Albania, il primo GayPride della sua storia | Emanuela Frate, GayPride, Haxhi Selim Muça, Sali Berisha, Lekë Dukagjine, burrnesh
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Emanuela Frate   

Albania, il primo GayPride della sua storia | Emanuela Frate, GayPride, Haxhi Selim Muça, Sali Berisha, Lekë Dukagjine, burrneshL’Albania si prepara ad ospitare, il prossimo 17 maggio, il primo GayPride della sua storia in occasione della Giornata Mondiale contro l’omofobia. L’orgoglio omosessuale sfilerà dunque lungo le strade di Tirana, sfidando coraggiosamente pregiudizi e stereotipi sugli omosessuali in uno dei Paesi e delle società più omofobe. I governanti albanesi, da almeno tre anni a questa parte, stanno cercando di cambiare la mentalità troppo chiusa e rigida dei propri concittadini, dapprima con un progetto di legge di stampo progressista per equiparare il matrimonio gay al matrimonio eterosessuale; in seguito, nel 2010 votando una legge che vietava le discriminazioni sugli orientamenti sessuali (oltre ad aver ratificato la più ampia convenzione europea sui Diritti dell’Uomo). Se entrambi i provvedimenti furono fortemente osteggiati dalle tre comunità religiose più influenti in Albania, l’annuncio del GayPride, è stato una doccia fredda ed è apparso come un’offesa ai sentimenti religiosi dominanti.

Per Haxhi Selim Muça, responsabile della Comunità Musulmana d’Albania, l’omosessualità è un anti-valore che lede il valore della famiglia. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il Vescovo ortodosso Ardon Merdani ed il cattolico Padre Gjergji. Ma neanche i politici non le mandano a dire: hanno fatto scalpore le esternazioni del viceministro e leader del partito di stampo monarchico Ekrem Spahiu secondo il quale gli omosessuali “andrebbero presi a manganellate”. Cerca di gettare acqua sul fuoco il Premier Sali Berisha che ha definito “esagerazioni” le sortite infelici del suo ministro. Quello che viene da chiedersi è come mai il Premier di un partito fortemente orientato a destra promuova il GayPride e acceleri così tanto perché il suo Paese adotti le misure anti-omofobia andando perfino contro il comune sentimento popolare che invece osteggia il GayPride definendolo una “Parata Carnevalesca”. Una probabile chiave di lettura è che l’Albania vuole dimostrare a tutti i costi di poter entrare in Europa anche prima della Turchia (a Istanbul si svolse il primo raduno gay nel mondo musulmano) ricordando così che l’Albania (a maggioranza musulmana) è nel cuore dell’Europa dove l’Islam è già fortemente presente.

Il Governo albanese sa che questo GayPride rappresenta un banco di prova per l’Albania. Le delegazioni europee presenti si sono già dette profondamente preoccupate dalle prese di posizione di Spahiu, ricordando ai governanti albanesi che la lotta contro le discriminazioni rappresentano uno dei capisaldi fondamentali perché il Paese delle Due Aquile ottenga il riconoscimento di Paese candidato in Europa. Berisha sa di avere gli occhi del mondo puntati il prossimo 17 maggio ed ha tutto l’interesse a far sì che il GayPride si svolga senza tafferugli o, peggio ancora, violenze. E siccome il GayPride cade nello stesso anno in cui si svolgono i festeggiamenti per il centenario dell’indipendenza d’Albania, le organizzazioni per i diritti dell’uomo e le associazioni LGBT (ancora poco presenti e poco influenti nel Paese) sperano di poter issare la bandiera LGBT accanto allo stendardo nazionale come a voler simboleggiare che l’Albania si sta lentamente avviando verso un pieno riconoscimento dei diritti fondamentali dell’Uomo ivi compreso il diritto e la libertà sugli orientamenti sessuali. Questo è quello che auspicano le organizzazioni del movimento omosessuale, insieme al Premier e buona parte del suo Governo, ma la gente comune, i normali cittadini sembrano invece condividere maggiormente le posizioni dei rappresentanti religiosi e, in alcuni casi, perfino le esternazioni del viceministro Spahiu.

