Algeria, Cabilia: Cultura di montagna, cultura di resistenza | Karim Metref
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Karim Metref   
Algeria: 20 Aprile 2001. Ospedale Mustapha. Un giovane muore dissanguato per gli effetti di una raffica di Kalashnikov alle gambe. L’incidente è successo all’interno della caserma dei Gendarmi della località di Beni-Douala, Alta Cabilia,
Da questo incidente è partita una delle più belle storie di lotte di cittadini per la libertà, durata tre anni e oggi morta di stanchezza e di isolamento.
La comunità internazionale, i vicini, non l’hanno degnata di uno sguardo. Non corrispondeva alla solita immagine della riva sud del Mediterraneo: i manifestanti non erano barbuti e non avevano armi. Avevano solo voglia di libertà, di dignità e di giustizia. Ma oggi, sette anni dopo, che fine hanno fatto gli insorti della Cabilia?

La Cabilia terra di montanari sempre ribelli
Algeria, Cabilia: Cultura di montagna, cultura di resistenza | Karim MetrefLa Cabilia è situata al centro nord dell’Algeria, a qualche decina di chilometri ad est di Algeri, la capitale. È la più popolata delle numerose zone masirofone(1) del Nordafrica, è molto legata alla sua lingua e cultura e ha sempre lottato per preservarli.
La Cabilia è una terra di montagne. La vita economica e sociale è legata alla topografia.(2)
Attraverso la storia, nelle montagne e nei deserti si sono quasi sempre rifugiati popoli che non volevano sottomettersi alla dittatura delle città. In Nordafrica è successa la stessa cosa. Gli abitanti originali, i Masiri, tradizionalmente legati ad una cultura contadina comunitarista in cui la terra è bene comune e la comunità base (che non è una tribù come viene spesso designata ma ben una comunità territoriale) è un’entità sovrana e indipendente da qualsiasi potere esterno; per difendersi contro i vari imperi che hanno invaso e controllato le ricche pianure del nord, si sono ripiegati verso montagne e deserti.(3)
Sono queste caratteristiche storiche di popoli in eterna resistenza e forse anche il carattere rude e austero degli ambienti naturali nei quali sono costretti a vivere che fa delle zone berberofone del Nordafrica, dal Tassili dei Tuareg, all’alto Atlante in Marocco, delle eterne sacche di ribellioni.
Il colonialismo francese ha usato un metodo scientifico per abbattere i pilastri della resistenza di queste zone smontando il loro sistema comunitario e autonomo e imponendo la privatizzazione delle terre nonchè limitando la loro autonomia economica e politica.(4)
Il vero e proprio genocidio che sarà la repressione dell’ultima insurrezione cabila del 1872 calmerà le acque per un po’ e permetterà finalmente alla Francia di penetrare questo territorio rimasto chiuso a tutti gli imperi.

La guerra di liberazione e l’indipendenza confiscata
Ma è tempo di una rigenerazione demografica e le montagne del Nordafrica sono di nuovo in armi.
La guerra di liberazione nazionale a partire dal 1954 si è svolta principalmente in Cabilia e nell’Aures.(5) Queste due regioni, entrambe montuose e entrambe masirofone, forniscono l’essenziale dei combattenti e dei leader della resistenza.
Quando le truppe francesi lasciano definitivamente il suolo algerino, precedute poche settimane prima dalla maggioranza dei civili europei, la resistenza interna, quella dei “maquisards”, è quasi decimata. La vittoria è stata politica ma non militare. I leader di matrice Nazionalista Araba detti “gruppo di Oujda”, entrano alla testa di un potente esercito formato nei campi profughi nei paesi confinanti, prendono il potere e mandano in carcere o in esilio tutti i capi della guerra di liberazione nazionale.
Verso la fine degli anni 70, accanto alle penurie e al malessere crescente, la corruzione dilaga in tutti i reparti dello stato e i servizi di sicurezza fanno regnare un clima di terrore. Il Centro Universitario della Città di Tizi Ouzou creato nel 1977 diventa subito un covo di attivisti. Èd é in questa università che, nel 1980, in reazione all’interdizione di una conferenza che doveva dare Mouloud Mammeri, scrittore e antropologo molto legato alla lingua e cultura masira, comincia la prima protesta popolare contro il regime del Fronte di Liberazione Nazionale.
Nel 1988 è tutto il sistema che entra in collasso. É l’insurrezione generale del 5 ottobre.
I militari sparano abbondantemente sulla folla: si parla di 500 a 800 morti. Migliaia i feriti, arresti e tortura in numeri considerevoli. Ma è la fine di una epoca.

