Libia, un anno dopo | Gianluca Solera
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Gianluca Solera   
Libia, un anno dopo | Gianluca SoleraQuando piove, il suolo scivola in Libia, anche sotto scarponi di gomma corazzata. Soprattutto scalinate e pavimenti. La ragione che me ne faccio è che c’erano molti soldi in circolazione e il marmo lucido aveva conquistato il paese; basta tuttavia un inverno più umido del solito, ora che il suo quasi eterno Raīs non c’è più, per rischiare la caduta a ogni pié sospinto. Ha addirittura nevicato in alcuni quartieri di Tripoli, e le campagne sono verdissime: il buon Dio vuol fare un secondo regalo a questa gente dopo tante pene?

Abdel Hafīzh Mohammad Sīdūn è un avvocato che vive nelle campagne di Misurata. Durante la rivoluzione, lo tennero d’occhio perché avevano ritrovato una foto su internet in cui sorrideva a fianco di Hillary Clinton a Washington, a chiusura di un corso di formazione su democrazia e diritti umani, Leaders for Democracy Fellowship . Un giorno passarono per casa sua, gli confiscarono computer, libri, macchina fotografica e auto e lo arrestarono con l’accusa di essere una spia. Era il maggio 2011. Quando ammazzeranno Gheddafi, lui sarà ancora in prigione, ne uscirà il 24 ottobre 2011. Porta i capelli molto corti e una barba di media lunghezza lungo il profilo inferiore della mascella. A vederlo, qualcuno lo potrebbe prendere per un seguace dell’islam antioccidentale, ma a lui interessa solamente la libertà del proprio paese, e non vuole un altro emirato al posto di quello nazional-socialista del defunto Gheddafi. Arrivò al corso per caso, tramite Ibrāhīm el-Kalāmy, avvocato anche lui, di Zāwiya, senza avvertire le autorità libiche. Ibrāhīm non fu più fortunato dell’amico, anche lui si fece cinque mesi in carcere; ma per lui almeno non fu una novità, avendo già sperimentato la tortura del regime in altre due occasioni.

La storia di questi due avvocati, fondatori del Centro libico per la democrazia e la cittadinanza, è simile a quelle di molti libici che vogliono ricostruire un paese che aveva perduto dignità e civiltà. A Tripoli si viveva senza teatro e i cinema non offrivano che vecchie commedie egiziane o film d’azione, perché il popolo non poteva distrarsi troppo. Le università non offrivano corsi di lingue europee, ma solo di quelle del continente nero, perché la Libia apparteneva alla grande Africa. Tutto stava scritto nel Libro Verde del Colonnello: democrazia diretta plebiscitaria dove tutti potevano parlare, per questo non c’era bisogno di un parlamento; proprietà collettiva di beni e imprese, dove il cittadino aveva diritto a possedere una sola casa; diritto familiare che riconosceva Libia, un anno dopo | Gianluca Soleral’atto di riproduzione come un atto sociale e la famiglia come il primo nucleo della rivoluzione gheddafiana, con la missione di generare un popolo nuovo, liberato e prolifico. Un paese chiuso su sé stesso, dove ogni comunità aveva almeno un campo militare, ma non necessariamente una scuola o un ospedale, dove il Colonnello presenziava in televisione almeno una volta alla settimana, dove tutto ciò che si costruiva in Libia era declamato essere più grande che altrove, come la base di Tājūra, che costeggiamo in automobile, apparentemente il più grande campo militare del mondo. Così, se passeggi per il centro di Tripoli, la Piazza Verde o la Piccola Roma, non trovi un solo caffè decente dove sedersi per prendere qualcosa, a parte un piccolo locale affumicato per soli uomini, e una caffetteria in stile sovietico verso il porto... Lo svago non era permesso, se non per lui, perché il popolo doveva implementare la rivoluzione.

Forse, anche per questo non sono ancora riuscito e vedere per strada una donna senza velo, perché la rivoluzione del Colonnello richiedeva una devozione assoluta al dovere. Le prime donne senza velo, due bellissime ragazze con capelli e occhi nerissimi e la pelle chiara, le incontro in una riunione organizzata da Hurriyāt, un’organizzazione nata da poco per rafforzare la coscienza politica dei libici. Durante la riunione, tenuta negli uffici del Majlis Thuwār Trāblus , il comitato che raggruppa i rivoluzionari non islamici di Tripoli, le due ragazze ascoltano con attenzione, ma quando le interpello direttamente sui bisogni delle organizzazioni per le donne, sono gli uomini a prendere la parola in loro vece (senza chiedere permesso), e le ragazze non aprono bocca... Il femminismo gheddafiano, purtroppo, non ha fatto breccia nella vita associativa. Perché? Forse la risposta sta nel Libro Verde. Il capitolo sulle donne del Libro Verde comincia così: “La donna è prima di tutto un essere umano, e quindi una femmina come l’uomo è un maschio”. E più avanti: “L’uomo e la donna sono diversi. Sono uguali, ma si tratta di un’uguaglianza nella differenza”. Queste affermazioni stabiliscono una visione dell’uguaglianza di genere su criteri biologici, una visione che non rimette in discussione il patriarcato e che trovava nella donna-soldato la sua massima espressione: la donna affrancata reclama di essere trattata come l’uomo. Vi ricordate le immagini delle donne in uniforme, le Rāhibāt Thawriyāt , “le sorelle (è lo stesso termine che si utilizza per una monaca) della rivoluzione” che accompagnavano il leader (nella foto)? A Misurata, tra i mercenari, la resistenza ha incontrato soldatesse serbe, colombiane e nigeriane, che si dedicavano soprattutto al cecchinaggio. Utilizzavano la Previdenza Sociale, uno dei pochi edifici in mattoni e non in cemento, da cui puntavano i loro lunghi fucili di precisione sulle figure in movimento. La loro femminilità si esprimeva nella cura dei dettagli, straordinaria qualità nelle donne: qualità in questo caso che consisteva nel saper uccidere selettivamente, come quando separi i chicchi di riso neri dal resto.

Gianluca Solera
06/03/2012


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