La Muqawama di Vittorio | Angela Gissi
La Muqawama di Vittorio Stampa
Angela Gissi   
La Muqawama di Vittorio | Angela Gissi
Il tributo solenne di uno o più Stati al valore dell’uomo non servirà a far tornare indietro Vittorio Arrigoni. E’ partito per un viaggio senza ritorno, o meglio l’hanno costretto a partire. A Gaza aveva conosciuto un microcosmo di sofferenza, ingiustizia e sopraffazione che non dà spazio a gioia alcuna se non quella della militanza in una causa, affinché quella causa diventi un giorno (speriamo vicino) una terra, che porti il nome di Palestina e i cui cittadini siano riconosciuti come liberi Palestinesi.
La Muqawama di Vittorio | Angela GissiUn omone dal cuore grande Vittorio, un attivista, un pacifista, un anticonformista, uno che raccoglieva le sfide della vita senza passare indifferente nelle alcove della miseria e del dolore umano. Uno che aveva un sogno nel cassetto, stilizzato in due parole chiave: Restiamo Umani! Un invito non solo al mondo ma soprattutto a se stesso quando la rabbia acceca e la logica animale della forza è difficile da tenere a freno; quando lo spasimo di una madre che piange la morte immatura del proprio figliolo genera un desiderio di riscatto; quando l’urlo della disperazione diventa più assordante del rombo dei caccia bombardieri e delle mitragliatrici. Restate umani, un plurale doveroso per chi come lui ha vissuto a stretto contatto con la tragedia dell’odio, in un lembo di mondo dove dal cielo non piovono che armi letali, e la terra è così inaridita dalla siccità e dal fosforo che non bastano le lacrime dell’uomo ad irrigarla.

Vittorio si è battuto per il popolo palestinese perché ha visto e sentito il suo dramma, e non poteva accettare il compromesso dell’omertà altrimenti avrebbe partecipato all’orrore. Con le sue azioni in campo e le sue denunce al mondo ha esemplificato la voce della resistenza pacifica, quella resistenza che non si nutre di vinti e vincitori ma di legittimità e rifiuto dell’oppressione. Si è messo al fianco dei civili indifesi, pescatori, contadini e bambini costretti nel lager da un ospite dalle mire espansioniste, che elargisce copiosamente “docce luminose” di missili e materiali tossici. Vittorio era cosciente della mostruosità dei gesti israeliani. Allo stesso tempo, i sionisti erano consapevoli della minaccia che egli rappresentava, come tutti coloro impegnati nell’affermazione della verità storica ad onore dei Palestinesi.
Il nome di Vittorio va ad aggiungersi alla lista dei martiri (pacifici e non) per la liberazione del popolo palestinese e, purtroppo, non sarà l’ultimo. Ce ne saranno altri di Vittorio fino a quando Israele continuerà a perpetrare lo sterminio dei palestinesi e questi, in risposta, per ogni martire lanceranno a boomerang almeno 5 mujahidin (come aveva detto proprio Vittorio in un’intervista). L’epilogo della sua vita non è una morte annunciata eseguita per mano israeliana. Ciò che rende la vicenda più inverosimile è il fatto che siano stati proprio gli arabi ad ucciderlo. Palestinesi estremisti, sfuggiti al controllo delle “autorità” locali, in un gesto inspiegabile di rabbia contro quell’occidente che Vittorio, in un certo qual modo, incarnava perché ne era originario? Una domanda che resta insoluta e fa riflettere sulla stretta tricotomia amico-mercenario-nemico. Un assassinio che esacerba in molti il risentimento verso un Islam considerato spesso ostile e retrivo. Un evento benedetto da Israele che elimina un altro personaggio scomodo salutato con sarcasmo: “Arrivederci Arrigoni. Questa è la classica gratitudine araba”. Di quale gratitudine parla la stampa israeliana? Suona come se gli arabi dovessero ringraziare Israele per aver occupato il loro territorio e ridotto i palestinesi a larve umane. Ciò di cui è stato vittima Vittorio è un male dalle radici profonde, fardello dell’umanità, cristallizzato nelle parole dello scrittore capofila della resistenza palestinese, Ghassand Kanafani, ucciso dal Mossad nel 1972.

