Media arabi, media occidentali: guerra delle immagini, guerra degli immaginari? | Khaled Fouad Allam, mondializzazioni delle culture, muro di Berlino, Derrida, essere musulmano, Tlemcen, Kabylie
Media arabi, media occidentali: guerra delle immagini, guerra degli immaginari? Stampa
Khaled Fouad Allam   

 

Media arabi, media occidentali: guerra delle immagini, guerra degli immaginari? | Khaled Fouad Allam, mondializzazioni delle culture, muro di Berlino, Derrida, essere musulmano, Tlemcen, Kabylie
Khaled Fouad Allam

La questione è molto complessa perché interroga la cultura, ma anche la politica, la società e tutti i fenomeni che sono in corso. Mi pare evidente che siamo in presenza di un doppio fenomeno dove gli elementi si intrecciano a secondo dei momenti di crisi. Certamente, c’è questo sentimento forte oggi di qualcosa che non era presente, anche solo 30-40 anni fa, che è questo fenomeno di mondializzazioni delle culture. E la mondializzazione delle culture è un poco come la tettonica delle carte geografiche che ad un certo momento, quando ci sono molti movimenti, si accostano e tremano, in un certo senso, attraverso queste varie turbolenze.

Il secondo punto è che probabilmente c’è qualcosa che è in corso da oltre 15 anni, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, vale a dire la nascita di frontiere simboliche. E la nascita di frontiere simboliche, che non si distinguono perché non sono più delle frontiere di tipo territoriali, ma sono delle frontiere che obbediscono ad altre logiche, la logica dell’appartenenza identitaria, dell’etnia, delle lingue, delle religioni, ma certamente anche di altre cose. Questo fa sì che, indirettamente sta cambiando poco a poco quello che si è definito il paradigma della politica e dunque della produzione della violenza politica. In questo caso, c’è anche con la guerra delle culture, la guerra dei mass media, la guerra delle immagini. Cos’è cambiato tutto sommato tra l’89 ed oggi, nel 2006 ?

Probabilmente si è allontanata un poco l’immagine di un universalismo che, in ogni modo, nonostante la violenza politica dell’900, aveva trovato la sua traducibilità politica. La caduta del muro di Berlino ha fatto sostituire a quest’universalismo qualcosa di più pericoloso, di più grave anche, che è questa visione etnica del mondo, quello che si è poi chiamato “l’etnicizzazione dei rapporti sociali”. E si vede benissimo nella lettura delle drammaticità politiche, negli scontri anche tra le culture, come si è passato dall’universalismo che malgrado la violenza politica, malgrado le colonizzazioni, tutto ciò che è stato la storia dell’900 dove c’era prevalentemente una concezione dell’Uomo uguale dappertutto, “l’Homme est né libre, et partout il est dans les fers” (l’uomo è nato libero e dappertutto è incatenato).

Quest’universalismo che ci permetteva di costituire l’Uomo uguale, al di là delle sue appartenenze linguistiche, religiose e anche etniche, è morto. In questo senso abbiamo perso un mondo e, perdendo una certa visione del mondo, siamo entrati in una zona d’enorme turbolenza, d’enorme terremoto, che non utilizza più il paradigma dell’universalismo ma utilizza il paradigma dell’identità. E tutte queste identità costruite, sono degli immaginari ovviamente. Ma proprio perché sono immaginari, sono pericolosi e si vede benissimo come dal 1990 in poi, quando noi diamo lettura ad una conflittualità politica, utilizziamo spesso due parole che erano una volta legate al vocabolario delle scienze sociali. E quale è la parola che è entrata cosi maggiormente nel vocabolario dei mass-media, anche da un punto di vista statistico? è la parola etnie. Mai come dal 1990 ad oggi abbiamo utilizzato la parola etnia per definire une griglia di lettura che codifica ciò che era in corso, in pratica la violenza politica.

E questo è cominciato nei Balcani, nella guerra dell’ex Jugoslavia, e poi è continuato via l’India, via la zona dei grandi laghi, Tutsi contro Hutu…etc. Questo fornisce oggi il paradigma delle culture, e le culture forniscono oggi una griglia di lettura che fa si che di fronte ad una grande questione, che è la questione del ventunesimo secolo che pone a tutti noi come vivere insieme, la violenza politica ci dice che non possiamo vivere insieme. Questo è la sequenza semantica e antropologica della situazione nella quale siamo.

