Hamid Fadhel, una vita per i migranti di Algeri | EBTICAR, migranti, Boufarik, Radio M, Hamid Fadhel, Algeri, Jan Heuf
Hamid Fadhel, una vita per i migranti di Algeri Stampa
Nejma Rondeleux   

//© CCFD-Terre Solidaire© CCFD-Terre Solidaire

Lunedì 7 settembre, Hamid Fadhel si è recato all’Arcivescovado di Algeri, dove lavora part time come contabile. Finita la mattinata, passa direttamente all’associazione Rencontre et Développement, suo secondo impiego part time. Davanti alla porta del piccolo locale, situato a rue des Libérés, vicino Place du 1er mai, ci sono già molte persone in attesa. Sono tutti subsahariani, per la maggior parte senza documenti. Come d’abitudine, li riceve, li accoglie e registra il motivo della loro visita.

Una donna incinta di nove mesi, che non ha effettuato alcun controllo durante la sua gravidanza, ha bisogno di fare delle analisi. Hamid le da appuntamento per l’indomani alle 8,30 per accompagnarla in una clinica. Si presentano anche Geneviève, Joanexe e Levinston, tre fratelli originari della Costa d’Avorio. Sono qui per recuperare dei vestiti in vista dell’inverno. Habid li conosce bene. Li ha incrociati regolarmente dal loro arrivo ad Algeri, due anni fa. Dopo Recontre et Développement, i fratelli hanno intenzione di andare all’associazione NADA, che si occupa di difendere i diritti dei bambini, per ottenere un sostegno per l’acquisto di materiale scolastico. Hamid propone di andare con loro e poi li invita a pranzo prima di riaccompagnarli al bus. Questa è la sua vita: impegnato in molti servizi e un telefono che non smette di suonare. Così, dal suo ingresso in Associazione, 15 anni fa.

 

Autodidatta

I suoi primi passi nel sociale li deve a Padre Jan. Questo buonuomo dall’accento olandese, incontrato nel 1998 in una libreria del centro di Algeri, gli propose di impartire lezioni di informatica ai suoi allievi sordomuti. “Non avevo mai fatto un corso di lingua dei segni”, ricorda Hamid.

“Ma ho imparato con loro”, racconta il giovane algerino con gli abiti puliti, i capelli ingelatinati e la barba sempre curata. Poco tempo dopo, Jan Heuft gli propose di lavorare insieme a lui a Rencontre et Développement, che aveva cominciato a gestire dopo avere dato le dimissioni dal servizio pubblico. “Ho esitato e sono andato a consultarmi con un imam sul fatto di lavorare in un’organizzazione cristiana. Mi ha spinto ad accettare. È stato il miglior consiglio mai ricevuto in tutta la mia vita”.

Grazie all’associazione e a Padre Jan, ha imparato l’inglese, si è formato come contabile, ha viaggiato in Europa, ha visitato l’Africa. E, soprattutto, “ho visto molte cose”, molto più dei suoi coetanei. “Ho sotterrato 37 migranti”, confida. “Ho portato i loro corpi all’obitorio, ho lavato e vestito alcuni di loro e ho anche scavato una tomba”. È proprio durante una sepoltura che gli hanno fatto il più bel complimento: “You are an angel” (“Sei un angelo”).

//Un campo di migranti subsahariani a Boufarik, vicino Algeri /AFPUn campo di migranti subsahariani a Boufarik, vicino Algeri /AFP

 

Contaminazioni

Sempre sorridente e con la battuta pronta, Hamid Fadhel risulta subito simpatico. I più giovani, come i più anziani, la gente di qui e anche chi arriva da fuori l’apprezzano e si confidano con lui. Il segretario generale di Rencontre et Développement racconta volentieri la storia di un migrante che un giorno si è presentato in Associazione con un falso passaporto.

Assistendo alla scena, un altro migrante gli si è avvicinato e, poggiandogli una mano sulla spalla, gli ha detto: “Fratello, qui diamo la nostra vera identità, non siamo alla polizia”. Con il tempo, Hamid ha imparato a riconoscere la lingua e l’aspetto fisico delle persone provenienti da più di trenta nazionalità che ogni anno passano dagli uffici dell’Associazione. Nel 2014, ha incontrato soprattutto camerunensi, maliani, ivoriani e congolesi. Se ha questa buonissima intesa con i migranti è perché anche lui ha dovuto affrontare condizioni di vita difficili. “Quando avevo sei anni ho scoperto di essere stato adottato e ho reagito molto male così sono stato messo in un centro per minori dove ho trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza”, confida Hamid. In quegli hanno ha conosciuto l’alterità: “noi eravamo i bambini del centro, gli altri erano quelli normali!”. Ma anche della diversità: “vivevo insieme a ragazzini di tutto il Paese”.

Ormai prossimo ai 76 anni, il presidente di Rencontre e Développement vorrebbe passare il testimone.

Naturalmente, Jan Heuf ha proposto Hamid Fadhel.

Lui ci sta pensando.

 


 

Nejma Rondeleux

Traduzione dal francese di Federica Araco

21/09/2015