Una troppo breve schiarita poi la tempesta
L’Ageria ne esce profondamente trasformata. Da una parte i movimenti per le libertà democratiche e i partiti dell’opposizione escono all’aperto e si tenta una esperienza democratica straordinaria che dura circa due anni. Ma dall’altra parte, all’ombra del regime, era cresciuto un forte movimento integralista musulmano che si esprime soprattutto attraverso il FIS, che voleva instaurare una teocrazia. Lo scontro è veloce e folgorante: in pochi anni l’Algeria sprofonda nella guerra civile. Anzi in una guerra contro i civili, come la chiamano in molti. Presi nella morsa dei militari algerini abituati a regnare senza condivisione e quella delle orde integraliste assetate di potere assoluto, il popolo paga un pesantissimo tributo alla follia omicida che s’impadronisce delle due parti.
Nel 1995, in mezzo alla guerra civile e ai massacri, il Movimento Culturale Berbero nato dal movimento del 1980, lancia un appello unificato a boicottare la scuola algerina Il boicottaggio è seguito e dura un anno intero. Una azione straordinaria, completamente ignorata dal resto del mondo.
Il 25 giugno 1998, il popolare cantante e militante cabilo Matoub Lounes fu assassinato sulla strada che porta da Tizi Ouzou verso casa sua, a Beni Douala, in Cabilia. Le autorità lo presentarono come un crimine degli integralisti, ma nessuno ci crede e i ragazzi della Cabilia, di cui Matoub era l’idolo, escono per le strade e gridano “pouvoir assassin” e sfogano la loro rabbia sui simboli dello Stato. Tizi-Ouzou e Bejaia, le due capitali della Cabilia sono di nuovo sottosopra. Quella fu la prima grande insurrezione dall’inizio della guerra.
Le cose sono però rientrate nella calma, fino alla primavera del 2001 quando muore a Beni Douala un giovane di nome Guermah Massanissa mortalmente ferito da un gendarme dentro una caserma.

Massinissa Guermah: un innocente di troppo
Algeria, Cabilia: Cultura di montagna, cultura di resistenza | Karim MetrefL’incidente è successo all’interno della caserma dei Gendarmi della località di Beni-Douala, Alta Cabilia, luogo di residenza del giovane. Massinissa Guermah sarà solo un morto in più nella tragedia dell’Algeria, che durava ormai da undici anni e che aveva già fatto più di trecentomila vittime? No, Massinissa è un morto di troppo. Dapprima gli amici, poi sempre più persone protestano per la sua morte. Trasformano il suo funerale in una manifestazione per coinvolgere tutta la Cabilia e buona parte dell’Algeria.
I gendarmi, abituati all’impunità, sparano sulla folla pallottole vere. I giovani gridano che sono già morti e quindi che la morte non fa loro paura ed affrontano le pallottole a torso nudo, armati solo di rabbia e determinazione, decisi a non accettare più "la hogra", termine dialettale arabo che raggruppa in sé: disprezzo, umiliazione, prevaricazione e prepotenza.
Dalla scintilla della morte di Massinissa si scatena un vero e proprio incendio che dura circa tre anni. I giovani prima, poi tutta la popolazione della Cabilia entra in insurrezione.
In ogni villaggio, ogni comune, piccolo o grande dove c’è una caserma dei carabinieri, questa è circondata da centinaia di cittadini che lanciano sassi e slogan ostili all’arma e al regime che essa rappresenta. Lo slogan più significativo dello stato d’animo di un popolo tenuto per dieci anni sotto la minaccia di un’arma è: “Non potete ucciderci, siamo già morti!”
Dopo alcune settimane di scontri spontanei dove i gendarmi sparano abbondantemente sulla folla - sparano per uccidere - lasciano sull’asfalto un centinaio di morti e migliaia di feriti gravi e di mutilati, La popolazione si organizza e crea un movimento autonomo dalla politica tradizionale e dai partiti accusati di aver abbandonato la popolazione in mano ai generali e alle loro armate.
Dalla mobilitazione nascono vari tipi di movimenti che si concentrano per la maggior parte di loro in un coordinamento provinciale e poi a livello nazionale in un coordinamento interprovinciale.
Questo movimento senza leadership e senza struttura orizzontale, composto da gente normale - insegnanti, commercianti, piccoli agricoltori, artigiani, operai... - animerà per circa tre anni la scena politica algerina.

