Sommosse in Algeria | Ghania Khelifi, Bab El Oued, Bab El Oued Chouhada, moti algerini
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Ghania Khelifi   
Non è una rivolta, non ancora...
Stato ricco, popolazione povera. Un incomprensibile paradosso per i giovani ai quali non è concesso altro che un pezzo di strada che, da qualche giorno, stanno occupando per gridare la loro disperazione.

Sommosse in Algeria | Ghania Khelifi, Bab El Oued, Bab El Oued Chouhada, moti algerini
Bab El Oued
Chi ha vissuto i moti dell'ottobre '88 sta provando la stessa sensazione di angoscia dal 7 gennaio scorso. Algeri, la capitale offre uno spettacolo ormai familiare dopo lo scoppio della violenza. Copertoni ancora fumanti per le strade, vetrine saccheggiate, auto distrutte, facciate di edifici pubblici ed esercizi commerciali sventrate; la collera dei giovani algerini ha travolto tutto quello che gli è capitato sotto mano. E uno strano silenzio nei quartieri della città che opprime una popolazione disperata.

L'esercito è intervenuto, internet e i telefoni sono stati messi sotto controllo, ma nuove disposizioni arriveranno dalla moschea e da altre fonti di "informazione" diffuse dalle reti sociali o per SMS. Ma come è cominciato tutto? Intanto, ha senso precisare il luogo e l'ora dell'inizio della sommossa popolare in un paese che, solo nel 2009, ha registrato circa novemila manifestazioni e disordini pubblici? Mancanza di alloggi, salari insufficienti, assenza di acqua potabile, interruzione della fornitura di gas ed elettricità e ingiustizie di ogni tipo... Gli algerini hanno tirato in ballo tutte le cause rivendicate dai manifestanti. Ma la novità è che si sono mobilitati tutti insieme in questi ultimi giorni, da est a ovest. Il quartiere simbolo della rivolta, Bab El Oued, il cui slogan è, senza esagerazioni,"Bab El Oued Chouhada" (Bab El Oued dei martiri) ha dato inizio alle ostilità. Si dice che la situazione sia degenerata con l'annuncio dell'aumento tra il 20 e il 30 percento del prezzo di prodotti di base come zucchero, olio, farina e cereali. Questi ultimi sono ormai irreperibili come la carne, la verdura e la frutta. Una scintilla che i ragazzi di Bab El Oued e altri quartieri popolari hanno presto trasformato in incendio. I giovani di Bab El Oued conservano ancora vivo il ricordo dei loro predecessori che, nel 1988, sono stati le prime vittime degli attacchi di militari e poliziotti. Sono stati i custodi di questo bastione a lungo roccaforte degli islamisti e base operativa del loro movimento di rivolta. Quando Bab El Oued si scalda è Algeri che brucia. Mentre i lacrimogeni cominciano a sfumare e centinaia di feriti, tra poliziotti e manifestanti, finiscono in ospedale, il governo scende in campo con il piede di guerra per rispondere alle rivendicazioni popolari. Ma il potere non ha in effetti fatto altro che delegare al poco carismatico ministro del commercio per l'organizzazione di un comitato interministeriale con lo scopo, si dice, di calmierare l'aumento dei prezzi dei prodotti di largo consumo. Alcuni nella maggioranza affermano che questi disordini sono opera dei grossisti che rifiutano le misure commerciali imposte dal governo. Il presidente della Repubblica ha preferito non intervenire. Del resto, a che serve rispondere con le buone a una banda di giovani rivoltosi che reclamano zucchero, olio e farina a prezzi accessibili? Questi giovani non rappresentano nessuna forza politica, non hanno né armi né potere.

I moti che da giorni incendiano il paese saranno quindi calmati dal congelamento dei prezzi dei prodotti di base e qualche altra trovata populista. La corruzione, il clientelismo, gli attacchi alla libertà individuale e collettiva, l'ingiustizia e l'arbitrarietà non saranno mai menzionati tra le cause della collera popolare. Il ministro dell'interno ha negato qualsiasi implicazione politica spiegando che alcuni manifestanti sono "dei criminali" e che gli altri sono solo giovani manipolati o irresponsabili. E assicura che "i manipolatori" saranno puniti. Alcuni giornalisti della stampa scritta, della televisione e la classe politica hanno denunciato in coro la ribellione di questi giovani scervellati che ignorano il sacrificio dei martiri della guerra di liberazione.

Tre morti, più di mille arresti (per la maggior parte durati poche ore), il bilancio è lontano dall'esser tragico dopo una settimana di proteste di scala nazionale. Il governo si è impegnato a non usare armi contro i manifestanti e le forze dell'ordine avevano evidentemente ricevuto l'ordine di evitare il conflitto diretto con i cittadini. Il regime ha fatto tesoro dell'esperienza fatta nel 1980 e nel 2001 contro il movimento identitario berbero, nel 1988 contro i giovani e nel 1992 contro gli islamisti. Nessun giovane ferito a bruciapelo.

Lo stato algerino ha i mezzi per conquistarsi, almeno fino al prossimo scossone, una pace sociale che lo ripulisce temporaneamente dalla pesante eredità delle sue bassezze: 155 miliardi di dollari di riserve in valute alla fine di dicembre 2010 e circa 48 miliardi di euro nel fondo entrate. Quest'ultimo cresce in funzione del divario tra il prezzo del petrolio venduto e il prezzo di riferimento, 37 dollari al barile, sulla base del quale viene stabilito il budget dello Stato.

Posto che il prezzo al barile è stato di 77,19 dollari per i primi otto mesi del 2010 e che per il 2011 è previsto un ulteriore aumento, la situazione economica del Paese è tutt'altro che preoccupante. Il paradosso di uno stato molto ricco di fronte a una popolazione che vive di stenti fa impazzire tutti gli algerini che non vedono in definitiva altra spiegazione che la corruzione e l'incompetenza dei loro governanti. Gli introiti del petrolio serviranno ancora una volta a cancellare le tracce tangibili delle rivolte e a dispensare qualche aumento salariale e qualche casa popolare per spegnere il fuoco. Questa è una delle armi più efficaci usate dal potere algerino che finora con la corruzione e la repressione è riuscito a sedare ogni tentativo di organizzazione e strutturazione del movimento di contestazione politica.
Ma fino a quando?



Ghania Khelifi
09/01/2011