Crisi in Albania: i due gruppi  | Fatos Lubonja
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Crisi in Albania: i due gruppi  | Fatos Lubonja
L'opposizione in piazza a Tirana il 21/1/2011 (fotoM. Dhima)
Quello che sta succedendo questi giorni in Albania ha diviso gli albanesi in due grandi gruppi. Del primo fanno parte quelli che pensano che ciò che sta avvenendo è il risultato di due pessime persone: Sali Berisha ed Edi Rama. Per coloro che la vedono così – che sono per lo più militanti dei partiti in conflitto o loro sostenitori – il male sparirà quando uno di questi due uomini sarà definitivamente sconfitto. Esiste però anche un altro gruppo di non minore importanza, di cui fanno parte anche simpatizzanti e membri dei due partiti, di persone sempre più convinte che questi due uomini altro non sono che il volto di un male maggiore e che il paese si salverà solo quando la nostra lotta contro il male che questi due uomini rappresentano li cancellerà dalla vita politica.
Ma prima di dire la mia su questo vorrei analizzare la dinamica delle tragiche vicende di venerdì 21 gennaio.
I disordini sono cominciati con la messa in onda del video Meta-Prifti, dove si vede chiaramente che due uomini importanti della politica albanese fanno affari corrotti tra loro, con un linguaggio dal quale traspare che tali trattative sono una consuetudine tra i due e che mette a nudo quanto avviene dietro la facciata delle cosiddette istituzioni del nostro stato e del nostro paese.
Innanzitutto sulla questione c’è da chiedersi: la pubblicazione di quel video è stata qualcosa di spontaneo, dettato dalle logiche dell'informazione, o era più che altro una mossa pensata a tavolino dell'opposizione? Temo che il fatto che Dritan Prifti non l'abbia consegnato alla magistratura ma a una televisione filo-socialista, e che sia stato reso pubblico ora e non mesi fa, quando fu registrato, il taglio del video in un punto che evidenzia che nell'affare era coinvolto anche il premier Berisha e, infine, il fatto che questioni del genere non sconvolgono politici come Rama, che fa ottenuto il potere proprio grazie a questo tipo di affari, fa pensare che questo sia stato ideato per avviare il movimento di protesta. Nella direzione della non-spontaneità fa pensare anche il fatto che l'opposizione abbia annunciato la manifestazione subito dopo la trasmissione del video: o ti dimetti, o noi protestiamo e non ci riteniamo responsabili se i manifestanti perdono il controllo.
Intanto da parte di Berisha è arrivato un fiume di insulti e minacce in Parlamento, parte di un odio infinito e metafora del suo desiderio di annientare moralmente e politicamente gli oppositori – che l'avevano accusato – ma anche appello ai militanti e sostenitori del suo partito. Le dimissioni di Meta non sono state interpretate da Berisha come un segno di responsabilità e colpevolezza. Tutt'altro, sono state accompagnate da dichiarazioni di vendetta nei confronti di chi Berisha riteneva responsabile di questa manipolazione ingiusta. La battaglia verbale, quindi, stava preparando una battaglia concreta. Come è avvenuto il giorno della manifestazione.
Seguiamo la dinamica di quel giorno. Per chi ha seguito gli accadimenti da vicino e sulla tv, è chiaro che quella manifestazione era stata pensata per arrivare a degli incidenti. Per evitare la responsabilità legale gli organizzatori hanno pensato di dire in anticipo che la folla indignata avrebbe potuto perdere il controllo, ma se lo avesse fatto la responsabilità non sarebbe stata loro, bensì del governo che non voleva dimettersi.
Per quelli che hanno vissuto da vicino questi anni del post-comunismo albanese, questo è uno scenario noto: la destabilizzazione del paese per mezzo della folla sino a quando il governo in carica dà le dimissioni. Berisha conosce molto bene questo modo di fare, poiché ne ha fatto uso in prima persona. Di conseguenza non penso che le cose stiano come dichiara la maggioranza, e cioè che l'opposizione aveva intenzione di mettere in atto un golpe, di occupare le istituzioni e di dichiarare destituito il premier Berisha. La manifestazione mirava a costringere Berisha a dare le dimissioni e ad accettare elezioni anticipate, creando un clima tale da costringere anche gli internazionali a chiedere questo. Un Berisha dimissionario sarebbe stato costretto a portare il paese alle elezioni per consegnare il potere ai suoi oppositori.
L'uso di tale strategia si deve anche al fatto che l'opposizione è ormai convinta – e non le si può dare del tutto torto – che non può ottenere il potere per mezzo di libere elezioni, poiché Berisha provvederà a truccarle.