La piattaforma della rabbia
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Manifestazione a El-Kseur
La Cabilia entra in un’insurrezione organizzata e dà alla sua rabbia degli strumenti di espressione e di lotta costruttiva. Dalle consultazioni popolari nasce un documento di quindici rivendicazioni: “Plateforme d’El-Kseur”.
La piattaforma non è un programma rivoluzionario di rifondazione dello Stato Algerino, anche se più tardi alcuni reparti del movimento tenderanno a “sacralizzarla”, dichiarandola “sigillata e non negoziabile”. Non è il prodotto di lunghe riflessioni e confronti teorici. È il frutto di un movimento spontaneo, tumultuoso, disordinato e impulsivo. Più della metà (6) delle rivendicazioni sono inerenti alla situazione presente: risarcimento delle vittime e delle loro famiglie, giudizio dei militari colpevoli, partenza dei gendarmi... Altri sono legati a problemi regionali.
Alla fine rimangono solo cinque punti per le questioni sociali e politiche nazionali. Ma quali cinque… Delle vere bombe per il regime algerino! Ristabilimento dello stato sociale, politiche di sostegno ai giovani, risanamento della politica degli alloggi e della sanità, reddito minimo garantito.
Misure contro le discriminazioni, la corruzione, il degrado della qualità della vita. Restaurazione delle libertà individuali e collettive e, il punto più incisivo: messa sotto autorità di istanze elette di tutti i corpi di sicurezza. È chiaro che in un paese dove fino a quel giorno i generali erano tutto, questi punti non potevano essere accolti con gioia.

Morte solitaria di un movimento popolare
Nemmeno la classe politica convenzionale, la stampa e gli intellettuali accolgono molto bene questo movimento. È visto con diffidenza, accusato di arcaismo, gli intellettuali vedono di cattivo occhio che i contadini si mettano a dirigere la politica, i partiti si sentono minacciati e derubati del loro vivaio di consensi... A livello internazionale nessuno ne sente parlare. L’Algeria è riserva di caccia della stampa francese e questa fa assolutamente finta di non vedere niente. Circa centomila manifestanti si radunano nel cuore di Parigi, ben due volte, ma nessuna tv ci spende un mezzo minuto, i giornali respingono la notizia in fondo, in mezzo agli “chiens écrasés”, come si chiamano in francese gli argomenti di cronaca.di minore interesse.
Le multinazionali dell’esagono volevano la loro parte di petrolio algerino e non potevano lasciare che un pugno di montanari testardi rovini loro la partita così facilmente.

Il regime algerino sicuro del sostegno internazionale in un momento in cui stava privatizzando il suo settore petrolifero (nel quale tutti volevano una fetta) gioca la carta dell’isolamento e della stanchezza. E dopo tre lunghi anni di vita quasi autarchica della Cabilia, che non riesce ad esportare la sua organizzazione, anche se le sommosse violente contro i simboli del potere si moltiplicano in tutto il territorio algerino, il movimento si sgretola e il governo riesce finalmente ad isolare gli elementi più opportunisti del movimento e gli infiltrati ed a trasformare i suoi resti in una delle tante strutture fantocce al suo servizio. Ma ottiene solo la salma, il guscio vuoto del movimento, l’anima era già tornata ad abitare i luoghi che abitava da sempre: i villaggi di montagna.

