Gente di mare | Carlo Romeo
Gente di mare Stampa
Carlo Romeo   
Gente di mare | Carlo Romeo
Ercolano
Primo impatto - mentre ti aspetti il mare e il freddo perché la meteo è quella che è quando parti da Roma – è invece il Lazzaretto a picco sul mare e al tramonto con la voce di Elena e le pietre che suonano di Pinuccio. Il mare sembra entrarci poco se non per avere lasciato la borsa con la cerata e tutto il resto a bordo, mentre è sempre il mare che porta. Al Lazzaretto, sorride Ciro, assessore di Ercolano faziosamente convinto dell’avventura che sta vivendo Adriatica, “meno siamo più belli siamo” perché di gente questa sera non ce ne è poi tantissima. Effettivamente saremo una ventina ma è come essere subito fra amici che hanno non solo il mare in comune ma soprattutto la voglia e il coraggio di percorrere strade inconsuete. Ci si conosce e ci si riconosce insomma.

Poi la sera nella casa di Pinuccio, un laboratorio – casa che potrebbe essere un museo se i musei fossero così vitali come questa casa - per continuare il viaggio. La casa di Pinuccio ricorda la pieve di Piero Dorazio a Todi dove un vecchietto, seduto in mezzo ai quadri nella chiesetta diventata lo studio di Piero, aspettava la moglie mentre io invece aspettavo Piero e ci mettemmo a chiacchierare e poi arriva Dorazio e mi dice che il vecchietto curioso, semplice è Eugene Ionesco. Perché ci si incontrava così da Piero a Todi e sembrava normale.

La stessa atmosfera della casa di Piero la risento in quella di Pinuccio Sciola dove c’è amore per la propria arte, nel farla e nello spiegarla a chi si sente disposto a capire, nel dividere il pane e il formaggio e la pasta e la frutta e tutto ha un sapore nuovo e indimenticato. È una casa – porto di un sardo che non ama il mare e che a bordo di Adriatica, dove è evidente che si è avventurato eccezionalmente solo per amicizia sarda quindi illimitata, sorveglia il dondolio dell’ormeggio come se fosse un vulcano in una ormai prossima fase eruttiva.

Quella Scala di pietra che è il suo giardino dove, alla luce del falò, bruciano cespugli di lauro e blocchi di basalto, tagliati come mai prima ovunque, suonano una melodia che entra direttamente dentro di noi arrivando da dentro la pietra. La prima impressione del marinaio alla ricerca di porti in cui ritrovarsi e stupirsi arriva dunque da un paese museo, da un giardino, da una casa di un piccolo museo travestito da paese dell’entroterra, a poca distanza da Cagliari, dove ad ogni angolo murales magnifici ti dicono che esiste un modo di costruire e di tenere le case diverso da quello cui siamo abituati. Un luogo di magia antica lontano dal mare dove è possibile arrivarci grazie a una barca.

Il giorno dopo Adriatica riprende tranquilla il mare verso Capo Spartivento. Tempo e mare consentono una sosta quasi estiva se non fosse per la relativa solitudine dell’ancoraggio mentre meduse marroni dichiarate innocue da Emilio, il giovane biologo marino trapanese che naviga con noi, venivano adescate peraltro con scarsi risultati da alcune delle donne a bordo, affascinate dal loro volteggiare. Alcuni di noi ne approfittano per un tuffo che solo ora mi rendo conto sarà probabilmente l’ultimo di una estate che non vuole finire.

Gli occhi di Marina attraverso l’obiettivo sono invisibili ma te li senti addosso mentre nuoti oppure a bordo mentre guardi la costa o cerchi di conoscere la barca. Marina ha il dono di saper aspettare l’immagine che ha deciso di trovare, senza forzare la mano, senza caricare una parte già difficile. Fotografa con decisa attenzione, un po’ come ho visto fare centinaia di volte a Tano d’Amico quando giravamo insieme nel 1977, in quella specie di rivolta disperata che fu il 77, oppure all’Umbria Jazz o più tardi, nel 1983, nei campi di Sabra, Chatila o di Bourji el Baraji dove i ragazzini lo guardavano come avesse vissuto sempre con loro. Marina ha gli stessi occhi di Tano quando fotografa anche se i soggetti sono diversi. Sento che cerca conferma dalle immagini di ciò che immagina di vedere e mi piace vederla guardare. Sbarcherà nel pomeriggio quando Filippo mette la prua verso la costa spagnola.