Crisi in Albania: i due gruppi  | Fatos LubonjaNel momento in cui si sono visti i manifestanti con in mano pali e bottiglie molotov, scagliate contro la polizia, quando hanno incendiato macchine e sfasciato marciapiedi, è stato chiaro che la persona più soddisfatta dal bilancio che avrebbe avuto quel venerdì 21 gennaio sarebbe stato il premier Berisha. La violenza di quei manifestanti arrivati da ogni dove – che non sembravano solo socialisti – sarebbe bastata a far capire agli albanesi e agli stranieri che tipo di opposizione, o meglio che tipo di leader ha l'opposizione in Albania.
Poi durante la manifestazione in molti abbiamo avuto l'impressione che le forze dell'ordine si fossero ritirate per dare il via libera all'accesso alla sede del governo. Questo a quanto pare lo sapevano anche coloro che dirigevano la manifestazione. Naturalmente loro avevano lasciato libera la folla di fare più disordine possibile ma dall'altra parte nessuno aveva intenzione di farsi carico della responsabilità di tali azioni e quantomeno di occupare la televisione pubblica per poi apparire sugli schermi e dichiarare vittoria. Cosa che, in seguito, Berisha ha accusato l'opposizione di aver tentato di fare.
Gli organizzatori della manifestazione avevano pensato di giustificare tutto con l'esplosione della rabbia dei cittadini a causa del governo corrotto e incolpando le forze dell'ordine di un intervento violento, nonostante la polizia, in base a quanto è stato trasmesso sugli schermi, avrebbe dovuto intervenire molto prima.
Di conseguenza, la battaglia davanti alla sede del Governo, più che una rivolta per costringere Berisha a dimettersi, seguendo l'esempio tunisino, sembrava più una dimostrazione di forza – in diretta su tutte le televisioni nazionali – dove senz'altro c'era anche spontaneità dei giovani, colti da un istinto combattivo (come del resto, sull'altro fronte, i membri della guardia repubblicana), ma c’era anche la manipolazione dei due architetti dietro le quinte. A mio avviso era qualcosa che, grazie all'amplificazione mediatica dei disordini, mirava a raggiungere il massimo profitto con il minor costo possibile. Non perché non si volesse ottenere di più, ma perché la maggior parte della popolazione conosce bene i due burattinai e non si sarebbe lasciata coinvolgere in questa vicenda, come è successo.