In “Ritorno ad Haifa”, Kanafani intravede un incontro possibile tra i due popoli a patto di un cambiamento radicale (che è ancora un sottile anelito di attese) e scrive: “il più grande crimine che chiunque possa commettere è pensare che la debolezza e gli errori degli altri gli diano il diritto di esistere a loro spese".
La Muqawama di Vittorio | Angela Gissi
La debolezza dei palestinesi sta nella frammentazione sociale e politica. Essi necessitano di coesione interna che li aiuti a diventare un blocco solido e monolitico che si opponga all’unico vero nemico, quello sionista. Negli ultimi anni la nascita e diffusione di gruppi di fuoriusciti jahidisti, quaedisti e altro, hanno alimentato la lotta fratricida tra palestinesi, disperdendo le energie e i mezzi di alcuni nella demonizzazione di un occidente infedele e nel recupero nostalgico della purezza dell’Islam delle origini. Vittorio Arrigoni, nella sua intensa esperienza a Gaza aveva compreso la duplice natura delle minacce ai palestinesi: l’ostilità Israeliana e le forti divisioni in seno alla comunità palestinese. Per questo non risparmiava le sue critiche su entrambi i fronti e invitava a restare umani nella resistenza contro l’oppressione esercitata dal nemico e dai leader politici palestinesi sulla società palestinese, ma anche contro la strumentalizzazione religiosa, la censura e l’oblio di ciò che è stato e che è ancora.

La Muqawama di Vittorio | Angela GissiMuqawama, la parola araba per “resistenza” si leggeva tatuata sul braccio destro di Vittorio, che non perdeva occasione di mostrare, come un credo che si recita dall’alto di un minareto.

Lui, con la sua coppola, la pipa, la bandiera e la kefiah palestinese. Lui, l’erba cattiva, come Handala (dall’arabo al-Handala un’erba selvatica spinosa dal sapore amaro, molto diffusa in Medio Oriente), il protagonista delle vignette appassionate di Naji al-Ali, un altro palestinese della resistenza ucciso da sicari israeliani nel 1987. Handala è un eterno bambino palestinese che guarda al suo popolo e alla sua terra in attesa di poterci ritornare e continuare a crescere una volta rientrato a casa, nel suo villaggio. Handala è una presenza ostinata, come quella palestinese alla quale si vuole negare l’identità. Handala gridava muto dalle sue vignette e Vittorio ne è diventato la voce che ha superato i confini della miseria umana, restituendo dignità ad un popolo vittima di una sventura insensata e accanita. In prima linea ha raccontato le nefandezze della lotta armata, anteponendo la vera causa dell’umanità alle guerre di liberazione moderne, mascherate dallo pseudonimo “democratico”.

Vittorio è stato giustiziato, sacrificato alla causa di Dio? E’ quello che ci è stato raccontato. Ma che Dio è questo, che si arma fino ai denti, baratta prigionieri e ammazza anche chi sta dalla sua parte? Cosa c’è davvero dietro la crudeltà di questo raccapricciante assassinio? Religione, politica, strategie? Inutile applicare una logica sana a questo marasma. La verità è che l’umanità sta attraversando una profonda crisi di valori, primo fra tutti quello della vita, concetto ormai scevro di ogni significato. Ammazzare, oltretutto barbaramente, fa parte del gioco, immolarsi anche. Così molti trovano consolazione nella certezza che gli shuhada avranno le porte del paradiso spalancate e godranno di una vita ultraterrena ricca di gioie. Shuhada è il plurale di shahid che in arabo significa martire, non kamikaze, concezione diffusa negli ambienti occidentali. I martiri sono i bambini, gli uomini e le donne che hanno patito pene ingiuste e sono morti per una causa legittima. Shahid è anche Vittorio, ma e’ una mera illusione pensare che il suo sangue versato faccia germogliare il seme della pacificazione, quando i grandi del mondo non vogliono che questo accada.

La Muqawama di Vittorio | Angela GissiSe n’è andato Vittorio, come tanti altri, pur lasciando le sue radici salde in Palestina. La sua vita è stata un continuo messaggio di solidarietà verso chi soffre, perché non ha più i diritti neanche per piangere. Non lasciamoci prevaricare dall’ottundimento delle facili conclusioni. Non abbandoniamo a se stesso un popolo che ha bisogno di costruttori di pace. Grazie Vittorio per averci insegnato che restare umani è l’unica vera lotta per la quale vale la pena diventare “shahid”.



Angela Gissi
(18/04/2011)


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