Navighiamo di notte e i turni cominciano subito perché il mare comincia presto a muoversi. Il mio turno di notte è con Ric. Colpisce la sua serena abitudine al mare e quella capacità di dormire a comando. Un pomeriggio lo abbiamo visto stendersi sul passauomo di dritta e dormire al sole, la pancia spalmata sulla coperta e un uccello che gli passeggia fra le gambe. La cosa può certamente suonare ambigua sia per certi aspetti linguistici sia per il fatto che avevamo duemilacinquecento metri di mare sotto lo scafo e nessuna terra in vista per centinaia di miglia. Però ci sono le foto e il volatile che cercava un riparo dal vento e non aveva trovato niente di meglio che le gambe di Ric, dormiente in coperta, per ripararsi.

Mattia fa il turno precedente È giovane e scherziamo sul fatto che abbiamo un amico in comune. Infatti ha incontrato Matteo Miceli dall’altra parte dell’Atlantico. Matteo aveva appena fatto il record con Biondina Nera, il suo catamarano, ma era come è sempre Matteo, attento, semplice ma esigente, privo di qualsiasi spocchia, autoironico e sereno. Mattia non aveva capito subito che Matteo aveva fatto il record e quando se ne è reso conto stavano già a cena con lui e tutti i suoi compagni di avventura. Su Adriatica l’atmosfera è questa e piacerebbe a Matteo.





Gente di mare, che ama e che ha scelto il mare. Io che pure ero un po’ prevenuto, aspettandomi forse figli di papà un po’ fighetti che giocano ai marinai, mi sono dovuto rapidamente ricredere. Facciamo i turni di guardia, mangiamo insieme, scherziamo con Vito che con la sua telecamera e il suo brevetto da maestro di sci svizzero rappresenta un caso a sé per l’equipaggio, mentre le navi all’orizzonte e i groppi sul radar ci fanno compagnia. Ric al timone dà un senso di sicurezza che solo chi conosce con umiltà il mare sa dare.

Poi il capitano ci dice che Barcellona si sta allontanando. Mare incrociato, la cerata che pensavo rimanesse nella borsa per tutto il viaggio e che invece da due giorni non mi levo di dosso, pioggia e insomma si va a Maiorca, anzi Minorca. Il che conferma che ogni problema è una opportunità perché Minorca è splendida, con il suo porto antico di qualche millennio. Il fiordo è un porto naturale e le barche sono di casa, qui; ma è anche un luogo dove puoi salire in alto dove la vista del porto naturale è unica.

Arriviamo di notte e anche Filippo sembra a casa sua quanto Ric che a Minorca, peraltro, ci abita. Arriviamo nel cuore della notte, ancoriamo al centro del porto naturale: una meraviglia di porto, che fa pensare che la prima barca che l’uomo abbia immaginato non può che averla immaginata lì, a Mahon.

Finalmente dormiamo e la mattina dopo ancora pioggia e un giro con Vito e con la giovanissima fotografa sarda che ha sostituito Marina e che ci sa fare sia con la macchina fotografica che con la barca e per le strade di Mahon, dove il dottor Maturin e Jack Aubrey si sono incontrati per la prima volta. Sorrido pensando che Filippo, master and commander di Adriatica, ha qualcosa dell’Aubrey di Russel Crowe. Saranno i capelli lunghi biondi legati con un nastro, la faccia piena e allegra che riesce a trasmettere serenità e conoscenza del mare, la voglia di mettersi in gioco per rotte che non siano banali o scontate. Filippo sa immaginare oltre e non è facile farlo di questi tempi, dove i sogni sembrano lascar posto alle furbizie da quattro soldi di una vita quotidiana troppo spesso priva di respiro.

Minorca ti resta nel cuore come può restare solo a chi cerca un porto da poter rimpiangere una volta mollati nuovamente gli ormeggi. Tornarci è una promessa che faccio a me stesso, salutando prima dell’alba Filippo mentre mi dirigo verso l’aeroporto.


Per ulteriori approfondimenti: www.giudiziouniversale.it
Carlo Romeo
(22/08/2009)

parole-chiave: