Tutto da rifare | Gianluca Solera
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Gianluca Solera   
Gli europei intervengono in diverse aree e il personale UE fa la spola tra Bruxelles e Tripoli per mettere in piedi un programma di sostegno dopo l’altro: con ACTED per formare la società civile, con EUNIDA per formare le istituzioni a dialogare con la società civile, con Common Purpose per rafforzare la leadership tra i giovani, con IDEA per accompagnare il processo elettorale, con il Center for Humanitarian Dialogue per la riconciliazione nazionale, con IRCT e l’Organizzazione mondiale contro la tortura per la riabilitazione delle vittime di queste pratiche. Ormai i libici fanno parte della comunità euromediterranea dei beneficiari dei programmi europei. Entra la Libia ed esce la Siria, finito l’incubo libico comincia quello siriano. A Zāwiya, Mufīda Khalīl al-Masrāty, attivista dell’Unione patriottica Lībya Jadīda, ringrazia le istituzioni internazionali per il loro sostegno. Chiedo a un’attivista quale sia la nazione più amata tra i libici, e la Francia arriva prima in classifica, seguita dall’Italia, ma quando indago su con chi preferiscano lavorare e vivere, l’Italia supera la Francia. Pensare che i tunisini, dopo la fuga di Ben Ali, scherzavano dicendo: “Libia, abbassati un poco affinché il nostro grido di vittoria arrivi alle orecchie del Faraone Mubarak”. Non consideravano i libici capaci di alzare la testa contro il Colonnello. Invece, il Colonnello è stato giustiziato e Ben Ali sorseggia ancora bevande succose in un giardino di Riyad. Addirittura, nelle informazioni sullo schermo dei voli Tunis Air, nella sezione “Sistema politico”, si legge ancora (almeno fino al 9 gennaio scorso): “Sistema presidenziale; il presidente è eletto per un mandato di 5 anni. Presidente della Repubblica: Zine el-Abidine Ben Ali”! Neppure la bandiera è cambiata, mentre ora quella libica ha tre colori come quelli del drappo francese o italiano: sotto la Luna Crescente e la Stella, il rosso del sangue dei rivoluzionari, il nero del lutto delle famiglie e il verde del futuro della nazione.
Tutto da rifare | Gianluca Solera
Un paese in cambiamento
Certo il paese ha bisogno di aprirsi, ma i libici ce la faranno. Luay el-Bashty, un giovane di Zāwiya che ha creato Tajammu’u Shabāby at-Taghrīr, Assemblea dei giovani per il cambiamento, chiede che fondazioni internazionali come la Fondazione Anna Lindh aiutino i ragazzi a tutelare la “cultura della strada”, dove la resistenza all’appiattimento del regime ha tenuto, e dove è iniziata la rivolta. Altri chiedono di formare osservatori elettorali, una signora distinta chiede di investire nell’istruzione, altri di attivare programmi specifici per i bambini, altri ancora di creare circoli locali di dialogo cittadino. “Questi giovani meritano di più” – mi dice Bruno Dalmasso. Bruno parla molto delle sue peripezie personali, il ristorante turco in cui pranziamo potrebbe svuotarsi molto tempo prima che lui finisca di parlare dei suoi primi vent’anni. Nel tavolo dietro di me siedono degli uomini libici che mangiano abbondantemente, alcuni di loro indossano una tuta mimetica: “Questi picchiano” – avverte Bruno con voce dimessa. “È cambiato il governo, ma questi sono gli stessi che torturavano i poveracci per conto di Gheddafi”. Secondo lui, gli Shabāb libici hanno ragione a manifestare il 17 febbraio, a un anno dall’inizio della rivoluzione libica. C’è ancora molta pulizia da fare, e questa è una delle ragioni per cui molti Shabāb non vogliono cedere le armi. È difficile abbandonare le armi quando sono diventate uno status symbol . Alle porte delle città costiere, giovani armati sorvegliano il transito e salutano tutti coloro che passano sotto uno pseudoarco edificato mettendo dei container di metallo uno sopra l’altro, come una costruzione del Lego. Alcuni dei container sono pieni di sabbia, e sono molto probabilmente gli stessi che venivano utilizzati come barriere anti-proiettili durante i combattimenti. A Misurata incontro quattro giovani ex-combattenti, il più eloquente parla un dialetto stretto che anche la mia collega egiziana Rashā Sha’bān capisce con difficoltà. “Ma sapevate sparare?”. “Per niente. Era un esercizio di iniziazione che dovevamo affrontare tutti”. Mentre quei ragazzi si gettavano nella mischia, le donne si preoccupavano di assistere le famiglie e di distribuire i viveri nel vicinato durante l’assedio. Zaynab Muhammad Mātita è stata una di loro. Durante l’assedio, si era imbarcata su una nave diretta ad Alessandria d’Egitto per accompagnare la figlia ammalata all’ospedale, e una volta in Egitto ha conosciuto degli attivisti, e ha ereditato la passione della militanza civica. Al ritorno, circa tre mesi dopo, quando Gheddafi era già morto, fonda Huqūq bilā Hudūd , Diritti senza Frontiere, e diventa una delle giovani donne più attive della città. Nonostante i tre figli.

Questo paese che fino a pochi anni fa era un buco grigio nelle mappe delle diplomazie e delle istituzioni internazionali, che i tunisini avrebbero voluto sprofondasse per far correre il vento della rivoluzione più veloce, questo paese con un nome impossibile coniato dalla logorrea di chi credeva di essere indispensabile ed insostituibile – “Grande Stato Arabo Libico delle Masse Popolare e Socialista” – potrebbe sorprenderci recuperando velocemente il tempo che il Colonnello aveva congelato facendo un patto con il diavolo (e potenti e prepotenti della regione), e andando nella modernizzazione più lontano dell’Egitto o della Giordania. Questi rivoluzionari, che hanno portato nei palazzi ministeriali giovani e intellettuali, come Fathī Terbīl, incluso tra i Pensatori Globali 2011 dalla rivista Foreign Policy , hanno anche il tempo di organizzare sottoscrizioni popolari per raccogliere fondi per le vittime del criminale regime siriano.

Gianluca Solera
06/03/2012


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