Bosnia ed Erzegovina, la povertà in tre lingue! | Aldin Širanović, corruzione, disoccupazione, Mak Dizdar, Đenita Kudus, Sarajevo, Tuzla, Zenica, Mostar, Željko Komšić, Milorad Dodik, Andrej Grubačić, Wolfgang Petritsch, Tatjana Đorđević
Bosnia ed Erzegovina, la povertà in tre lingue! Stampa
Tatjana Đorđević   

//Đenita KudusĐenita KudusIn Bosnia ed Erzegovina il 5 febbraio aTuzla manifestanti organizzati attraverso il gruppo Facebook “Udar”, guidato da Aldin Širanović, sono scesi in piazza chiedendo le dimissioni del governo cantonale. La protesta contro corruzione e disoccupazione si è estesa a tutto il paese, raggiungendo l’obbiettivo. Cresce l'importanza delle assemblee popolari, i Plenum.

Le elezioni previste per l’autunno.Đenita è una designer di gioielli di Sarajevo. Nel suo piccolo laboratorio milanese sono tante e diverse le creazioni che prendono forma.  Ogni forma racconta una storia. La sua storia comincia 34 anni fa in un paese, che il famoso poeta jugoslavo di origine bosniaca Mak Dizdar descrisse cosi: “La Bosnia è un paese, magro e scalzo, purtroppo freddo ed affamato e nonostante ciò è caparbio perché sogna”. Anche Đenita sognava di fare in Italia una vita più bella di quella che il suo paese le avrebbe permesso di vivere. Nel 2010, cercando un futuro migliore, si è trasferita a Milano dalla Bosnia, paese che ancora oggi, a distanza di 20 anni, sente le conseguenze della guerra che lo ha sconvolto dal ’92 al ’95. Come lei ci sono le sue amiche Ljubica e Lola, i cui i sogni si sono infranti tanti anni fa nei loro paesi legati dallo stesso destino. Ljubica, di origine serba, fa la babysitter in una famiglia ricca alla periferia di Milano e scrive come corrispondente per una rivista di moda in Serbia. Lola, di origine croata, lavora in un ristorante ad Alessandria e nel tempo libero si dedica al suo mondo delle meraviglie: i suoi gioielli che, come quelli di Đenita, sono una vera opera d’arte. Tra loro parlano soprattutto nelle loro lingue - bosniaco, serbo e croato - e si capiscono perfettamente. Ma quando raccontano storie legate alla guerra, ci sono tante cose che non riescono a comprendere.  “L’unica cosa che ancora oggi non riesco capire è perché sia successo tutto questo nei nostri paesi, ma soprattutto nel mio paese. Nessuno ci ha chiesto cosa volevamo noi, il popolo, i giovani. Sono stati gli altri a decidere per noi. Ci hanno praticamente rubato l’infanzia e il futuro”, racconta Đenita che si è laureata in Storia e Scienze Sociali a Sarajevo nel 2006.

 

La rivolta sociale
Gli ultimi episodi in Bosnia ed Erzegovina (Federazione BH, entità a maggioranza croato-musulmana), sono cominciati il 5 febbraio nella città di Tuzla -in passato un importante polo produttivo ed industriale, ora un’industria  sull'orlo del fallimento - quando centinaia di manifestanti organizzati attraverso il gruppo Facebook “Udar”, guidato da Aldin Širanović, sono scesi in piazza chiedendo le dimissioni del governo cantonale. In pochi giorni la protesta contro la corruzione e la disoccupazione si è estesa in tutto il paese. Gli scontri tra la polizia e i manifestanti sono stati duri e le sedi governative delle città di Sarajevo, Tuzla, Zenica e Mostar sono state attaccate.