Una sconfitta difficile da digerire
Algeria, Cabilia: Cultura di montagna, cultura di resistenza | Karim MetrefOggi, sette anni dopo, cosa rimane di questa lotta? Poco. I gendarmi cacciati hanno ripreso il loro posto nella maggior parte dei comuni, anche se qui, per un po’, non oseranno comportarsi come altrove. Il territorio della Cabilia è iper militarizzato. Con la scusa della presenza di presunti gruppi di Alqaeda, il governo ha piazzato posti di blocco in tutti gli incroci della zona. Accampamenti e bivacchi sono sparsi su tutto il territorio. D’estate l’esercito si dedica ad una attività molto sistematica di incendio dell’importante patrimonio forestale della regione. Ogni estate migliaia di ettari di alberi vanno in fumo. La gente è sconfitta e reagisce molto timidamente. Molta speranza è stata investita sull’ultima insurrezione e la delusione è molto pesante.
I giovani sono i più amareggiati. Dopo la fine della ribellione è aumentato il livello di insicurrezza in modo spettacolare nella regione. Alcuni dicono che sono le forze di sicurezza che per punire la popolazione hanno fatto confluire tutta una serie di attività criminali sulla Cabilia, diventata durante l’insurrezione una specie di zona franca. Ma sono anche tanti i giovani che hanno deciso, avendo un disperato bisogno di costruire una soluzione collettiva, di arrangiarsi da soli, trafficando droga o compiendo furti e rapine. In genere regna la mentalità detta in Algeria del “Tag ala men tag”, un equivalente algerino del “si salvi chi può”. Le parole d’ordine sono: soldi (meglio se facili), business, bei vestiti, belle macchine e telefonini di ultima generazione. La malattia è arrivata anche lì.
In tanti villaggi, finora risparmiati dal fenomeno dell’integralismo islamico, cominciano a vedersi giovani barbuti e ragazze con il velo. Sono gruppuscoli piccoli, ma sono comunque segni inquietanti.

La Cabilia non smette mai di sperare
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Lounis Ait Menguellet
La Cabilia che ha sempre lottato è anche abituata alle sconfitte. Ogni generazione ha la sua ma quella seguente riprende la lotta senza pensarci due volte. D’altronde se si guarda con attenzione, sparse sul territorio ci sono migliaia di iniziative culturali, di piccola dimensione, certo. Assolutamente non della dimensione delle grandi kermesse organizzate dal governo ad Algeri e on altre grandi città a colpi di miliardi di petrodollari. Si tratta di piccole associazioni senza mezzi, senza sostegno dallo stato, giovani e meno giovani attivisti che in attesa della prossima lotta di grande dimensione lavorano a livello “micro” sul proprio villaggio, il proprio comune... attività didattiche, alfabetizzazione, troupe teatrali, cori, mostre, piccoli festival, promozione dell’artigianato, ...
Una delle forme di resistenza culturale più insolita è il Festival Racconte-Arts. Un festival itinerante che si sposta sui villaggi di montagna dimenticati da tutti per portarci teatro, musica, pittura, performance artistiche di avanguardia. Promosso dalla “Ligue des Art Dramatique et Cinematographique” di Tizi Ouzou, il festival è unico nel suo genere. Porta artisti di fama internazionale. artisti di strada, pittori, teatranti, scrittori a esprimersi e a parlare con la gente dei villaggi, a organizzare stage e dibattiti con giovani di questi villaggi, a montare nei luoghi più insoliti delle opere e delle performance artistiche.
Quest’anno gli organizzatori si stanno preparando a festeggiare la quarta edizione del festival, dal titolo “Mia terra: una collana di perle appesa sui monti” ispirata al titolo di una poesia del grande poeta cabilo Lounis Ait Menguellet, al quale è dedicata l’edizione di quest’anno.
Ma il titolo che rende meglio lo spirito eterno della Cabilia è il titolo dell’edizione 2007: “Cultura di montagna, cultura di resistenza.”


* Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. E’ stato redatto nell’ambito del progetto DARMED, realizzato dal Cospe e sostenuto dall’UE.


