molto meno del referendum ma più delle consultazioni legislative del 2007, che avevano avuto un record di astenuti (circa il 63 percento), e Najib Chaouki stima che “è il boicottaggio che ha vinto”. E le elezioni hanno confermato il discredito dei partiti politici, perché le schede bianche hanno superato il 20 percento “è un segno di dissenso verso delle elezioni che avrebbero voluto essere fondatrici” commenta Moulay Hicham.(4)

Secondo il giornalista e militante di sinistra Abderrahim Tafnout, “è stato un voto contro il partito monarchico Authenticité et Modernità (Autenticità e Modernità), che si è alleato con i partiti dell’amministrazione, e che si presenta falsamente come modernista, e contro l’esitazione storica della sinistra governativa”. E aggiunge: “non c’è stata una vera vittoria del PJD, arrivato in testa con un milione di voti contro 1,6 milioni di schede bianche, su 13,4 milioni di voti”. Di contro, Tafnout sottolinea i risultati dell’Istiqlal (60 seggi, partito del primo ministro uscente), del RNI (52 seggi) e del PAM, “47 seggi, un risultato importantissimo per un partito che ha appena tre anni di vita” e che ha superato l’USFP. Najib Chaouki stima che “ il governo non avrà nessun consenso popolare”. Ma esulta: “abbiamo ottenuto in nove mesi di manifestazioni quello che i partiti non hanno ottenuto in cinquant’anni”, anche se ammette che le dimissioni del governo e le nuove elezioni non rappresentano “che l’1 percento delle nostre rivendicazioni. Continueremo a chiedere una vera costituzione democratica e la fine della corruzione”. Il Movimento del 20 febbraio per il momento non ha alcuna intenzione di costituire un partito politico, e deve confrontarsi con l’eterogeneità dei suoi componenti: persone indipendenti di sinistra e di estrema sinistra e islamismi dell’organizzazione illegale Adl wal Ihsane (Giustizia e beneficenza), che alcuni accusano di voler controllare il Movimento. “Il Movimento è l’immagine della società, con i suoi conservatori e i suoi progressisti, e noi accettiamo tutti purché nessuno faccia appello alla violenza e al razzismo, perché ci battiamo tutti per la stessa causa”, spiega Najib Chaouki.

Abderrahim Tafnout sostiene che nel Movimento “alcuni non spiegano chiaramente di che cambiamento parlano. Quelli di Al Adl wal Ihsan vorrebbero una maggiore islamizzazione del paese e dello stato, ma quando viene loro chiesto di spiegarsi meglio, ci accusano di voler creare divisioni all’interno del Movimento. Il 20 febbraio deve elaborare un progetto sociale, deve proporre un’alternativa”. L’economista e militante per i diritti dell’uomo Abdelmoumni sembra ottimista: “il Movimento del 20 febbraio ha già permesso la distruzione delle basi dell’autoritarismo e la rinuncia da parte del re alla sacralità. È un cambiamento molto profondo. C’è bisogno di nuove elite di giovani, ma siamo solo all’inizio”.

Le sfide economiche e sociali
Il Movimento del 20 febbraio ha portato sulla scena politica molte richieste che pongono l’accento sui gravi problemi economici strutturali del Marocco, in un contesto di crisi internazionale.
Najib Chaouki spiega: “Combattiamo la corruzione, l’economia di rendita, la mancanza di trasparenza…”. Secondo Abderrahim Tafnout, “non si tratta solamente di questioni tecniche, ma anche politiche, che riguardano la creazione e la distribuzione equa della ricchezza. In Marocco, c’è un solo attore che tiene nelle sue mani l’intera economia del paese e ha una rendita. Bisogna integrare i marocchini in un processo di sviluppo economico”. Fouad Abdelmoumni ricorda che “il costo dello Stato in rapporto alle risorse del paese è sproporzionato. Usiamo risorse pubbliche e le tasse dei cittadini per pagare un esercito costoso, un’amministrazione mediocre in rapporto al costo e al rendimento, una struttura politica enorme (palazzo, governo, partiti e clientelismo), il costo esorbitante della corruzione endemica e delle scelte strategiche (Sahara, mancanza di un’unità regionale)”.

Le misure di abbassamento dei prezzi quest’anno (impiego di 4300 di diplomati disoccupati, aumento dei salari dei dipendenti pubblici, aumento del budget della cassa di compensazione che raggiunge il 9 percento del PIL con 47 miliardi di dirhams), sono “costi siderali che sono stati imposti alla collettività, ma non abbiamo nessuna prova evidente di cambiamento politico ed economico”.
È in questo difficile contesto che il PJD, piuttosto liberale in termini economici e reazionario in materia sociale, ha ora l’incarico di costruire un governo di coalizione e compiere importanti scelte economiche e sociali.
Il Movimento del 20 febbraio, intanto, ha guidato una Giornata della collera lo scorso 4 dicembre.


1) - www.youtube.com/watch
2) - www.telquel-online.com/pdf
3) - http://sara-daniel.blogs.html
4) - Ibid

Kenza Sefrioui
Traduzione dal francese di Federica Araco
(10/12/2011)

Articolo realizzato nel quadro del progetto di informazione “Babelmed Monde Arabe” sostenuto dalla Fondation pour le Futur e la Fondation René Seydoux.