 

//ZenicaZenica

“Io ero in prima fila con mia moglie e con il megafono in mano stavo incitando la gente a dire basta e ad opporsi al “governo ladro”. La polizia era di fronte a noi e quando hanno avuto l’ordine di attaccare il corteo, mi hanno spruzzato lo spray negli occhi e mi hanno portato via picchiandomi.” - racconta Aldin al quotidiano bosniaco Dnevni Avaz. Aldin Širanović, 27 anni, da più di 8 anni non riesce trovare un lavoro, anche sua moglie Denis è disoccupata nonostante sia laureata. La coppia ha un figlio piccolo da mantenere.

Dopo tre giorni la protesta ha raggiunto il suo primo obbiettivo: far cadere i premier cantonale nelle città principali. Ora, dopo quasi un mese della rivolta, la partecipazione ai cortei diminuisce, però cresce l'importanza delle assemblee popolari, i cosiddetti Plenum che stanno prendendo piede in tutto il paese.
Per il momento, i provvedimenti dei plenum hanno un obbiettivo locale. Il 28 febbraio l'Assemblea Parlamentare di Sarajevo ha deciso di approvare all'unanimità quelle che erano state le richieste del plenum: la formazione di un governo tecnico; la diminuzione degli stipendi pagati a funzionari e ad alti rappresentanti delle amministrazioni pubbliche;  la fine del bijeli hljeb (pane bianco) cioè il diritto, riconosciuto ai ministri, di ricevere il salario per un anno dopo il termine del loro mandato; l'istituzione di una commissione d'inchiesta che esamini i processi di privatizzazione.

 

//Aldin ŠiranovićAldin ŠiranovićIl leader del gruppo Udar, Aldin Širanović, ha precisato che la sua intenzione non era quella di provocare disordini, aggiungendo che quello che si chiede sono le dimissioni dell'attuale potere della Federazione e la formazione di un governo transitorio nominato dal popolo. Nello stesso momento lui pensa che il plenum attuale di Tuzla sia composto da alcuni infiltrati provenienti dai partiti al potere, e che non abbia nessuna legittimità per negoziare la costituzione del nuovo governo.
Le prossime elezioni sono previste per questo autunno, e il rappresentante croato della presidenza, Željko Komšić (Demokratska Fronta – DF), che ha una buona reputazione, potrebbe essere una nuova speranza per tutti, a differenza dell’attuale presidente del consiglio dei ministri, Nermin Nikšić (Partito Socialdemocratico - SDP).  Al congresso di fondazione del suo partito Demokratska Fronta, Komšić ha dichiarato che sarà disposto a trattare con tutti, ad esclusione di sciovinisti e fascisti, aggiungendo che uno dei suoi obbiettivi primari sarà “combattere la corruzione”.

 

Un futuro perduto?
La Bosnia è un paese con un tasso di disoccupazione al 28% che raggiunge il 60% tra i giovani dai 15 ai 24 anni. Questi dati riguardano la Federazione, ma anche l’altra entità bosniaca della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, dove la gente ha organizzato manifestazioni in sostegno a quelle della Federazione. Il presidente della Repubblica Serba Milorad Dodik diffonde l'idea che le proteste nella Federazione sono un fenomeno bosniaco musulmano, motivato politicamente, il cui lo scopo è la destabilizzazione anche della parte serba e creazione di una Bosnia unitaria.  D’altra parte l'Associazione dei veterani della RS chiede alle autorità di indagare sulle privatizzazioni criminali, dichiarando che “il tono minaccioso del presidente Milorad Dodik è diretto a preservare con ogni mezzo possibile uno Stato fondato sul crimine e la corruzione”.
 “Ma qui non si parla di nazionalismo. Semplicemente la gente è stanca e affamata. Da più di due decenni ci troviamo di fronte ad un’ingiustizia che è una malattia quasi incurabile per il mio paese dove governa l’impotenza totale dei media, dell’economia e della politica“, spiega Đenita.

