Ramazan, l’eccezione albanese | Emanuela Frate, Hajji Berktash Veli, città di Korça, bektashi, Skanderbeg, Ramazan, Pashko Vasa, Ramadan nei Balcani, sufismo
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Emanuela Frate   

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Il 10 luglio in tutti i Paesi di fede musulmana è iniziato il mese sacro del Ramadan, il nono mese del calendario lunare islamico in cui ci si astiene dal mangiare, dal bere, dal fumare, dai rapporti sessuali dall’alba al tramonto. Com’è ormai noto, non è soltanto un mese di privazione, ma è soprattutto un mese di contemplazione e di purificazione dell’animo. Da alcuni anni a questa parte, anche i non musulmani, hanno cominciato a conoscere e ad approfondire questi argomenti, tant’è che oggi si conoscono abbastanza le abitudini di molti musulmani durante il mese in cui fu rivelato il Sacro Corano. Ma dimentichiamoci i datteri e l’acqua al momento dell’Iftar (la rottura del digiuno), dimentichiamoci le grandi tavole imbandite, dimentichiamoci le moschee stracolme di fedeli e le strade brulicanti di gente perché oggi parliamo del Ramadan nei Balcani ed in special modo in Albania. L’Albania è l’unico Paese a maggioranza musulmana (circa il 70% sono musulmani contro un 20% di ortodossi ed un 10% di cattolici) in cui il Ramadan (che qui si chiama Ramazan) viene praticato poco o nulla. O, per meglio dire, c’è un modo tutto personale di praticare questo mese sacro senza dover seguire, pedissequamente, tutti i rituali e tutte le regole e imposizioni esistenti, come nella maggior parte dei Paesi arabi. Quindi non deve destare stupore vedere le vetrine ed i negozi aperti in pieno Ramadan, così come non deve destare scandalo vedere alcune persone sedute ai tavolini dei bar e stuzzicare, fumare o sorseggiare il raki (la tipica bevanda albanese ad alto tasso alcolico) in pieno digiuno. Ciò non significa che in Albania, così come in altri Paesi dell’area, non vi siano persone che seguono alla lettera tutti i dettami imposti dalla religione, ma molto spesso, questi dettami vengono “dimenticati” o altre volte “rivisitati” o “alleggeriti”. Può sembrare grave, inaccettabile ma è così!

Ramazan, l’eccezione albanese | Emanuela Frate, Hajji Berktash Veli, città di Korça, bektashi, Skanderbeg, Ramazan, Pashko Vasa, Ramadan nei Balcani, sufismoDopo 24 anni di una dittatura comunista tra le più restrittive che imponeva l’ateismo assoluto, non c’è da stupirsi se oggi, molti albanesi conoscono a malapena i concetti basilari della propria fede. Tuttavia, anche durante la dittatura di Henver Hoxha, i religiosi più ferventi, praticavano il Ramazan la notte, al chiuso delle proprie abitazioni, senza dare all’occhio, per non rischiare la propria vita. Dopo il crollo del regime abbiamo assistito, in Albania, ad una fioritura del sentimento religioso e, ad un proliferare, di chiese e moschee grazie a cospicui finanziamenti esteri, soprattutto da parte dei magnati dei Golfo. Ma oggi, malgrado belle e imponenti Moschee siano state edificate, esse restano quasi sempre vuote. L’eccezione albanese ha dunque delle radici più profonde: una rinascita del sentimento religioso c’è stata, ma essa non ha mai sradicato il senso di appartenenza alla nazione, molto più profondo. L’appartenenza religiosa, a differenza di altri Paesi (la stessa Bosnia-Erzegovina ad esempio), è considerata secondaria e non è stata mai causa di conflitti interni anzi, ha rafforzato il senso di appartenenza alla nazione. Per gli albanesi vale il celebre motto coniato da Pashko Vasa (1825-1892) che - tradotto in italiano - recita più o meno così: “la fede degli albanesi è l’albanesità” e questo non dev’essere considerato come una sciattezza o negligenza nel curare la propria sfera intimo-spirituale bensì come il riconoscimento prioritario di tutti i cittadini di essere albanesi a prescindere dalla fede professata. Per questo motivo, in Albania, i matrimoni misti e interreligiosi, sono molto più diffusi che in ogni altro Paese.