Ma il più grave in realtà, un po’ più perché c’è la mondializzazione, è che le culture non vivono più in compartimenti distinti, ed il paradigma delle culture interagisce in modo verticale, in modo orizzontale, ci ritroviamo ogni giorno a vivere in una sorta d’inquietudine. Che è l’inquietudine dell’alterità. Chi è l’altro ? Questa, è la questione di Derrida. Chi è l’immigrato, chi è il musulmano, chi è il comunitario, chi è il terrorista…etc Ogni volta che c’è una conflittualità, riappare alla superficie dell’acqua questa griglia di lettura culturale e etnica. Questo è grave perché interagisce da una parte sulla formazione di psicologie sociali, che tende ad interagire nei nostri rapporti sociali da una parte e poi interagisce anche nel trattamento politico.

Si vede benissimo per quelli che lavorano sulle questioni relative all’Islam, all’integrazione, all’intese, che sotto, in realtà non c’è una dimensione di tipo “cultualista” che predomina ma la dimensione che predomina nel trattamento dell’Islam in tutta Europa è una visione di tipo etnico-culturale, cioè basata sul paradigma della diversità irriducibile. E questo fa sì che paradossalmente torniamo in pieno ‘800. Non ci sono più les bureaux arabes della colonizzazione ma c’è tutto il materiale linguistico, antropologico che poi diventa materia anche per il politico che vuole lavorare su questo, che blocca le istituzioni, che blocca i processi e che rischia di attaccare ciò che noi chiamiamo l’integrazione. Ma in questo gioco molto perverso cadono anche i musulmani, perché in realtà anche loro producono, attraverso questo gioco perverso, ciò che potrebbe essere chiamato le identità immaginarie. Non so. Che cosa vuole dire essere musulmano? Prima di tutto non si dice mai musulmano, si dice islam, puntini, puntini… Ma per me una religione non è soltanto un corpus di testi. Si lo è, ma una religione ha anche una comunità di viventi, di resistenti, delle persone che piangono, ragionano, sorridono, sognano, fanno anche incubi. Una religione incarna anche una dimensione umana, che si posiziona di fronte a questo corpus di testi. E il divorzio al quale noi assistiamo all’interno dell’islam contemporaneo è questo: c’è il divorzio tra una visione di tipo letteralista del fenomeno religioso e la dimensione culturale. Che cosa sarebbe l’Islam soltanto attraverso i testi ? Se io dovessi fare a meno della storia di più di mille anni di questa società ? Di quest’Islam che è diverso in Kabylie, che è diverso nella mia città di Tlemcen, che è diverso a Casablanca, che è diverso in Indonesia, che è diverso in Siberia, che è diverso in Europa. Se io taglio l’aspetto culturale dall’aspetto religioso è evidente che entriamo nel gioco perverso delle identità costruite che facilmente diventano dei totalitarismi e che paradossalmente le due differenze di opzioni si ricongiucono, e creano una visione molto hard del rapporta tra identità e società. E rispetto a questo fatto i mass media sono un poco colpevoli, perché i mass media non sono mai neutri, e un giornale, una televisione, un libro, un articolo, produce società. Ma quale società, un giornale, può produrre ?

Con questo io faccio la mia critica all’occidente ma faccio anche la mia critica al mondo musulmano. È evidente che la grande questione che si pone è quella della democrazia. Non nel senso di carri armati ma la democrazia di un pluralismo e di un alterità che è fondatrice all’interno di ogni tipo società. Questo è una battaglia che i paesi arabi e i musulmani devono condurre come l’ha condotto l’occidente durante la sua storia. Si conquista. Non è facile. C’è della violenza anche in tutto questo. La democrazia non è mai data con decreto. La democrazia si conquista, come il pane. Allora in tutto questo, c’è probabilmente una guerra nella guerra, perché la guerra non è soltanto la guerra frontale, la guerra d’immagini che si rimandano a vicenda. Ma la guerra è anche sinonimo di arretratezza, di corto-circuito, d’incapacità a vedere dall’altra parte, di incapacità a fare il bilancio critico delle nostre posizioni. E probabilmente verrà il giorno in cui dovremmo tutti noi abbassare le armi, le armi simboli, intendo.


 

Khaled Fouad Allam
5 maggio 2006