 

//SarajevoSarajevo

Quello che i manifestanti hanno reso evidente è che è necessario superare le barriere etniche per creare un futuro migliore per tutti. A Sarajevo e Mostar, nei primi giorni, i manifestanti portavano al braccio destro il nastro giallo che significa “Siamo tutti uguali”.  Quello che vogliono tutti è un governo nuovo: a Tuzla sono apparsi gli slogan “Dimissioni del governo! Morte al nazionalismo!”, mentre una foto mostra un gruppo di giovani che sventola la bandiera della Jugoslavia socialista nella città di Mostar.
Le polemiche e le opinioni che sono arrivate da parte dei rappresentanti politici dei paesi vicini e del resto d’Europa sono contrapposte.  Per Wolfgang Petritsch, l’ambasciatore dell'Austria alle Nazioni Unite ed ex Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, la vera ragione della protesta sociale è “la povertà” che, indipendentemente dall'origine etnica, accomuna bosniaci, croati, serbi - ma anche "gli altri di Dayton" - da molti anni. Secondo Petritsch il paese deve tornare ad essere una priorità per l'Europa: “Serve un nuovo Piano Marshall per portare Bosnia ed Erzegovina sulla strada dell'Unione Europea”,  ha dichiarato all'Osservatorio dei Balcani.  Per l’attuale Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, l’austriaco Valentin Inzko, il principale problema della Bosnia è, al contrario, “la mancanza di accordo fra i tre gruppi etnici”. Ma ogni volta  che in Bosnia succede qualcosa, è inevitabile che molti cerchino subito una chiave di lettura etnica, mantenendo sempre viva la memoria dell’ultimo conflitto.  

Quest’anno si celebra il centenario della prima guerra mondiale, cominciata il 28 giugno 1914 quando Gavrilo Princip, membro del movimento “Giovane Bosnia” - di cui facevano parte serbi, croati e bosniaci musulmani senza differenza - assassinò a Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria-Ungheria.  Il famoso regista bosniaco Emir Kusturica, che considera il giovane attivista Gavrilo Princip un patriota che ha commesso un gesto eroico per amore del suo paese,  girerà il film documentario su commissione del  Comitato Internazionale della celebrazione della prima guerra mondiale.
Per molti storici, come il dottor Andrej Grubačić, direttore del programma di antropologia e cambiamento sociale presso il California Institute of Integral Studies di San Francisco, visti gli ultimi episodi della Bosnia e le polemiche scatenate in merito dai diplomatici Europei, sembra quasi un’ironia che gli austriaci siano di nuovo “al comando” a Sarajevo.

 


Tatjana Đorđević

11/03/2014

 

Da sapere:
Gli accordi di pace di Dayton del 1995, negoziati tra ex presidente dell’allora Repubblica federativa di Jugoslavia Slobodan Milošević, ex presidente della Repubblica di Bosnia Alija Izabegović ed ex presidente della Croazia Franjo Tuđman sotto la mediazione dalla comunità internazionale, prescrivevano la creazione di una repubblica federale divisa in due entità su base etnica: (la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, croato-musulmana -51% del territorio- e la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, serba -49% del territorio-) e una "entità autonoma" il Distretto di Brčko.
Secondo gli accordi di Dayton, in Bosnia è stata istituita la figura dell'Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, la più alta autorità civile del Paese i cui compiti sono: controllo, monitoraggio e supervisione relativi all'Annesso X dell'Accordo di Dayton (aspetti civili), il potere di imposizione di provvedimenti legislativi e di rimozione di pubblici funzionari che ostacolino l'attuazione della pace. Gli ultimi due mandati sono stati assegnati ai diplomatici austriaci.
Il Corpo legislativo (Assemblea Parlamentare) del paese è formato da due camere: la Camera dei Popoli ( 15 membri: 2/3 eletti dalla Camera dei Popoli della Federazione, 1/3 dall'Assemblea Nazionale della Republika Serba)  e la Camera dei Rappresentanti (da 42 membri: 28 dalla Federazione di Bosnia ed Erzegovina e 14 dalla Repubblica Serba). I disegni di legge devono essere approvati da tutte e due le camere del Parlamento.