Le ferite della guerra | Gianluca Solera
Le ferite della guerra Stampa
Gianluca Solera   
Le ferite della guerra | Gianluca Solera
Misurata è ancora tappezzata di edifici in bilico, l’Ospedale civile (nella foto), la Previdenza Sociale, il Centro commerciale e tutti gli edifici che si trovano all’angolo con il viale principale, via Tripoli, teatro degli scontri... In un paese a rischio, non bisogna mai acquistare un appartamento vicino a edifici sensibili, perché saranno bersaglio del regime o dei ribelli, e la tua dimora potrebbe diventare una postazione di tiro destinata a essere distrutta da una delle due parti. Su Maydān al-‘Adāla, Piazza della Giustizia, la piazza principale, si ricorda ancora di un obice lanciato dalle truppe del regime che uccise in un solo colpo ventisette persone. Molte armi sono state raccolte in una mostra permanente sulla Rivoluzione del 17 febbraio, con una galleria fotografica dedicata ai circa mille e cinquecento martiri di Misurata, oltre a immagini strazianti di persone mutilate o bambini feriti. Le prime armi utilizzate dai ribelli erano rudimentali: lattine di bevande gassate usate come granate, con la gelatina impiegata in mare nella pesca di frodo, o bottiglie molotov della Pepsi. Con la caduta o la cattura dei primi esponenti del regime, l’armamentario dei rivoltosi si è arricchito. A Misurata dicono di avere anche recuperato armi di fattura israeliana, acquistate dal Colonnello per intercessione di Mohammad Dahlan, e arrivate in Libia via mare provenienti da un porto siriano. Gli insorti utilizzavano anche marchingegni fatti in casa, ora visibili al pubblico, come una mitragliatrice automatica montata su una mini-automobile comandata a distanza, oppure una carrozzella comandata a distanza, che rovesciava sul nemico granate con una catapulta rudimentale.

Gli insorti sono inoltre riusciti a convertire un bulldozer in un blindato da guerra, fissando ai suoi lati delle pesanti lastre di acciaio. La collezione di obici è ricca di esemplari di dimensioni diverse, così pure i bazooka o i lanciarazzi da uomo, ma l’oggetto che attira maggiormente la mia attenzione è la testa in metallo leggero di un missile, traforata come un groviera, e capace dunque di penetrare gli edifici come fossero di burro. Ibrāhīm al-Kilāmy dà una spiegazione supplementare alla veloce militarizzazione della rivolta popolare: all’inizio della rivoluzione, il regime lasciò le caserme sguarnite affinché gli insorti potessero recuperare le armi, per trasformare la protesta pacifica in guerra civile e giustificare la repressione nel sangue.

A ciascuno i suoi martiri

Le ferite della guerra | Gianluca Solera
Ogni città ha il suo piccolo museo dei martiri. Le cifre dei morti della rivoluzione si aggirano attorno ai cinquantamila caduti, tra insorti, lealisti e popolazione civile. A questi si devono aggiungere i “Mafqūdīn”, i dispersi (è facile incontrare manifesti lungo le strade di Tripoli con la foto, il nome e la data della scomparsa). “Ma tutto quello che vedete qui ora è il passato” – spiega indicando il cimitero di armi Mohammad Mustafā el-Swayah, un avvocato di Misurata, che ha il viso rotondo di un elfo del Signore degli Anelli. Tra il “passato” registriamo anche le razioni alimentari per le truppe del Colonnello, rigorosamente italiane, come i crackers delle Forze Armate (in quelle tristi confezioni verde oliva) i tortellini precotti in barattolo, i succhi di frutta in cartone, o le stecche energetiche. Nella sala dell’esposizione hanno piazzato una sedia con lunghi chiodi rivolti verso l’alto che sbucano dall’imbottitura dell’appoggiasedere e dello schienale, e sopra ci hanno scritto in arabo: “Pensaci, prima di sederti sulla sedia del potere”. Pensiamoci anche noi la prossima volta, prima di addestrare e rifornire le truppe di un dittatore. Siamo fortunati che i libici vogliano bene agli italiani, ma non ce lo meritiamo, per tutti i tappeti rossi srotolati davanti al Colonnello pur di godere di forniture di gas e di retate detentive nei confronti degli immigrati. Quando poi non ci conveniva più, abbiamo tradito un regime in agonia e gli uomini del Colonnello hanno dato fuoco all’ambasciata italiana di Tripoli. Ora Bruno Dalmasso, un signore italiano nato nel Corno d’Africa e ormai in Libia da molti anni, si è assunto il difficile compito di salvare e ricatalogare i documenti storici risparmiati dal fuoco e con essi la storia degli italiani di Libia, dopo essersi occupato per anni del nostro cimitero di Tripoli.