Gli albanesi sono ancora molto restii a parlare di certi argomenti e quando lo fanno, prevalgono i sorrisini, i doppi sensi, un certo senso di vergogna… I più sono propensi a pensare che non è semplicemente con una parata di omosessuali che l’opinione comune sugli omosessuali possa mutare, anzi, certi spettacoli rischiano di peggiorare la situazione perché possono offendere i sentimenti di una popolazione che non è mai stata abituata a considerare gli omosessuali come persone che vivono una propria sessualità che va rispettata. Queste sono le opinioni dominanti da chi abita nella capitale Tirana, chi invece abita nelle zone più rurali ha delle convinzioni ancora più radicali. Chi ha forgiato il proprio spirito insieme a quelle montagne talvolta così ostili, chi è stato costretto ad adattarsi nel tempo ad una società così patriarcale, alla relazione della besa (la parola data), ai valori maschili eretti a fondamento del gruppo sociale, non riesce ad accettare l’equiparazione dei diritti degli omosessuali.

Chissà cosa penserebbero in proposito le cosiddette “burrnesh” o vergini giurate. Oggi ne restano al massimo una trentina, nei territori compresi tra Albania e Kosovo, ma anche in Serbia e Montenegro. Legate al codice (Kanun) di Lekë Dukagjine, le burrnesh sono donne che “diventavano uomini” con tanto di rito di iniziazione dinnanzi agli uomini che prevedeva anche la vestizione e taglio di capelli, giurando in cambio castità eterna. Per lungo tempo scambiate per delle lesbiche, le burrnesh erano donne che facevano l’estremo sacrificio di sé, rinunciando alla propria femminilità e alla maternità per essere funzionali alla famiglia, quando veniva a mancare un padre o un fratello o per sopraggiunte necessità familiari specie se di ordine patrimoniale. L’usanza delle burrnesh o vergini giurate sta pian piano scomparendo ma rimane ancora il loro mito, il modello di donna che fa olocausto di sé stessa pur di adempiere ad un ideale più alto che è quello della famiglia e dell’uomo in quanto pilastro della famiglia.

Le burrnesh o vergini giurate sono l’emblema di una società piramidale che rifiuta il femminismo, un modello di società arcaica e tradizionalista in cui le donne, pur di esercitare i propri diritti, pur di vivere alla pari con gli uomini, erano costrette a cambiarsi i connotati, a trasformare il proprio status sociale diventando uomini, godendo così della stima e del riconoscimento, prima da parte della famiglia e poi di tutta la collettività, e rinunciando per sempre alla propria femminilità e alla propria sessualità. Sembra sbalorditivo ma non in Cina, in India o in Pakistan ma nella vicinissima Albania, tuttora, le donne incinte, spesso, ricorrono all’aborto selettivo quando vengono a conoscenza che il sesso del nascituro è femminile, rischiando perfino la loro stessa vita. Secondo il Consiglio d’Europa in Albania nascono 112 maschi a fronte di 100 femmine, un rapporto quindi sproporzionato a favore dei primi. La pratica è molto diffusa anche nei centri urbani (in questi casi è la famiglia a decidere il da farsi e la gestante accetta il responso emesso dalla famiglia con rassegnazione) e deriva dalla consolidata idea che la figlia femmina sia spesso un inutile fardello da sostenere anche perché estranea alla famiglia d’origine perché destinata a perdere il suo cognome in favore di quello del futuro marito e non potrà ereditare la terra come i figli maschi . Una volta sposata, andrà a vivere presso i suoceri.

Oggi, per fortuna, alle ragazze viene concesso, sempre più spesso, sia da padri, fratelli, fidanzati o mariti, di essere più autonome, di studiare, spesso di lavorare, di guidare, di fumare, di poter bere alcolici ed essere circondate da amici “maschi” o di avere rapporti sessuali prematrimoniali, però persiste ancora uno stigma sociale che tende a giudicare negativamente le donne troppo “emancipate”. In una società conservatrice come quella albanese ancora fortemente legata, almeno simbolicamente, ad un modello di famiglia patriarcale e maschilista, il cammino verso l’effettivo riconoscimento dei diritti delle donne, degli omosessuali e di tutte le minoranze in genere, risulta ancora irto di ostacoli e impervio come sono le montagne rocciose d’Albania.

Emanuela Frate
27/04/2012