La coesistenza religiosa si nota anche durante il Ramazan: tutti si fanno gli auguri (musulmani, cattolici e ortodossi) ed una caratteristica tipica dell’Albania durante questo periodo di digiuno e purificazione (che pochi fanno) riguarda dei suonatori di flauto e di tamburello (sovente dei gitani) che vanno in giro per le strade delle città annunciando, a suon di tamburello, l’inizio e la fine del digiuno. I bambini, poi, con dei vassoi nelle mani, donano ad altri bambini dei dolci caratteristici e questi ultimi ricambiano, durante il periodo pasquale, donando ai bambini musulmani le classiche uova decorate. Il Bajram, il giorno conclusivo del Ramazan che corrisponderebbe al “Eid al-Fitr” viene annunciato anche dalla televisione nazionale ed è una grande festa che coinvolge tutta la popolazione.

Non stupisce se l’Albania, ortodossa fino al 1500, poi musulmana sotto la dominazione ottomana, cattolica sotto il fascismo ed infine atea sotto lo stalinismo, non conosca bene la sua vera essenza e quindi non si riconosca in nessuna di queste identità e, proprio per questo, abbia preferito sviluppare il senso di appartenenza alla nazione albanese piuttosto che ad una specifica identità etnico-religiosa. Lo scarso attaccamento alla fede (e in particolare alla fede islamica) dipende, in ogni caso, anche da altri fattori, molto più profondi: in un Paese in cui Skanderbeg (l’atleta di Cristo) è considerato l’eroe nazionale per aver strenuamente combattuto contro i turchi per difendere la propria identità e, in tempi più recenti, Madre Teresa di Calcutta viene vista come l’esempio cui ispirarsi per fede, pietà e altruismo, non c’è da meravigliarsi se l’Islam albanese venga sottostimato o semplicemente considerato come una categoria individuale. Parallelamente c’è un altro fattore di importanza fondamentale che non va sottovalutato: oltre a Skanderbeg e Madre Teresa, oltre al comunismo, oltre al nazionalismo che hanno forgiato l’amore per la nazione albanese prima di ogni religione, non bisogna dimenticare che l’Islam albanese (così come l’Islam balcanico e caucasico) è sensibilmente diverso dall’Islam sunnita, adattandosi maggiormente alle realtà locali.

//Hajji Berktash VeliHajji Berktash VeliBuona parte dei musulmani albanesi si definiscono “bektashi” ovvero appartenenti ad una setta mistico-religiosa che riprende molti concetti dal sufismo (tasawwuf), originato dai riti pagani dell’antica Illyria e fondato da Hajji Berktash Veli. Strettamente legato al corpo dei Giannizzeri ottomani, questo ordine religioso (tariq), originatosi nell’Anatolia occidentale nella prima metà del secolo XIII, si è poi spostato verso l’Albania dove è ancora molto seguito essendo presente soprattutto nella città di Korça. Considerati un ordine religioso eterodosso, i bektashi si ispirano all’alevismo ed al credo sciita duodecimano. Non praticano le cinque preghiere quotidiane, consumano carne di maiale cosi come gli alcolici, non esiste una separazione netta fra uomini e donne, non c’è l’obbligo del velo per e donne, seguono delle liturgie particolari durante le proprie messe e, all’interno delle proprie moschee, hanno delle tombe. L’influenza dell’Islam “Bektashiano” ha da sempre permeato la società albanese che è oggi plurale, aperta e può esser considerata come l’esempio lampante di sincretismo culturale e religioso. Non deve sembrare sorprendente se l’albanese medio, sebbene si definisca “musulmano” fatichi a comprendere la differenza tra “halal” e “haram” e magari non osservi neanche il Ramazan.

 

 


 


Emanuela Frate

01/08/2013