Ho reagito con stupore al momento in cui si è iniziato a sparare. Cosa stava facendo l'architetto dentro alla sede del Governo? Ho avuto l'impressione che fossero degli spari in aria, un'avvisaglia per spaventare il gruppo che per l'ennesima volta tentava di entrare nella sede del Governo. Non mi sarei mai immaginato che quelli fossero proiettili veri.
Guardando quella folla si poteva davvero credere che se dentro il cortile non ci fossero state le forze dell'ordine sarebbe entrata e avrebbe commesso atti di vandalismo gridando “vittoria, vittoria”, ignorando il fatto che quella sarebbe stata una grave sconfitta. Tuttavia la domanda, legittima, è: ma non c'era altro modo per porre resistenza? I manifestanti stavano tirando pietre e non stavano sparando con armi da fuoco, questo non ridimensionava la loro pericolosità? Secondo me c'erano sicuramente altri modi per controllarli, anche eventualmente permettendo loro di entrare nella sede del Governo e di commettere atti di vandalismo. Ma mai sparargli addosso.
Avrebbero potuto per esempio usare gli idranti. Oppure proiettili di allenamento, o di plastica, senza causare la morte di nessuno. C'era anche un altro modo per fermare il vandalismo: Edi Rama e i suoi compagni avrebbero potuto mettersi a capo della folla, fermarla, mettersi con il petto contro il portone della sede del Governo. Oppure mettersi in contatto con i vertici della Guardia repubblicana invitandoli alla calma, promettendo che sarebbero intervenuti loro a fermare i manifestanti.
Ma il problema è che entrambe le parti avevano bisogno di quei morti. Il Governo per dimostrare quello che aveva espresso in parlamento, che avrebbe cioè represso i nuovi figli della nomenclatura comunista, l'opposizione come uno strumento d'accusa e anche come bandiera da sventolare nelle successive battaglie. Ecco perché sono dell'idea che i morti sono vittime di entrambe le parti: perché Edi Rama e i suoi compagni hanno guidato la folla verso la trappola e Sali Berisha ha fatto il resto.
Quello che è successo quasi subito dopo le uccisioni, mentre le parti iniziavano ad accusarsi a vicenda, senza nessuna inchiesta, era la prosecuzione di quella battaglia immorale sulle vittime, uccise e strumentalizzate. I funzionari, e Berisha, nonostante avrebbero dovuto sapere che alcuni membri della Guardia repubblicana avevano sparato in orizzontale, si sono affrettati ad affermare che i morti erano stati uccisi dagli stessi manifestanti in modo da incolpare il Governo. Invece i manifestanti hanno sottolineato la variante più criminale: l'uccisione con snyper a sangue freddo. Neanche la morte di tre persone ha fermato questi uomini nella loro immoralità, irresponsabilità, e nelle loro manipolazioni, accuse e fandonie reciproche.
Una lotta immorale e irresponsabile, dunque, nella quale la responsabilità sta pesando sempre più forte sul Governo e su Berisha personalmente, senza però che i suoi oppositori facciano nulla per evitare azioni inopportune.
Il rifiuto da parte del Governo di eseguire l'ordine di cattura emesso dalla procura di Tirana per sei capo-ufficiali della Guardia repubblicana, ha inaugurato una nuova crisi istituzionale che fa comprendere sempre più a fondo come l'uso della forza e della violenza stiano diventando prioritari in questo paese. Le accuse nei confronti della procuratrice generale di essere parte di un golpe e l'iniziativa di Berisha di istituire una commissione parlamentare vuol dire che Sali Berisha sta acquisendo le competenze di un leader onnipotente, che controlla tutti senza farsi controllare da nessuno, dando alla fragile democrazia albanese il volto di un autoritarismo puro.
E anche la gratificazione pari a uno stipendio mensile, per quei poveri poliziotti che sono rimasti feriti per mano di altri poveri manipolati, manipola e polarizza ulteriormente la situazione. I poliziotti in quanto dipendenti pubblici hanno svolto il loro dovere ed è inammissibile che vengano gratificati come se fossero dei mercenari di un determinato schieramento politico. Almeno non in questo momento. In queste condizioni l'opposizione viene quasi proclamata illegale, costretta alla scelta se lottare con la sua gente per destituire Berisha oppure mollare, e rassegnarsi, rimanendo isolata. La spirale di questo conflitto senza arbitro ci potrebbe portare verso il caos e la destabilizzazione e una sorta di guerra civile o verso l'instaurazione di una dittatura del più forte.
Ecco perché ritengo che bisogna eliminare dalla scena politica leader come Sali Berisha ed Edi Rama, non solo come persone, ma per quello che rappresentano. Perché Sali Berisha ed Edi Rama non rappresentano solo la loro sete di potere, il patriarcato e l'autoritarismo. Ma anche la cultura della violenza, dell'immoralità, dell'ipocrisia, della corruzione, dell'illegalità di questa società. Sono anche gli oligarchi che li appoggiano, con i quali rubano e condividono il patrimonio pubblico, sono anche i media che hanno costruito come strumenti che istigano alla violenza, alla manipolazione, all'inganno, sono anche gli intellettuali e i giornalisti che hanno comprato, sono anche i trafficanti e i criminali con cui collaborano, sono anche gli ignoranti e i mercenari che pagano, che gli servono da strumento con cui uccidere. La loro condanna dovrebbe accompagnarsi con movimenti di purificazione all'interno dei partiti.
A qualcuno questa proposta sembrerà irrealistica, dato che le persone e i fenomeni che ho menzionato sono onnipresenti nella società albanese. Questo è vero, però d'altro canto è molto realistico perché sono in molti in questo paese a pensarla così, oggi più che mai. Ed è proprio la maturità della cittadinanza di queste persone, che sono tantissime, che sta facendo sì che gli irresponsabili e gli assetati di soldi e potere ci trascinino verso grandi tragedie. Per questo mi ha fatto molto piacere, mentre scrivevo questo commento, ricevere lettere da persone che rappresentano proprio questa parte della società che "rifiuta di diventare parte del clientelismo del militantismo partitico” e che ha iniziato a firmare una petizione per chiedere le dimissioni sia di Sali Berisha sia di Edi Rama “ritenuti pubblicamente quali responsabili politici della morte di tre persone innocenti e di centinaia di feriti”.
L'ho firmata subito, e l'ho condivisa come meglio ho potuto.


L’autore:
Crisi in Albania: i due gruppi  | Fatos LubonjaScrittore e intellettuale albanese, Fatos Lubonja è editore della rivista letteraria Përpjekja , pubblicata a Tirana. Nato nella capitale nel 1951, laureato in fisica, fu arrestato nel 1974 per associazione e propaganda contro il regime e condannato a 17 anni di lavori forzati. Oggi è noto nel suo paese e all’estero come uno degli analisti più lucidi e critici del periodo enverista, dello stalinismo e delle contraddizioni della nuova democrazia albanese. È stato l’unico intellettuale nel del paese a schierarsi contro la guerra in Iraq, scelta che gli è valsa un’accusa per diffamazione. Nel 2002 gli è stato conferito il Premio Moravia, seguito l’anno dopo dal Premio Herder. In Italia ha pubblicato Diario di un intellettuale in un gulag albanese (ed. Marco, 1994) ed Intervista sull'Albania ( Il Ponte, 2004).


Fatos Lubonja
Traduzione dall’albanese di Marjola Rukaj

Crisi in Albania: i due gruppi  | Fatos Lubonja Questo articolo è uscito sul blog di Fatos Lubonja, Përpjekja, il 25 gennaio 2011 (con il titolo”Ku po shkojmë, ç’duhet të bëjmë”) e poi è stato tradotto e pubblicato sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso il 28/01/2011.





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