Il potere delle immagini
Le ferite della guerra | Gianluca Solera
Bāb al-‘Azīziya, la leggendaria residenza del Colonnello che occupava una superficie di ben sei chilometri quadrati, non è ora che un cumulo di macerie. Inaccessibile, era sempre circondata da soldati e forze di sicurezza. Sulla strada per l’aeroporto, quando passavi al lato in moto, non giravi nemmeno la testa per paura di destar sospetto tra le guardie. Nessuno sapeva cosa ci fosse dietro quel muro dipinto di verde. Gheddafi non amava né la curiosità, né la celebrità (altrui). Istituì un comitato per la lotta contro la fama, incaricato di prevenire l’emergenza di qualsiasi caso di celebrità tra i libici. Perfino le partite di calcio erano commentate senza dare un nome ai giocatori: “Il dieci batte il calcio d’angolo. Colpo di testa del difensore numero tre del Tripoli; la palla cade fuori area, la riprende l’otto del Benghazi che lancia in avanti sull’ala destra il sette, che dribbla il quattro del Tripoli...”, mentre lo stadio è circondato di immagini del Colonnello, il Grande Supervisore. Le immagini del Colonnello erano una cosa ossessiva, come ossessiva era la sua paura che qualcuno fosse più famoso di lui. Il Colonnello – Strega della favola di Biancaneve si guardava allo specchio tutti giorni e lo interrogava: “Chi minaccia la mia incontrastata immagine di Guida unica, assoluta ed esemplare?”. Un giorno si rese conto che una telenovela era diventata un appuntamento di passione tra i libici. Decise allora di sospenderne la trasmissione e di mandare in onda una lunga inquadratura del suo stivale. Quando il giorno seguente i libici accesero la televisione al solito orario, al posto della telenovela si trovarono nello schermo il suo stivale, che fu trasmesso per molti giorni di seguito.

Orgoglio e disonore hanno fatto saltare i nervi ai libici. “Noi eravamo cittadini normali, stavamo bene con le nostre famiglie e conducevamo una vita dignitosa, ma quando abbiamo sentito Gheddafi insultarci dopo le prime manifestazioni, definendoci “sorci da fogna (Jūrdhān)” o “peli della testa”, abbiamo preso la cosa personalmente e ci siamo armati” – spiega ‘Abdallah Nākir, il capo del Majlis Thuwār Trāblus . Parla con calma e ti guarda dritto negli occhi senza battere ciglio, né fare un sorriso non necessario. ‘Abdallah porta la barba corta ed è molto rispettato; ha creato il Partito della Cima (Hizb al-Qumma), perché vuole che il suo paese raggiunga il vertice, dia il meglio e produca il meglio. Questo partito è l’ala politica del movimento. “Abbiamo molti giovani combattenti che vorrebbero riprendere la vita civile, ma abbiamo bisogno di sostegno”. Il governo dà la possibilità ai giovani ex-combattenti di entrare nell’esercito o nella polizia, oppure di riguadagnare il proprio posto di lavoro, oppure ancora di intraprendere una nuova carriera attraverso un programma di inserzione sociale, ma le risorse sono scarse. “Vogliamo imparare a costruire un partito e a fare attività politica”. Quando gli propongo di fare incontrare i giovani ex-combattenti libici con altri ex-combattenti palestinesi e israeliani, o irlandesi e bosniaci che hanno abbandonato la lotta armata, risponde che va bene, purché non si tolgano tutti i giovani dalle strade e dalle frontiere perché il paese ha ancora bisogno di loro.

Gianluca Solera
06/03/2012

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