Karim Metref
(06/08/2008)

note:
1) I nomi: in lingua locale Amazigh è il nome del popolo e Tamazight il nome della lingua, Si è scelto qui di usare le diciture italiane: “Masiri” o “Popolo Masiro” e “Tamasirt” o “lingua masira”
2) LACOSTE - DUJARDIN Camille, «La montagne pour les Kabyles : représentations et réalités», Montagnes méditerranéennes (La montagne et le savoir), n° 12, Grenoble, 2000,
3) HOURANI Albert, Minorités in the Arab World, Londra, 1947.
4) HANOTEAU Adolphe et LETOURNEUX Aristide, La Kabylie et les coutumes kabyles, Imprimerie Nationale, Paris, 1873
5) leggere a questo proposito la descrizione che ne fa Bejamin STORA su Le Monde: ( http://www.mondeberbere.com/histoire/stora/veillee_armes_kabylie.htm ) e anche il suo intervento sulla rivista Awal su le figure cabile nella resistenza: ( http://www.mondeberbere.com/histoire/stora/figures_kabyles.htm ).
6) Leggere la piattaforma esplicitata. ( http://www.tamazgha.fr/article.php3?id_article=208 )

glossario:
Aarch , entità politica tradizionale in Cabilia, sorta di confederazione di villaggi. È il modello al quale si ispirò il movimento insurezionale del 2001.
FLN , Front de Liberation Nationale. Storico fronte che guidò la guerra di liberazione (1954 -1962) che dopo l’indipendenza mutò e fu egemonizzato dalle tendenze nazionaliste arabe e islamiste.
FIS , Front Islamique du Salut. Partito fondato nel 1989 da Abassi Madani. Fu sciolto dai servizi di sicurezza dopo l’arresto del processo democratico nel 1991.

Approfondimenti:
Reportage: Severgnini/ Metref su Carta: http://archivio.carta.org/rivista/settimanale/2002/45/45algeria.htm
Vedere il video Il ritorno degli Aarch su Arcoiris TV: http://www.arcoiris.tv/modules.php?id=494&name=Unique
DERIVE E APPRODI N. 33. Karim Metref – La Kabylia, «eterna ribelle».
PORFIDO – centro di documentazione ULACH SMAH! -Nessun perdono . Notizie dall'insurrezione algerina. edizioni Porfido, Torino. 2001
Per il festival raconte-arts: vedere il reportage fotografico di Stefano Barazzetta, un giovane fotografo italiano

Sitografia:
Tamazight : http://tamazight.fr/
Kabyle.com: www.kabyle.com
Wikipedia : http://fr.wikipedia.org/wiki/Portail:Kabylie
Algeria Watch: http://www.algeria-watch.org/
Sito degli Ufficiali liberi (Maol): www.anp.org
Planette DZ, cultura algerina: http://www.planet-dz.com/

Bibliografia:
BENHAMZA Hocine, L'Algérie assassinée, Éditions de Paris, Paris, 2005.
BRANCHE Raphaëlle, La Guerre d’Algérie, une histoire apaisée ?, Points Seuil, coll. L’Histoire en Débat, 2005.
CARETTE Emile., Études sur la Kabylie proprement dite (exploration scientifique de l’Algérie pendant les années 1840 à 1842), 2 tomes, Imprimerie nationale, Paris, 1848,
CHAKER Salem. Hommes et femmes de Kabylie , Edisud, 2000
CHAKER Salem, Berbères d’aujourd’hui, L’Harmattan, Paris, 1998.
FERAOUN Mouloud, Jours de Kabylie, Éditions Baconnier, Alger, 1955.
GALLISSOT René. Marx et l'Algerie . In Le Mouvement social, No. 71 (Apr. - Jun., 1970),
HANOTEAU Adolphe et LETOURNEUX Aristide, La Kabylie et les coutumes kabyles, Imprimerie nationale, Paris, 1873. (autres éditions: Augustin Challamel, Paris, 1893; Atout Kabylie-Europe, Paris, 1998; Bouchène, Paris, 2003
HARBI Mohammed et STORA Benjamin, La Guerre d'Algérie (1954-1994). La fin de l'amnésie, Robert Laffont, 2004.
LARIBI Lyès L’Algérie des généraux. Paris Méditerranée, 2007
MATOUB Lounes, Mon Nom est combat. Chants amazighs d'Algérie, La Découverte, Paris 2003.
REPORTERS SANS FRONTIÈRES (RSF) Algérie, le livre noir Edition La Découverte. 2004


Algeria, Cabilia: Cultura di montagna, cultura di resistenza | Karim Metref
    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 

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